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Identità digitale e reputazione digitale dei minori: il ruolo dei genitori

Identità digitale e reputazione digitale dei minori: il ruolo dei genitori

Con l’avvento delle nuove tecnologie e il loro utilizzo sempre più massiccio, al fianco dell’identità personale, che consiste nella rappresentazione di un individuo in relazione al contesto sociale in cui sviluppa la sua personalità come libera determinazione del proprio io, si sono create le cosiddette ‘identità digitali’, definite dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 24 ottobre 2014 (Decreto SPID) come “rappresentazione informatica della corrispondenza biunivoca tra un utente ed i suoi attributi identificativi, verificata attraverso l’insieme dei dati raccolti e registrati in forma digitale”.

La tutela dell’identità digitale risulta estremamente fragile, in quanto è messa a rischio da fattori non facilmente governabili come, ad esempio, il furto o l’ottenimento delle informazioni e dei dati di natura personale da utilizzare per l’accesso a sistemi informatici da parte di terzi.

All’identità digitale di ciascuno è strettamente connessa la propria reputazione digitale, che è costituita dall’insieme delle percezioni e delle opinioni che gli utenti del web sviluppano nei confronti di una persona -ma anche di un’azienda o di un prodotto-, che corrisponde all’idea sviluppatasi nei confronti di quello specifico soggetto e che si esprime in un giudizio riferito al soggetto stesso, il quale potrà trarne giovamento o subirne danno a seconda che essa sia positiva o negativa.

La reputazione online di ciascun fruitore del web è il prodotto di ogni sua azione compiuta in rete, come, ad esempio, la pubblicazione di video, foto o commenti, la preferenza per determinati siti, la creazione di blog, in quanto ciascuna contribuisce alla formazione dell’idea e del giudizio a esso riferite da parte di chi navighi sui motori di ricerca e sui social network. A ciò si si aggiungano i commenti ricevuti che, tanto nel caso di aziende e prodotti quanto nel caso dei singoli individui, possono arrivare a condizionarne fortemente l’esistenza. Tutto ciò è sempre più rilevante nella vita di ciascuno di noi, sia a livello ‘attivo’ che a livello ‘passivo’, in quanto ricercatori o oggetto di ricerca di informazioni, non solo in ambito lavorativo, ma anche nell’ambito della vita personale, e proprio per questo motivo è fondamentale essere totalmente consapevoli di quello che si pubblica o si condivide sul web, che spesso ha ripercussioni pesanti sulla vita fuori dal web: essere in grado di gestirlo nel miglior modo possibile è, quindi, necessario.

Considerato che l’uso delle tecnologie digitali è sempre più frequente anche nella vita dei bambini e delle bambine, come gli adulti immersi nella dimensione dell’onlife, in cui mondo analogico e spazio digitale sono talmente interconnessi da non riuscire a definirne la linea di separazione, occorre riflettere sulla costruzione della loro reputazione online, la quale incide sulla costruzione della reputazione generale dei futuri adulti.

La costruzione della web reputation dei più piccoli inizia con la loro ‘comparsa’ negli ambienti digitali, a volte addirittura prima della nascita, tramite l’intermediazione dei genitori. Continua poi, a partire da un’età sempre più bassa, tramite profili social personali, profili condivisi con adulti o profili di adulti, casi in cui è comunque necessario prestare attenzione perché la presenza sul web dei più piccoli riguarda anche la loro sicurezza che, accantonata la questione etico-morale inerente alla sovraesposizione dei minori da parte dei loro stessi genitori, viene messa a rischio dalla divulgazione di informazioni personali che prima di Internet rimanevano nelle conversazioni o negli album di famiglia (nome e cognome del bambino e dei suoi genitori, data di nascita, nome della scuola frequentata, colore preferito, cibo più amato, sport praticato, ecc.) e che ora vengono date in pasto a milioni di sconosciuti, spesso accompagnate dalla condivisione della geolocalizzazione dello spazio in cui una determinata attività è stata svolta o viene regolarmente svolta dai bambini.

