Periodico delle Tecnologie dell'Informazione e della
Comunicazione per l'Istruzione e la Formazione
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EPolicy, una sfida tra le sfide

Lo scenario mondiale scolastico è indubbiamente mutato, anche a causa della pandemia da Covid-19, rendendo Internet e le Tecnologie Digitali protagonisti assoluti della vita quotidiana, scolastica e non, degli studenti, dei docenti e degli stessi Dirigenti scolastici. Per questo motivo è stato creato dal Ministero dell'Istruzione il progetto "Generazioni Connesse”1. In particolare, è stato attivato il Safer Internet Centre Italia (SIC), che è parte di una rete promossa dalla Commissione Europea. Il SIC fa capo alla piattaforma online “Better Internet for Kids”2 e nasce per fornire supporto a bambini, ragazzi, genitori, docenti ed educatori, durante le rispettive esperienze online. In generale, il progetto si pone come obbiettivo minimo lo sviluppo di servizi innovativi e di qualità, per poter garantire agli utenti la maggior sicurezza possibile in fase di navigazione.

Come è possibile aderire a questa iniziativa? Il progetto propone a tutte le scuole, di ogni ordine e grado, l'iscrizione ad un percorso formativo volto alla produzione di un documento di ePolicy, al fine di promuovere un uso positivo e sicuro delle TIC 3 in ambito scolastico. Il documento dovrà contenere le norme comportamentali, le misure di prevenzione e le misure per la gestione di eventuali problematiche legate all'uso delle tecnologie digitali.

E' possibile consultare, tramite il Tutorial Likey4, guide specifiche sia per quanto riguarda i docenti referenti sia per i docenti di un gruppo di lavoro e dirigenti scolastici. Queste guide, promosse direttamente dallo staff del SIC, oltre ad essere un valido aiuto formativo, rivelano gli aspetti salienti delle ePolicy. Tra gli elementi fondamentali, spicca il questionario di autovalutazione (QAV1), strumento molto importante che ha lo scopo di conoscere e far conoscere i punti di forza e di debolezza dell'Istituto in termini di utilizzo degli strumenti e dei servizi digitali. Le domande del questionario, a risposta chiusa, sono suddivise in quattro parti, corrispondenti ad altrettante aree tematiche connesse tra loro. Il fine ultimo del questionario è proprio quello di essere la base di partenza dell'intero corso di formazione, affinchè si affrontino e si approndiscano gli argomenti su cui l'Istituto ha necessità di migliorare.

Il percorso ePolicy presenta dei moduli che Generazioni Connesse mette a disposizione di docenti, genitori e studenti. Alla fine del percorso, per ogni singolo modulo, verrà rilasciato un attestato di partecipazione. In modo specifico ci sarà un Gruppo di Lavoro ePolicy, il cui percorso formativo guiderà ogni fase del processo di controllo e scrittura della ePolicy. Ultimati tutti i capitoli, sarà cura del Dirigente scolastico scaricare il documento finale, firmarlo digitalmente e caricarlo in piattaforma.

A questo punto, verrà richiesta nuovamente la ricompilazione del questionario per verificare lo stato dei cambiamenti positivi realizzati dall'Istituto.

Quali sono, dunque, i vantaggi di un percorso di questo tipo e quali sono le nuove sfide del digitale? E' innegabile il fatto che, se l'analisi di partenza si rivela essere adeguata e corretta, allora sarà possibile riflettere in modo serio e concreto sulle misure da adottare per raggiungere i miglioramenti auspicati. Inoltre, si potrà usufruire di strumenti specifici, atti a personalizzare i singoli progetti scolastici, a cui ogni Scuola può accedere tramite un percorso guidato. Le sfide attuali del mondo digitale sono molteplici ma riteniamo che il principale scoglio da superare sia, in primo luogo, il coinvolgimento dell'intera comunità scolastica e, successivamente, il raggiungimento di una consapevolezza, da parte di tutti gli organi coinvolti, del proprio ruolo e della necessità del lavoro di squadra. Se, infatti, ciascun docente, dirigente, ragazzo, genitore farà la sua parte allora si potrà beneficiare di un documento importante, come l'ePolicy, che fornirà un'immagine veritiera della situazione scolastica, che i vari singoli avranno contribuito a creare e di cui sono consapevoli attori e protagonisti.


