In questo articolo, prendendo spunto da un esperimento avvenuto presso la tribù Marubo dell’Amazzonia, discuteremo sulla pigrizia che l’utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno la potenzialità di generare. Prima, tuttavia, sarà necessario capire di quale pigrizia si parla.
“Un uomo non è pigro se è assorto nei propri pensieri; esiste un lavoro visibile ed uno invisibile.” (Victor Hugo)
Parlare di pigrizia ai nostri tempi è molto complesso. Essa è oggi associata all’immobilità, al non fare nulla, all’essere poco produttivi per sé stessi e per la società alla quale ciascuno di noi deve quota parte del proprio tempo e delle proprie fatiche. Va da sé che in un contesto dominato, seguendo il pensiero del Prof. Galimberti e di altri esperti, dall’era della tecnica più estremizzata e che si traduce in una produttività associabile al denaro che la stessa frutta, l’atto del pensare (lavoro invisibile) viene confinato nell’alveo dell’improduttività.
Eppure, ciascuno di noi ha l’obbligo morale di confutare una simile asserzione e rammentare che il pensiero è esso stesso opera dell’uomo, che esso può cambiare il mondo e che, pertanto, tutto può essere fuorché inutile. Allora ci chiediamo: quanto le tecnologie hanno limitato l’arte del pensiero moderno rendendoci meno produttivi (nel senso più esteso possibile)? A cercare la risposta a questa domanda è stato un pioniere dell’evoluzione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione: Elon Musk.
Il noto imprenditore, per dare seguito ad un esperimento, ha portato Internet in Amazzonia affidandolo ad una tribù isolata dal resto del mondo e dopo nove mesi, ovvero un tempo che nella natura umana è sufficiente per creare una nuova vita, ha avuto modo di osservare che tante esistenze venivano invece “sgretolate” da una sorta di pigrizia che subentrava a uomini e donne che precedentemente non avrebbero avuto modo di soffermarsi su qualcosa che potesse distoglierli dalla sussistenza quotidiana. L’esperimento è stato condotto presso la comunità Marubo, una tribù amazzone completamente straniata rispetto ad ogni elemento esterno al loro piccolo nucleo. Condizione della quale nessuno provava dispiacere, tutt’altro. La loro felicità era impostata su dei canoni anchilosati da tempo ed era sufficiente per la normale conduzione.
Nove mesi fa, i satelliti Starlink hanno avuto l’ardire di collegarla alla rete e per molti di loro fu una finestra verso il mondo sconosciuto. Tsainama Marubo, 73 anni, matrona del villaggio, ha dichiarato a due cronisti del New York Times: «Da questi schermi si apriva un mondo a noi sconosciuto. Come le chat con i propri cari lontani e la possibilità di chiedere aiuto in caso di emergenza. Ma le cose ora sono peggiorate». Su questa affermazione ci sarebbe tanto da discutere. Come è possibile che le cose peggiorino davanti ad evidenti vantaggi che la stessa anziana ha riconosciuto subitaneamente?
Quale effetto collaterale hanno avuto tali impatti su una società e i suoi equilibri? Accade che, per incanto, compare un demone nascosto che, se perseverante, porterebbe una comunità del genere alla diretta estinzione. Questo demone ha nome pigrizia. «Sono tutti lì, concentrati sui telefonini. Sono diventati pigri. Non parlano, non lavorano, non si muovono. Sono come imbambolati. Scorrono le immagini, leggono con il traduttore, navigano ore e ore immersi in un coma che spaventa».
Nove mesi per “occidentalizzare” una tribù sperduta. Nove mesi per omologare i loro giovani ai nostri. Non può essere un caso se sono sufficienti questi pur brevi tempi per conformare tutto e tutti. «I giovani stanno imparando i modi dei bianchi», continua la donna. «Internet per noi è stato come un terremoto. Non abbiamo avuto il tempo di capire, studiare, imparare a usarlo. È stato uno shock». E non si torna indietro: «Per carità, ci sarebbe una rivolta. Supereremo anche questa. Ma non toglieteci Internet».
Notiamo per un momento due cose: la prima è che la matrona parla di assenza di tempo sufficiente ad avere un’educazione nell’uso e questo fa capire quanto la saggezza superi barriere ed ostacoli; la seconda analisi riguarda il senso dell’irreversibilità della trasformazione che la stessa anziana riconosce. Il cambiamento, dalla parvenza positiva, ha avuto una degenerazione non controllabile e che non potrà in alcun modo essere scalfita, pena la rivoluzione di massa. Pensiamo a noi e ad un’eventuale giornata senza la rete, senza le nostre chat, senza i video, senza la possibilità di poter scattare foto a ciò che mangiamo o alla nostra nuova auto. Per molti sarebbe un’autentica perdita di terreno sotto ai piedi. Ma possiamo imparare molto da questa esperienza.
C’è, infatti, un’alternativa a tutto, e potrebbe non essere tardi: educare alla comprensione attraverso quello che, ahimè, oggi è lavoro invisibile. Si tratta di integrare nelle scuole di ogni grado una vera e propria educazione digitale, con un’identità che renda la nostra vita virtuale assoggettata agli stessi diritti e doveri, oltre che regole e conseguenze, della vita in carne e ossa. Anche noi, come i Marubo, non abbiamo avuto il tempo per capire e ricevere un’educazione che ci aiutasse a raffrontarci con un cambiamento così radicale e la cosa prende una piega ancora più grave immaginando ciò che oggi è possibile grazie all’intelligenza artificiale.
Secondo uno studio pubblicato su PLOS Mental Health, sono tanti, troppi, gli adolescenti che soffrono di disturbo da dipendenza da internet e costoro, testualmente, “sperimentano delle modifiche chimiche nel loro cervello” che si iniettano nella vita quotidiana, negli atteggiamenti e nei comportamenti con il prossimo. I ricercatori hanno evidenziato una diminuzione complessiva della connettività funzionale nelle parti del cervello coinvolte nel pensiero attivo, responsabile della memoria e del processo decisionale. Come sempre non è nostro scopo creare insensati allarmismi.
Ma, se un esperimento del genere può avere un senso, esso è da ricercare nella necessità di introdurre modifiche del genere con gradualità, aiutando i nuovi utenti a conoscere vantaggi e rischi.
BIBLIOGRAFIA
https://www.open.online/2024/06/03/amazzonia-starlink-marubo-internet-veloce-musk-nyt/
a cura di Paolo Preianò
