a cura di Raimonda Bruno
In un tempo non lontano, la piazza era il luogo di aggregazione in cui ci si conosceva, si discuteva, si giocava, nella condivisione di pezzi di vita che incidevano profondamente sulla formazione dei giovani. Quello spazio di relazione, che era il cuore pulsante della vita sociale, oggi ha assunto nuove forme: la piazza è diventata uno spazio virtuale popolato da profili social che affidano la comunicazione ai post, verso i quali esprimere il proprio apprezzamento tramite un like, o in cui impegnarsi in sessioni di gioco digitale tra avversari magari lontani chilometri e chilometri.
a cura di Federica Giandinoto*
Il cyberbullismo è un fenomeno abbastanza recente, figlio della società dei media, nonché della diffusione dei mezzi digitali, non solo i notissimi social network, ma anche le e mail, le chat, i blog, i forum, i telefoni cellulari, i siti, ed altre forme di comunicazione simili.
Si tratta della versione tecnologica del più risalente “bullismo”, conosciuto nel mondo scolastico da molti anni oramai, che risulta però più insidioso del suo antenato, a causa di una serie di caratteristiche che lo contraddistinguono.
A cura di Claudia Ambrosio – Criminologa
Siamo abituati a pensare che i ragazzi siano al “sicuro” quando li affidiamo alle cure degli insegnanti, ci sembra che dopo “casa” sia proprio la “scuola” ad essere il luogo più protetto, quello dove alle amorevoli cure dei genitori si sostituiscono le altrettanto amorevoli cure degli insegnanti.
Chi, poi, ha seguito un percorso di studi per diventare docente o abbia studiato per prepararsi ai concorsi di abilitazione per l’insegnamento nelle scuole, ha dovuto misurarsi con le varie teorie pedagogiche che esaltano il ruolo formativo del docente atto soprattutto a stimolare la personalità in divenire del discente e a valorizzarne le naturali inclinazioni e attitudini.
a cura di Raimonda Bruno
L’uso dei social network (Facebook, Instagram, X…) dilaga tra gli individui di tutte le età e, di pari passo, si dilata lo spazio immateriale che essi occupano in ogni ambito della vita dell’uomo, in primis quello della comunicazione. Tutti possono informarsi e dare informazioni, in totale assenza di controlli e sanzioni nel caso della diffusione di informazioni false, esprimendo le proprie opinioni e dissentendo da quelle degli altri, ma nella capienza ridotta a poche battute, le quali rendono difficile articolare un pensiero e lasciano inespresse le sfumature delle argomentazioni, spingendo verso posizioni ideologiche polarizzate.
In questo articolo, prendendo spunto da un esperimento avvenuto presso la tribù Marubo dell’Amazzonia, discuteremo sulla pigrizia che l’utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno la potenzialità di generare. Prima, tuttavia, sarà necessario capire di quale pigrizia si parla.
“Un uomo non è pigro se è assorto nei propri pensieri; esiste un lavoro visibile ed uno invisibile.” (Victor Hugo)
Parlare di pigrizia ai nostri tempi è molto complesso. Essa è oggi associata all’immobilità, al non fare nulla, all’essere poco produttivi per sé stessi e per la società alla quale ciascuno di noi deve quota parte del proprio tempo e delle proprie fatiche. Va da sé che in un contesto dominato, seguendo il pensiero del Prof. Galimberti e di altri esperti, dall’era della tecnica più estremizzata e che si traduce in una produttività associabile al denaro che la stessa frutta, l’atto del pensare (lavoro invisibile) viene confinato nell’alveo dell’improduttività.
Con l’avvento delle nuove tecnologie e il loro utilizzo sempre più massiccio, al fianco dell’identità personale, che consiste nella rappresentazione di un individuo in relazione al contesto sociale in cui sviluppa la sua personalità come libera determinazione del proprio io, si sono create le cosiddette ‘identità digitali’, definite dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 24 ottobre 2014 (Decreto SPID) come “rappresentazione informatica della corrispondenza biunivoca tra un utente ed i suoi attributi identificativi, verificata attraverso l’insieme dei dati raccolti e registrati in forma digitale”.
La tutela dell’identità digitale risulta estremamente fragile, in quanto è messa a rischio da fattori non facilmente governabili come, ad esempio, il furto o l’ottenimento delle informazioni e dei dati di natura personale da utilizzare per l’accesso a sistemi informatici da parte di terzi.
Paul Watzlawick, uno psicologo che si è occupato di approfondire i meccanismi della comunicazione umana, affermava che “è impossibile non comunicare”. Tutto è comunicazione. Anche un sintomo e i comportamenti associati, infatti, possono assumere il valore di un messaggio comunicativo trasmesso dalla persona. Quando non riusciamo ad esprimere le nostre emozioni possiamo trovarci di fronte all’anestesia emotiva, ovvero quell’incapacità di “liberare” ciò che proviamo, tendendo a ignorarlo o nasconderlo. Quando parliamo di anestesia emozionale in psicologia, possiamo riferirci all’alessitimia che, letteralmente, significa “assenza di parole per esprimere le emozioni”.
Nel tempo che viviamo, in cui lo sviluppo delle tecnologie e la loro diffusione a tutti gli ambiti della vita avanzano con una rapidità che non consente di adeguare i sistemi di contesto in cui si inseriscono, l’impianto dei diritti della persona, asse portante dei modelli di Stato occidentali sin dalla fine del Settecento, si trova in gran subbuglio. Ciò si verifica essenzialmente perché internet, il più grande ambiente comune che l’umanità abbia mai conosciuto, sta strutturando in modo completamente nuovo i rapporti tra le persone e tra le persone e le istituzioni, al punto che è arrivato a incidere, oltre che sulla vita dei singoli individui, anche su quella degli Stati.
a cura di Brutto Giovanna*
Lo scopo di questo articolo è cercare di comprendere cos’è inclusione sociale e quale è la sua relazione con la tecnologia.
Una comunità inclusiva è una società in cui tutte le persone, indipendentemente dal loro orientamento sessuale, identità di genere, etnia, status socio-economico, abilità fisiche e mentali, sono accettate, rispettate e valorizzate. In una comunità inclusiva, tutti sono liberi di esprimere le loro opinioni, di partecipare attivamente alla vita sociale e di godere degli stessi diritti e privilegi. Inoltre, esse danno supporto e risorse a coloro che sono emarginati o esclusi, in modo da garantire che tutti abbiano un accesso equo alle opportunità e ai servizi: promuovono la diversità, la tolleranza e la comprensione reciproca tra tutte le persone. Come si può promuovere l’inclusione sociale?
a cura di Raimonda Bruno*
Non rispondere alle chiamate, ai messaggi, alle email. Smettere di interagire, cancellare o bloccare sui social. Insomma sparire, anche se tutto sembrava andare bene. Questo è il ghosting, pratica di abbandono nata con i social, le app di incontri e le piattaforme di messaggistica assai diffusi tra i Millenials, che così chiudono rapporti di amicizia e di amore senza avere il coraggio di chiuderli davvero, decidendo di sparire senza dare spiegazioni e senza nemmeno comunicare la loro decisione all'altra persona, non assumendosi la responsabilità dell’interruzione ‘dal vivo’ di una relazione.

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Luigi A. Macrì