Erica Calcagno



1www.generazioniconnesse.it

2La suddetta piattaforma è gestita da European Schoolnet, in collaborazione con INSAFE, un network che raccoglie tutti i Safer Internet Centre europei.

3Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione

4Sistema di tutoraggio virtuale delle scuole. Oltre alle guide Likey, è previsto un servizio di supporto a distanza.

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Smart Working e gabbie di genere di Claudia Ambrosio*

Abstract: Cosa conosciamo del lavoro agile? prima dell’emerga pandemica da Covid-19 lo smart working era poco conosciuto ed utilizzato mentre ora è entrato nella vita di tutti noi. E’ sempre un bene? Quali pericoli cela per i lavoratori e soprattutto per le lavoratrici? Luci ed ombre del lavoro agile tra innovazione e rischi di regressione.

* Avvocato - Criminologa

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Da qualche anno, in concomitanza con l’insorgere dell’emergenza pandemica, abbiamo imparato a conoscere e familiarizzare con il c.d. smart working o lavoro agile, strumento questo prima sconosciuto ai più o comunque poco utilizzato.

Il lavoro agile, o smart working, è stato sicuramente un’opportunità non solo per le aziende, ma anche per il mondo della Pubblica amministrazione soprattutto durante la pandemia Covid-19 che ha segnato il 2020.

Ma partiamo dall’inizio ovvero dalla definizione di “smart working” e dal quadro normativo più recente per comprendere opportunità e rischi di tale modalità lavorativa.

Secondo il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali: “lo Smart Working (o Lavoro Agile) è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività”.

Una rivoluzione culturale, organizzativa, perché scardina alla base consuetudini e approcci tradizionali e consolidati nel mondo del lavoro subordinato, basandosi su una cultura orientata ai risultati e su una valutazione legata alle reali performance

Occorre precisare un aspetto di rilievo: lo smart working non è telelavoro; spesso, infatti, si tende a fare confusione e a sovrapporre queste due modalità di gestione del rapporto lavorativo, ma la differenza è sostanziale.

Il telelavoro, infatti, prevede lo spostamento, in tutto o in parte, della sede di lavoro dai locali aziendali ad altra sede (tradizionalmente l’abitazione del lavoratore), ma il dipendente è vincolato, comunque, a lavorare da una postazione fissa e prestabilita, con gli stessi limiti di orario che avrebbe in ufficio. Il carico di lavoro, gli oneri e i tempi della prestazione, insomma, devono essere equivalenti a quelli dei lavoratori che svolgono la prestazione all’interno del posto di lavoro.

Al contrario, il lavoro agile prevede che la prestazione lavorativa venga eseguita in parte all’interno di locali aziendali e in parte all’esterno, ma senza stabilire una postazione fissa. Non ci sono vincoli di spazio e tempo, l’unico vincolo sono i limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale, derivanti dalla legge e dalla contrattazione collettiva. Si può lavorare da qualsiasi luogo (dentro e fuori l’azienda), non si timbra un cartellino, non si fanno pause in orari predefiniti. L’azienda e il dipendente ridefiniscono in maniera flessibile le modalità di lavoro, quello su cui ci si focalizza è il raggiungimento di obiettivi e risultati.

Le concrete modalità attuative sono poi state dettate dal D.P.R. n. 70 del 1999 “Regolamento recante disciplina del telelavoro nelle pubbliche amministrazioni, a norma dell’articolo 4, comma 3, della legge 16 giugno 1998, n. 191”. Il telelavoro viene definito come quella forma di lavoro svolto a distanza, ovvero al di fuori dell’azienda e degli altri luoghi in cui tradizionalmente viene prestata l’attività lavorativa ma, al contempo, funzionalmente e strutturalmente collegato ad essa grazie all’ausilio di strumenti di comunicazione informatici e telematici. Vengono stabilite linee guida su uso della postazione, modalità di connessione e di autenticazione ai sistemi, comunicazioni tra uffici e, dove previsto, utilizzo della firma digitale.

