Paul Watzlawick, uno psicologo che si è occupato di approfondire i meccanismi della comunicazione umana, affermava che “è impossibile non comunicare”. Tutto è comunicazione. Anche un sintomo e i comportamenti associati, infatti, possono assumere il valore di un messaggio comunicativo trasmesso dalla persona. Quando non riusciamo ad esprimere le nostre emozioni possiamo trovarci di fronte all’anestesia emotiva, ovvero quell’incapacità di “liberare” ciò che proviamo, tendendo a ignorarlo o nasconderlo. Quando parliamo di anestesia emozionale in psicologia, possiamo riferirci all’alessitimia che, letteralmente, significa “assenza di parole per esprimere le emozioni”.
L’anestesia emotiva può essere, quindi, definita come l’incapacità di entrare in contatto con le proprie emozioni e di esprimerle in maniera corretta. Si tratta di una condizione che non va confusa con l’apatia (o assenza di emozioni), poiché la persona anestetizzata emotivamente sperimenta forti emozioni: non è però in grado di comprenderle – o si rifiuta di comprenderle – e dunque di elaborarle in maniera corretta.
Anestetizzare i sentimenti, tuttavia, non significa affatto non provarne: le emozioni, infatti, hanno una funzione indispensabile: esistono perché ci salvano e anche quelle considerate negative, se ben gestite, hanno importanti scopi. Si pensi alla paura e alla rabbia: la paura ci permette di non incorrere in condotte pericolose per la nostra incolumità mentre la rabbia ci serve a comprendere le cose che non ci piacciono, che non fanno per noi, dalle quali allontanarsi.
Oggi si sente sempre più spesso parlare di violenza, specie tra i giovani, dovuta proprio all’aumento del fenomeno dell’anestesia emotiva e si imputa ciò soprattutto allo smodato uso dei social media da parte dei nativi digitali, ma quanto c’è di vero in questo? E fino a che punto i due fattori possono dirsi correlati?
Vediamo di fare chiarezza: in primis, occorre evidenziare che di certo alla base dell’anestesia emotiva possono esserci diverse cause. Tra esse ricordiamo: meccanismi di difesa disfunzionali, esperienze traumatiche, eccessivo desiderio di controllo e razionalizzazione, patologie pregresse come depressione, disturbi psicotici, dissociativi o dell’alimentazione; ambiente educativo troppo rigido e violento, tra quelle più note.
In diversi studi è stata trovata un'associazione significativa tra uso massiccio dei social network e problemi psicologici.
I social media sono tossici non solo perché sono progettati per creare dipendenza, ma anche perché diffondono disinformazione e cercano di catturare l'attenzione degli utenti attraverso notizie false piuttosto che notizie "vere" verificate. Gli smartphone, poi, sfruttano un normale e sano bisogno di socialità, ma il livello di iper-connettività spinge il sistema di ricompensa del cervello ad andare in overdrive, il che può portare a dipendenze malsane. Come abbiamo accennato, i social offrono una forma di gratificazione immediata.
Ricevere like, commenti o condivisioni attiva il sistema di ricompensa nel nostro cervello, rilasciando neurotrasmettitori come la dopamina che ci fanno sentire bene. Ricerche recenti mostrano che gli adolescenti che trascorrono più di tre ore al giorno sui social media corrono il doppio del rischio di sperimentare scarsi risultati di salute mentale, come sintomi di depressione e ansia. I social media, inoltre, possono indurre a sentimenti di inadeguatezza e bassa autostima, infatti, essi hanno un impatto significativo sull'opinione pubblica e sulla formazione delle idee, grazie la condivisione di contenuti, le persone possono influenzare il pensiero degli altri, creare consenso o alimentare divisioni.

ll bisogno di appartenenza spinge gli utenti a condividere per provare una sorta di accettazione sociale da parte di un gruppo o un individuo perché che ci piaccia o no, vogliamo tutti sentirci accettati e considerati dalle persone con cui condividiamo gli stessi valori.
Sotto questo punto di vista è, pertanto, innegabile che ci sia una correlazione tra il fenomeno dell’anestesia emotiva e lo smodato utilizzo dei social media. Si fa fatica a vivere le emozioni, lo schermo mette distanza, i ragazzi perdono il contatto con le emozioni forti, condividono l’immagine, l’esperienza, ma non entrano nel vissuto emotivo di questa con la conseguenza di non riuscire a mettersi in contatto con le proprie emozioni e a gestirle correttamente.