Identità digitale2

Proprio sul ruolo dei genitori, parte attiva in una sorta di storytelling della vita del minore che si sviluppa attraverso la divulgazione di immagini che ne immortalano anche momenti di vita quotidiana, è necessario soffermarsi sul fenomeno dello ‘sharenting’: con questo neologismo, derivante dalle parole inglesi “share” (condividere) e “parenting” (genitorialità), si intende la costante condivisione online di contenuti che riguardano i propri figli, sottovalutata in relazione ai danni che può produrre esponendo i bambini alla lesione dei diritti alla privacy - non riferita solo agli adulti, ma anche ai minori, come sancito dalla Convenzione dei diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza e, più recentemente, dal Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR)- all’oblio e alla reputazione digitale, dei quali gli stessi genitori dovrebbero essere i primi garanti. La questione si complica in quanto questa esposizione ripetuta avviene senza il consenso dei minori, non richiesto perché troppo piccoli o comunque non in grado per la loro età di comprendere le implicazioni della visibilità in rete.

Ciò accade perché a oggi non esiste alcuna supervisione sullo sharenting da parte di enti preposti specificamente a valutare i contenuti condivisi e l’esclusivo interesse del minore, il quale si trova in una sorta di limbo in cui tutto è affidato alla gestione di mamma e papà: dal punto di vista giuridico, infatti, basta il tacito consenso di entrambi alla pubblicazione di contenuti web, a prescindere dalla loro natura, perché non insorgano problemi legali.

Al di là di questo, va ribadito che l’identità digitale costruita attraverso l’esposizione e la sovraesposizione mediatica dei minori ha effetti concreti sulla loro vita offline e sulla loro crescita e che questo può creare ripercussioni sul loro benessere psicologico, sociale, relazionale e scolastico, messo a rischio dal continuo giudizio degli altri rispetto a immagini magari innocenti, ma intime, che non avrebbero voluto fossero condivise perché percepite come lesive della loro reputazione o come fonte di imbarazzo.

Come gestire, allora, l’esposizione mediatica dei minori, se proprio non si riesce a evitarla?

Un suggerimento arriva dalla guida per i genitori sull’uso delle tecnologie digitali messa a punto da Save the children in collaborazione con la Polizia Postale e reperibile sullo sportello per la sicurezza degli utenti del web della Polizia Postale stessa (https://www.commissariatodips.it/index.html), che propone quattro semplici domande da porsi per provare a proteggere la costruzione della reputazione online dei più piccoli:

  1. L’immagine di mio figlio/figlia che sto per postare è privata e intima? Ha senso che sia resa pubblica?
  2. Mio figlio/a vorrebbe che condividessi pubblicamente quello che mi ha detto di lui/lei oggi la maestra?
  3. Tra 10 anni, sarà contento/a di trovare online questa immagine o video di sé?
  4. Sono sicuro/a che i contenuti da me postati riguardanti mio figlio/a non verranno scaricati e usati in altre chat? Potrebbero condizionarne l’esistenza in futuro?

In definitiva, ciò che i genitori dediti allo sharenting dovrebbero chiedersi costantemente è se darebbero mai a uno sconosciuto le stesse informazioni personali che condividono in rete e se gli consegnerebbero foto e documenti riguardanti i figli tramite i quali risalire ai dati sensibili dei minori, nell’assoluta inconsapevolezza del grado di pericolo a cui li espongono attraverso una pratica erroneamente ritenuta innocua: infatti solo se i genitori avranno una buona educazione digitale saranno capaci di contribuire positivamente alla costruzione della web reputation dei loro figli e di aiutarli a gestire la loro vita online in autonomia, proteggendoli dai rischi derivanti, ad esempio, dalla manipolazione e dalla divulgazione di loro immagini in ambienti online, senza alcuna possibilità di controllo.


a cura di Raimonda Bruno - Docente di discipline letterarie e latino

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