Il 23 marzo 2000 è stato stipulato l’Accordo quadro nazionale per l’applicazione del telelavoro ai rapporti di lavoro del personale dipendente delle pubbliche amministrazioni. Infine, con la circolare INPS n. 52 del 27 febbraio 2015 (“Disposizioni attuative dell’Accordo Nazionale sul progetto di telelavoro domiciliare”) vengono illustrate le attività interessate e le modalità di attivazione del telelavoro, con particolare riferimento alle misure di prevenzione e protezione.

Alcuni vantaggi per i lavoratori risultano abbastanza evidenti, primo fra tutti la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro. Lavorando da casa, infatti, si riesce a valorizzare il tempo a disposizione abbattendo i costi legati agli spostamenti.

Ci sono poi altri aspetti di profonda innovazione che vanno sottolineati, sia per i lavoratori che per le amministrazioni quali, ad esempio, la valorizzazione delle risorse umane e responsabilizzazione, ovvero ci si concentra sui risultati del lavoro e non sugli aspetti formali; la razionalizzazione nell’uso delle risorse e aumento della produttività, quindi risparmio in termini di costi e miglioramento dei servizi offerti;  la promozione dell’uso delle tecnologie digitali più innovative, solo per citarne alcuni.

Insomma, lo smart working è una leva di cambiamento per le PA e i suoi lavoratori, tuttavia, bisogna evitare che l’abuso dello strumento diventi una gabbia nella quale l’umanità resti intrappolata.

Se, infatti, esso ha rappresentato una soluzione a dir poco geniale durante la fase di lockdown, ora minaccia di diventare una pericolosa routine nella quale il lavoratore rischia di restare perennemente imprigionato, con maggiore pericolosità soprattutto per le donne lavoratrici.

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I principali pericoli sono rappresentati dal fatto che il lavoratore non ha un orario “certo” di lavoro e pertanto potenzialmente la sua giornata lavorativa potrebbe avere una durata “illimitata”, tanto che in giurisprudenza già inizia a parlarsi del c.d. diritto alla disconnessione ovvero il diritto a potersi disconnettere da remoto, a fare una pausa, a non oltrepassare il normale turno lavorativo.

Grazie alla previsione contenuta nella Legge sul lavoro agile (L. n. 81/2017) possiamo definire il diritto alla disconnessione come l’insieme delle misure tecniche ed organizzative, che hanno come scopo quello di garantire la salute ed il benessere del lavoratore in smart working, attraverso la previsione di periodi in cui l’interessato può dedicarsi alle proprie esigenze di vita e personali.

In tal senso è necessario evitare che chi “lavora da casa” sia costantemente connesso sulle chat aziendali o reperibile al cellulare.

La legge del 6/05/2021 n.61, ha introdotto un’importante modifica in termini di diritto alla disconnessione, relativamente al lavoro agile in favore dei genitori di figli minori di sedici anni.

L’articolo 1-ter prevede infatti, si legge nel testo, il riconoscimento a coloro che prestano l’attività in smart working del “diritto alla disconnessione dalle strumentazioni tecnologiche e dalle piattaforme informatiche, nel rispetto degli eventuali accordi sottoscritti dalle parti e fatti salvi eventuali periodi di reperibilità concordati. L’esercizio del diritto alla disconnessione, necessario per tutelare i tempi di riposo e la salute del lavoratore, non può avere ripercussioni sul rapporto di lavoro o sui trattamenti retributivi”.

La novità della Legge numero 61 è rappresentata dal fatto che finora il diritto alla disconnessione era unicamente previsto come una delle clausole da inserire nell’accordo individuale di smart working, ai sensi della normativa (L. n. 81/2017) che ha introdotto nel nostro ordinamento il lavoro agile.