Ma vi è di più: spesso, come noto, nella realtà immateriale dei social, e non solo, la violenza, diventa una modalità di relazione, spesso si estremizzano le posizioni, inoltre, la depersonalizzazione, ovvero, quello stato in cui si sperimenta un senso di irrealtà, come se guardassimo il mondo dall’esterno del nostro corpo, si amplifica nettamente nel mondo virtuale per effetto della dematerializzazione della realtà e della schermatura del monitor.
Ne deriva un’esperienza in cui ci si sente alieni rispetto al proprio corpo e alle proprie emozioni sperimentando isolamento, con la conseguenza che viene meno, sempre più spesso, l’abitudine quotidiana alla relazione e la consapevolezza della presenza di una comunità protettiva e si assiste a fenomeni sempre più frequenti di freddezza, distacco, fino ad arrivare alla vera e propria “anestesia emotiva”.
L’anestesia emotiva, in psicologia, non è classificata come patologia, ma è presente in diverse condizioni psicopatologiche, come nei disturbi alimentari (DCA) o nella bassa autostima, inoltre le persone che provano anestesia emozionale hanno più difficoltà a entrare in contatto con le proprie emozioni, comunicarle agli altri e a sé stessi, affermare i propri bisogni connessi affrontando i possibili conflitti che ne possono derivare.
Avere paura delle proprie emozioni, inoltre, provoca maggiormente il rischio di incorrere in problematiche di natura psicosomatica. In certi casi, si manifesta una vera e propria difficoltà a riconoscerle e a svilupparne la consapevolezza, fino a sentirsi anestetizzati: il dialogo interiore tende ad essere privo di emozioni, mancano riferimenti ai propri vissuti, bisogni, sentimenti, si può sperimentare l’impotenza appresa, che si accompagna al pensiero di non avere alcuna possibilità di scelta ci si limita a descrivere i propri sintomi fisici, come se non avessero alcun significato interiore ed emotivo, infine, nelle relazioni si può vivere una vera controdipendenza affettiva, evitando di creare legami profondi con gli altri.
In particolare, quando l’anestesia emotiva intacca la vita di coppia si può innescare un ciclo della violenza. Pensiamo, ad esempio, a quando uno dei partner non è in grado di gestire ed esprimere la rabbia, con il rischio di mettere in atto una spirale di aggressività e violenza via via sempre maggiori. In altri casi le conseguenze dell’anestesia emotiva riguardano la sessualità, quando la paura dell’intimità impedisce di condividere con l’altro le proprie emozioni più profonde. Questo fenomeno, tuttavia, non ha solo ripercussioni sulla vita di coppia e può riguardare tutti i tipi di relazioni, inclusa quella genitori-figli. Ne è un esempio il caso di quei bambini e ragazzi che non riescono a parlare di cosa provano e sperimentano l’anestesia emozionale durante la separazione dei genitori, un lutto complicato o un abbandono da parte di una figura significativa.
L’anestesia emozionale può essere trattata, attraverso un percorso terapeutico che vada ad individuare la causa della problematica e a risolverla alla radice. Si tratterà, per esempio, di lavorare sul vissuto traumatico che ha innescato la condizione, o, in alternativa, di insegnare all’individuo come rapportarsi alle proprie emozioni, riconoscendole come necessarie ed esprimendole in maniera corretta. Attraverso un percorso di supporto psicologico, si può comprendere il senso e il complesso significato del proprio malessere e di come esso si connota nel “qui e ora”. In tal modo si può riscoprire l’emotività come risorsa e non come limite, attraverso il valore indiscusso della propria unicità; perché, quando non riusciamo ad esprimere i nostri vissuti attraverso le parole, il corpo prova a dar loro voce in altri modi. Può essere funzionale anche ritrovare la consapevolezza dei propri bisogni: riflettere su di essi è un ottimo punto di partenza poiché a volte si tende ad ascoltare molto gli altri e poco noi stessi, mentre è ascoltarsi e ritrovare dentro sé stessi il baricentro emotivo.
Ma non basta, occorre sentire la necessità di ricostruire i legami sociali ponendo attenzione all’altro, non facendo sentire solo il prossimo e, soprattutto, riscoprendo quel senso di collaborazione in grado di farci avvertire l’altro come un osservatore pronto a sostenerci e non a giudicarci. È questo a cui si deve puntare.
A cura di Claudia Ambrosio- Criminologa esperta in web-crime
