a cura di Raimonda Bruno
L’uso dei social network (Facebook, Instagram, X…) dilaga tra gli individui di tutte le età e, di pari passo, si dilata lo spazio immateriale che essi occupano in ogni ambito della vita dell’uomo, in primis quello della comunicazione. Tutti possono informarsi e dare informazioni, in totale assenza di controlli e sanzioni nel caso della diffusione di informazioni false, esprimendo le proprie opinioni e dissentendo da quelle degli altri, ma nella capienza ridotta a poche battute, le quali rendono difficile articolare un pensiero e lasciano inespresse le sfumature delle argomentazioni, spingendo verso posizioni ideologiche polarizzate.
Di fatto la comunicazione via social, specialmente nell’ultimo decennio, ha determinato il passaggio da un sistema in cui un unico emittente trasmetteva a molteplici destinatari contenuti di vario argomento a un sistema in cui molteplici emittenti sono in continuo dialogo con molteplici destinatari, in un processo di autoalimentazione e generazione all’infinito di opinioni e informazioni. Se da una parte ciò testimonia il valore del diritto a esprimerci liberamente, sebbene non acquisito in tutte le parti del mondo, dall’altra impone una riflessione sulla libertà di espressione in rete.
In Italia la libertà di espressione viene sancita dall’articolo 21 della Costituzione, a ragione considerato la “pietra angolare dell’ordine democratico” (Sentenza della Corte Costituzionale nr. 84 del 1969), in cui si legge che “Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Quando la nostra Costituzione è stata redatta, cioè nel 1947, il riferimento a “ogni altro mezzo di diffusione” rimandava ai canali di comunicazione allora in uso quali la radio, la televisione, il cinema, le riproduzioni audiovisive e non certamente alla rete che, per estensione, ai nostri giorni è lecito pensare rientri tra essi.
A livello europeo, la norma di riferimento in materia è l’articolo 11 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) firmata nel 1950.
Le disposizioni normative cui si è fatto riferimento, non definendo esplicitamente contenuto e mezzo dell’espressione nel tempo della rete, stanno mostrando il limite della loro operatività in quanto fortemente condizionate dal progredire rapido e costante delle tecnologie telematiche e ciò impone un adeguamento normativo alla nuova realtà, che in parte si è realizzato, tra il 2006 e il 2008, attraverso l’Internet Bill of Rights redatto dall’ONU, una vera e propria Dichiarazione dei diritti in Internet, introdotti in Italia da un documento del 2015 redatto dalla Commissione per i diritti e i doveri relativi a Internet costituita dalla Presidenza della Camera dei Deputati.
Al netto di questa premessa, non può sfuggire all’utente anche solo occasionale dei social che spesso il principio della libertà di espressione viene mal inteso, in quanto identificato con una libertà di espressione assoluta, che non tiene conto dei limiti a tutela del vivere civile: fake news, teorie complottiste, hate speech trovano così spazio nella rete, che diventa cassa di risonanza di opinioni spacciate per fatti e di informazioni non suffragate da alcuna verifica della loro attendibilità e/o veridicità, ovvero luogo immateriale in cui la post-verità, scaturita da notizie false date per autentiche e caratterizzate da un forte appello all'emotività e da un apparente senso logico, influenza fortemente l'opinione pubblica.
In questo contesto non può passare inosservato il ruolo strategico che l’informazione sui social riveste in ambito politico, tanto che i governanti in essi hanno trovato un vero e proprio palcoscenico su cui esibirsi, ma se da una parte ciò garantisce la possibilità di far arrivare le loro idee a milioni di persone, dall’altra li espone al controllo e alla critica da parte di quegli stessi milioni di persone, non sempre in accordo con la loro azione, in quanto al diritto di manifestare il proprio pensiero corrisponde il diritto altrui a dissentire.
Questo ‘annullamento delle distanze’ tra emittente e destinatario delle informazioni, ovvero, nel caso specifico, tra chi governa e l’utente della rete, solo agli occhi di un osservatore superficiale rappresenta il miglior mezzo a garanzia di una effettiva libertà di espressione, in quanto, in realtà, esso non assicura un accesso realmente libero all’informazione, non potendo sottrarsi all’azione degli algoritmi delle piattaforme social, che mostrano agli utenti contenuti web simili perché in linea con i loro interessi e le loro preferenze e che, di fatto, creano tramite filtri una gerarchia dei contenuti visualizzabili: sono gli algoritmi a decidere quali post mostrare e a quali persone, decretando in questo modo il successo o l’insuccesso di una strategia social e facendo sì che la rete diventi lo spazio di flussi incontrollabili di informazioni controllate in cui il pluralismo delle fonti, indispensabile nel processo di formazione dell’opinione pubblica in quanto argine al dilagare di pericolosi fenomeni di propaganda, viene compromesso al punto da arrivare a costituire una vera e propria minaccia per la vita della democrazia.

C’è dell’altro: l’uso sempre più massiccio dei social network ha creato due nuovi fenomeni che determinano dinamiche con ricadute politiche e sociali importanti: il primo è il virtue signalling, il secondo è il digitine.
Con l’espressione virtue signalling si fa riferimento, chiaramente in accezione negativa, all’atteggiamento di chi ostenta la sua adesione a valori che riscuotono il consenso dell’opinione pubblica per ottenere visibilità e approvazione, senza adoperarsi concretamente per promuoverli; con il termine digitine, neologismo formato dalla crasi tra i termini «digital» e «guillotine» (cioè ‘ghigliottina digitale’), si fa invece riferimento alla tendenza a bloccare in massa le celebrità che non utilizzano le proprie risorse per aiutare chi ne ha bisogno e che non esprimono pubblicamente la loro posizione rispetto a determinate questioni umanitarie, facendo loro perdere visibilità e, conseguentemente, tagliandole fuori dal mercato degli affari.
Entrambi i fenomeni sono fortemente lesivi della libertà di manifestazione del pensiero e di accesso non condizionato alle informazioni, in quanto il virtue signalling orienta il consenso verso chi solo in astratto si propone come virtuoso agli occhi dell’opinione pubblica, di cui cerca e ottiene l’approvazione, e il digitine punisce chi si avvale di una facoltà intrinseca al principio di libertà di espressione, ovvero quella di non manifestare il proprio pensiero.
Tutti questi elementi stanno alla base di quella che Damiano Palano, direttore del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha definito ‘bubble democracy’, cioè ‘democrazia a bolle’, un nuovo modello di democrazia che ha cominciato ad imporsi nel 2009, quando Google ha scelto di personalizzare le ricerche degli utenti utilizzando filtri che hanno chiuso l’individuo nella sua bolla di pregiudizi e visioni del mondo polarizzate in cui la politica si innesta, all’interno della quale si trovano solo contenuti in linea con le preferenze da lui stesso espresse attraverso l’interazione con i motori di ricerca (Damiano Palano, Bubble Democracy. La fine del pubblico e la nuova polarizzazione, Scholé edizioni, 2020).

È evidente che tutto ciò espone la democrazia a gravi rischi in quanto interviene pericolosamente sul pluralismo dei pensieri e sui comportamenti di masse sempre più inconsapevoli, ed impone una revisione attenta e costante delle forme di regolamentazione del flusso delle informazioni che scorrono attraverso i social, facendo di Internet, spazio transnazionale e sovranazionale alla portata di (quasi) tutti, uno spazio vero di opportunità, superando le criticità al suo interno evidenziate attraverso la creazione di regole globali, alla base del rispetto delle quali deve esserci una seria educazione al digitale per tutti, allo scopo di individuare il giusto equilibrio tra libertà di espressione e tutela della società e dei valori democratici.