Ora si prevede, nell’ambito dello smart working di cui al Decreto numero 30, per i dipendenti genitori di figli minori di sedici anni, il diritto alla disconnessione dalle strumentazioni tecnologiche e dalle piattaforme informatiche, nel rispetto di eventuali accordi sottoscritti da azienda e lavoratore e fatti salvi i periodi di reperibilità concordati dagli stessi.

Il pericolo maggiore, tuttavia, riguarda le donne lavoratrici: da più parti, inizia a segnalarsi il rischio che lo smart working possa riportare le donne a stare a casa dopo anni di lotte, peraltro non ancora finite, per uscire dallo schema ancestrale dell’angelo del focolare domestico.

Da recenti studi effettuati dagli organi preposti all’osservazione dell’andamento del lavoro agile (Report “smart working e opportunità e rischi per il lavoro femminile”- School of Gender Economics- questionari rivolto a un campione rappresentativo di donne lavoratrici comprese fra i 18 e i 65 anni) emerge che, in questo periodo, 1 donna su 3 lavora più di prima e non riesce, o fa fatica, a mantenere un equilibrio tra il lavoro e la vita domestica. Tra gli uomini il rapporto è di 1 su 5. 

La ricerca conferma che la responsabilità della cura famigliare continua a gravare in prevalenza sulle donne che, soprattutto in questa situazione di emergenza, fanno fatica a conciliare la vita professionale con quella personale. Sarebbe invece auspicabile che proprio momenti di crisi come questi potessero aiutare a sviluppare una maggiore corresponsabilità genitoriale che alleggerisca la donna dal duplice carico familiare e professionale.

I dati seguono la linea di quelli individuati dall’Organizzazione Internazionale del lavoro (International Labour Organization, Ilo), secondo cui le donne svolgono una media di 5 ore di assistenza e cura al giorno e gli uomini un’ora e 48 minuti.

Il 2020 è l’anno zero delle donne, l’anno in cui rischiano di tornare indietro di un secolo: tutte le conquiste femminili, la loro autonomia, l’emancipazione, i diritti sono messi a repentaglio dalle conseguenze del Covid-19.

La quarantena, inoltre, sembra aver rafforzato alcuni stereotipi di genere, per esempio quello che vede le donne impegnate nella cura della casa e dei figli: il 30,9% delle donne dichiarano di occuparsi prevalentemente loro dei figli, a fronte di solo il 1,4% degli uomini. Gli uomini durante il lockdown si sono dedicati soprattutto al lavoro: è così nell'83,9% dei casi.

Non si dimentichi poi che non per tutte le donne la casa è un posto sicuro!

Le pareti domestiche possono essere il teatro di indicibili prevaricazioni: la violenza, infatti, intesa come prevaricazione fisica, psicologica, sociale, economica e sessuale, esercitata da parte di un soggetto in posizione di forza nei confronti di soggetti più deboli, (quali donne, bambini, anziani e disabili) è un fenomeno che non ha conosciuto deroghe o attenuazioni al tempo del Covid-19 ma, al contrario, ha mostrato una preoccupante diffusione, e questo non solo nel nostro Paese.

Che la violenza domestica, infatti, stia diventando “una pandemia dentro la pandemia” lo dimostrano anche gli interventi del segretario generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite”, il quale ha sollecitato in questi giorni affinché i governi di tutto il mondo adottassero concreti provvedimenti a favore delle donne.

In Spagna, ad esempio, viene utilizzato in farmacia un codice ad hoc ovvero “mascherina 19”, come parola in codice per chiedere aiuto in caso di violenza domestica, mentre in Francia la ministra per le pari opportunità ha previsto l’istituzione di un fondo speciale destinato al supporto, anche economico delle vittime di violenza, oltre che la destinazione di circa 20mila camere d’albero per accogliere le donne compagne di uomini o mariti maltrattanti con i loro figli.

Ad oggi, secondo i dati diffusi dai centri antiviolenza, nel solo periodo che va dal 2 marzo al 5 aprile 2020, ad esempio, si sarebbero registrate 2.867 ovvero 1.224 richieste di aiuto in più, rispetto al periodo precedente, e il dato sembra non conoscere freni o rallentamenti.

La coabitazione forzata, infatti, fa salire le tensioni e rende ancora più difficile denunciare i maltrattamenti, così come più difficile è fuggire, scelta, questa resa ancora più complicata dall’obbligo della quarantena, ovvero dei 14 giorni che devono necessariamente trascorrere prima di poter accedere a una struttura protetta cioè agli appartamenti dove la coabitazione metterebbe a rischio le donne già ospitate e i loro figli.

A ciò naturalmente si aggiunge la difficoltà di comunicare liberamente poiché di fatto non si è “mai” realmente sole e il carnefice potrebbe sentire, magari dalla stanza accanto, una ipotetica telefonata di aiuto.

Prima dell’emergenza Covid-19, infatti, una telefonata interrotta bruscamente comportava l’automatico richiamo da parte dell’operatore interessato al soccorso della vittima, ma oggi, fino a che punto si può essere sicuri che la chiamata non sia stata volontariamente interrotta, magari per paura di essere scoperte?

L’emergenza Covid-19, ha dunque comportato il collaterale effetto di isolare ancora di più la vittima di violenza domestica rendendola di fatto ancora più impaurita, fragile e vulnerabile poiché sola e afflitta dalla paura per il futuro, anche economico, che la aspetta, potrebbe non trovare la forza di andarsene per ricominciare una nuova vita per sé e per i figli, spesso impotenti spettatori del tetro spettacolo della sopraffazione quotidiana.

Lo spettro, infatti, dell’aumento dei casi di violenza assistita, ovvero della violenza a cui indirettamente o indirettamente assistono i figli delle coppie in cui si consuma violenza domestica, è solo l’ineludibile corollario all’aumento del fenomeno di cui si tratta.

Lo smart working è, dunque, una preziosa risorsa ma deve essere utilizzato solo ed esclusivamente in casi di reale, concreta ed effettiva necessità, non deve sostituirsi alla normale routine lavorativa ove non ve ne sia più la necessità a nulla valendo le considerazioni fatte da taluni sugli ipotetici risparmi della P.A. o delle aziende e soprattutto considerando che nel nostro Paese ancora tanta strada resta da percorrere per la realizzazione di un’effettiva parità di genere.

A cura di: Dott.ssa Claudia Ambrosio-Criminologaunnamed 1

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Truffe affettive: riconoscerle, per proteggersi di Federica Giandinoto*

*Avvocato, cultrice di criminologia

Abstract - La rete amplia le possibilità di fingersi un altro, per scopi criminali, per estorcere del denaro e molto altro. Ecco alcuni spunti utili per orientarsi, guardando alle cosiddette “truffe affettive”, purtroppo frequenti.

 

È un fenomeno attualmente molto diffuso, insieme alle truffe informatiche, ai furti d’identità in rete, e a tutti i cd. “reati informatici”, in cui ormai è frequente imbattersi, in un mondo dominato dal digitale e virtuale.

Le truffe affettive sono perpetrate, in maggior misura, dal genere maschile, ai danni dell’ ”altra metà del cielo”, e coinvolgono in questo caso il mondo delle emozioni e dei sentimenti, calpestandoli in modo egoistico e spesso crudele, per una bieca, ben nota e prevedibile finalità di arricchimento proprio, ai danni di una donna che si è nel frattempo innamorata del proprio truffatore.

L’uomo che comincia a scrivere dietro lo schermo si finge un militare o un professore, o un professionista qualsiasi (avvocato, medico o altro), che ha perso la propria moglie ed a volte anche i figli, pertanto solo e disperato, e che cerca una donna per instaurare una relazione sentimentale stabile.

E così, la malcapitata che sta dall’altra parte del monitor, magari anche lei una single matura, oppure che ha interrotto da poco una lunga relazione, già di per sé emotivamente fragile, si fa lusingare da quell’uomo, lambire dai suoi apprezzamenti così dolci e seduttivi, e comincia a sognare un amore romantico, che finalmente è arrivato.

Gli incontri virtuali sui social (Facebook o simili) si fanno numerosi, per conversazioni via chat interminabili, senza che i due si vedano mai, né in foto, né in video, e questo accresce il mistero ed il fascino di questa relazione.

Poi, all’improvviso, un giorno, lui chiede un prestito di denaro, adducendo un grave problema economico, che lo costringe a fare questa ardita richiesta a lei, mentre lui si vergogna – non si chiedono soldi ad una donna, va contro il suo bon ton! – e quindi si mostra imbarazzato, esibendo balbettanti giustificazioni.

Restituirà il denaro quando i due si incontreranno di persona, promesso. Quel giorno, però, non arriverà mai, mentre lui, invece, al contrario del fulmine a ciel sereno, sparirà dall’orizzonte, e diventerà irreperibile sul network.

E lì, la povera sfortunata comprenderà l’inganno, divenendo istantaneamente consapevole della tela di ragno che il suo adulatore aveva tessuto sin dall’inizio: il senso di colpa e vergogna saliranno e la turberanno.

Come ha potuto credere ad uno sconosciuto, che tutto sommato conosce solo da qualche mese? Come non ha potuto capire che si trattava di un vile mentitore che ha manipolato i suoi sentimenti?

La sensazione di essere una stupida prevale sulla realtà della dinamica dei fatti, anche della fragilità o sensibilità che la caratterizzano, magari in un periodo determinato, oppure della meschinità di un soggetto che si è approfittato della sua emotività simulando un interesse personale inesistente.

Tipico di questi casi è l’atteggiamento di auto colpevolizzazione della vittima, che già per natura e per tradizione storica si attribuisce la responsabilità di tanti altri eventi dannosi, come le molestie, o, peggio ancora, la violenza sessuale.

La donna è anche incredula sul fatto che è rimasta vittima della truffa, e per molto tempo nega a sé stessa che si sia trattato di un beffardo inganno, e si ripete che lui prima o poi tornerà, autoilludendosi continuamente, ma il sedicente corteggiatore non si farà più vivo.

La sofferenza sarà profonda, e ci vorrà tempo per elaborarla, poiché la donna è rimasta profondamente delusa.

La truffa affettiva è una forma di truffa che, dal punto di vista giuridico, rientra nel più generale reato descritto dall’art. 640 del nostro codice penale, il quale prevede e punisce proprio questo tipo di illecito.

La particolarità di questa condotta criminosa, è che, in questo caso, gli “artifici o raggiri” di cui parla la norma si manifestano prima con la simulazione di un innamoramento nei confronti della vittima, che crea in quest’ultima l’erronea convinzione di essere amata dal suo interlocutore, e poi con la finzione di uno stato di bisogno economico che muove l’agente a chiedere un aiuto alla nuova compagna di conversazioni.

Si tratta di un reato per il quale, al di là di alcune ipotesi aggravate (come quelle ricorrenti se il fatto è commesso a danno dello Stato o di un altro ente pubblico o dell’Unione europea, come nelle altre circostanze previste dall’art. 640 c.p.), è prescritta la querela di parte, per cui, se la donna vuole far punire questa condotta, deve necessariamente proporre questo atto, con il quale chiede si proceda contro il proprio manipolatore.

Ma come evitare di cadere nella rete dell’adescatore?

Ci sono alcune misure di prevenzione, possiamo chiamarle così, che si possono attuare, onde non ripetere questa sgradevole esperienza in futuro, se la si è vissuta, oppure schivare il pericolo la prima volta che si palesa.

In primis, sarebbe meglio non accettare richieste di amicizia sui social networks da parte di sconosciuti, poiché questi soggetti spesso utilizzano profili di altri individui, come anche le fotografie, a volte di personaggi famosi all’estero e non in Italia, per perpetrare il tentativo di truffa: meglio accettare richieste di amicizia di conoscenti e persone già frequentate nella vita reale.

Inoltre, una tempesta di telefonate e messaggi in cui il nostro “corteggiatore” ci inonda di complimenti e ci mostra un interessamento eccessivo ci deve far “allungare le antenne”, perché chi non ci conosce fino in fondo non può apprezzarci così tanto; in realtà questi sono dei tentativi di manipolazione per renderci poi dipendenti da lui.

Se poi lui rifiuta più volte un appuntamento dal vivo, o addirittura una videochiamata, questo è un altro campanello d’allarme: nessuno è così impegnato, se interessato, da non trovare un momento libero, per cui, se lui è così evitante, vuol dire che ha da nascondere qualcosa.

Un altro accorgimento può essere quello di inserire su Google immagini le foto pubblicate sul suo profilo, per verificare se è presa, come detto sopra, da un profilo di un personaggio pubblico, poiché così il truffatore potrà essere smascherato.

Infine, sia gli amici che i familiari potranno aiutare la vittima, offrendole sostegno, momenti di confidenza, divagazione e condivisione, senza giudicare ed essere troppo protettivi, bensì affrontando l’argomento senza imbarazzo e facendo notare eventuali anomalie.

Ragazze, donne, fate attenzione! Non fatevi abbindolare da chi vi vuole solo sfruttare per il suo tornaconto personale!

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Fenomeni di violenza di genere sul web: casi e tutele di Claudia Ambrosio

Fenmeni di violenza di genere sul web: casi e tutele di Claudia Ambrosio1

AbstractSi sente ormai quotidianamente parlare di violenza di genere ma quanto ne sappiamo della violenza di genere perpetrata a mezzo internet? La violenza di genere perpetrata attraverso i canali del web, attraverso, ad esempio le piattaforme social o via mail o attraverso le applicazioni di messaggistica istantanea è sempre più diffusa e pericolosa, soprattutto per la donna. Quali sono i pericoli più diffusi? Ma soprattutto quale la tutela o le tutele più opportune?

Quale relazione corre tra violenza di genere e pericoli della rete? Perché oggi più che mai è utile parlare dei pericoli che la donna incontra sul web?

Quotidianamente si sente parlare di violenza di genere ma meno nota è la violenza di genere perpetrata a mezzo internet, mentre, infatti, sono davanti agli occhi di tutti il femminicidio, le botte, la violenza e i tristemente noti fenomeni di lesione, di aggressione, di deturpazione, non tutti i tipi di violenza vengono alla luce con la stessa evidenza e soprattutto non tutti sono conosciuti e capiti agli occhi dei più.

Se, infatti, tutti abbiamo imparato a vedere la violenza diretta, palese e manifesta, non sempre altrettanto chiara è la violenza indiretta, quella c.d. di tipo psicologico, quella fatta di svilimento, di maldicenza, di persecuzione, di morte al pari della violenza fisica o diretta.

Eppure la violenza di genere perpetrata attraverso i canali del web, attraverso, ad esempio le piattaforme social o via mail o attraverso le applicazioni di messagistica istantanea è sempre più diffusa e pericolosa, soprattutto per la donna.

Ne deriva che il web è il teatro ideale per la mattanza di donne, per una serie di motivi:

  1. lo schermo abbassa l’empatia e rallenta i freni inibitori,
  2. si è più crudeli a causa della scissione fra l’Io reale e l’Io virtuale,
  3. si può nascondere la propria identità, si pensa più facilmente di farla franca e di ferire la vittima impunemente,
  4. non ci si rende pienamente conto della portata lesiva del proprio agito.

Non si dimentichi, infatti, che in principio si ritenevano i pericoli del web meno evidenti rispetto ai pericoli reali e questo poiché in un primo momento la società non era capace di cogliere i segnali della violenza indiretta, i lividi invisibili che essa lascia nell’animo di chi la subisce.

 

Oggi al contrario vi è una maggiore consapevolezza sul fatto che le conseguenze dei pericoli on line siano più gravi e letali per le vittime, perché ci si è resi conto, grazie anche al contribuito della criminologia ed in particolare della vittimologia, che il web ha una violenza espansiva ed illimitata, che il web non ha confini spaziali e temporali e di conseguenza dal web è più difficile scappare e proteggersi.

Ma quali sono i pericoli più diffusi? E per tutti è prevista una normativa ad hoc?

Il legislatore oggi ha inteso intervenire più energicamente rispetto al passato per disciplinare alcuni tra i fenomeni del web più diffusi come il cyberbullismo e il pornrevenge: il primo trattato con legge 71/17, il secondo con legge 69/19.

Tra i principali pericoli, che possono riguardare maggiormente le donne, possiamo ricordare a titolo di esempio fenomeni come il sexting, ovvero lo scambio on line di foto a contenuto sessualmente esplicito, i c.d. “stupri di gruppo sui social”, le truffe amorose in rete, i ricatti on line ovvero le sexetortion, il cyberbullismo in rosa, gli haters, il bodyshaming e naturalmente la porno -vendetta ovvero il fenomeno del porn-renenge.

Per alcuni di questi comportamenti è prevista una specifica previsione normativa per altri ancora no, tuttavia, anche quando la risposta normativa sia presente e mirata questo non deve far abbassare la guardia poiché la vittima soffre in ogni caso specie se donna e la risposta riparativa da parte della legge arriva comunque sempre a danno fatto

Perché, infatti, il web può rappresentare un posto più pericoloso per la donna? questo è un problema in primis culturale poiché la donna vittima del web è spesso e volentieri vittima anche della società a causa di una doppia morale che punisce più duramente la donna che l’uomo attraverso un giudizio morale stereotipato ed ancestrale.

Recenti sondaggi sul punto indicano che il 51% delle donne vittime del web pensa a gesti insani, soffre, si vergogna, si sente lei stessa carnefice e non vittima e soprattutto non si sente protetta e capita dalla collettività che percepisce come giudicante e responsabilizzante per l’accaduto.

Il tribunale morale è più spietato di quello civile o penale, ma vi è di più, il primo giudicherà la donna come responsabile, mentre i secondi la tuteleranno come vittima, ma purtroppo, troppe volte, il secondo giudizio arriva quando la donna ha già eseguito da sola la sentenza di condanna del primo, una sentenza che magari non avrà più possibilità di appello!

Ecco perché, soprattutto in quest’ambito, la legge da sola non basta e non può tutto ma occorre energicamente investire sulla prevenzione, sull’educazione ai sentimenti, sul ruolo di superare stereotipi ed una cultura misogina ed anacronistica e soprattutto questi pericoli necessitano un’energica tutela ma quale tutela?

La tutela più adeguata in tali casi deve essere in combinato disposto giuridica e sociale: la tutela giuridica deve essere sempre più mirata, evoluta e multidisciplinare.

Le norme devono tener conto della costante evoluzione che i fenomeni del web hanno e di conseguenza la risposta legislativa va letta sempre in una dimensione dinamica e non statica, inoltre sempre importante sarà il contributo che altre scienze sociali, come appunto la criminologia, la psicologia, la sociologia, vorranno dare per meglio tutelare la vittima e “trattare” il reo.

La tutela sociale, al contrario, dovrà passare attraverso dei percorsi “educativi” ben precisi quali ad esempio il superamento della doppia morale, dei c.d. processi sociali, degli stereotipi di genere, della valorizzazione della libertà anche sessuale, del superamento di giudizi morali o di valore ed infine centrarsi su un concreto sostegno e aiuto alle vittime

Ultima considerazione è quella del ruolo degli adulti sul web che da educatori diventano soggetti da educare, come affrontato anche in un precedente articolo della rubrica dedicato a questo tema, poiché essi stessi, in più circostanze, non sanno dare un buon esempio sul web alle nuove generazioni poiché o non conoscono i pericoli che esso cela oppure loro stessi hanno contribuito ad alimentare manie di protagonismo, modi di esprimersi in maniera violenta (si pensi ai casi di cronaca delle chat classe) ovvero hanno la pericolosa abitudine di postare le foto dei loro figli anche se minori sui social network, contribuendo ad alimentare esempi non corretti e certamente poco “educanti”.

La prevenzione, la cultura e la rete scuola famiglia unitamente ad una efficace tutela sono, ad oggi, la ricetta per salvare la mattanza delle donne sul web e prevenire il dilagare di una forma di violenza letale e pericolosa al pari di quella che quotidianamente si consuma fuori dalla rete.

  1)Avvocato - Criminologa

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