Periodico delle Tecnologie dell'Informazione e della
Comunicazione per l'Istruzione e la Formazione
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PERCHE OCCUPARSI DI SICUREZZA di Paolo Preianò*

Abstract - L’articolo cerca di identificare i punti chiave intorno ai quali ruota la realizzazione, purtroppo ancora parziale, di una società in cui la salute e sicurezza del lavoratore sia insita nei processi e vista come un qualcosa di interno alle logiche aziendali e non come un elemento esterno da applicare. L’idea della formazione precoce delle generazioni future ad una nuova etica del lavoro oltre alla capacità di quantificare correttamente il valore della vita costituisce la base del modello sociale da proporre.

* Ingegnere - Esperto in Sicurezza e Lavoro


Da inizio anno non facciamo che leggere sui quotidiani notizie di incidenti, morti, infortuni occorsi durante le attività lavorative e questo, diciamolo senza giri di parole, è un fenomeno diventato stucchevole e doppiamente inaccettabile. Perché se da un lato è impensabile vedere vite strappate via a causa di situazioni evitabili, dall’altro ci fa percepire che qualcosa continua a non entrarci in testa. Non è mio obiettivo fare sermoni o pontificare dalla tastiera di un PC, vorrei solo fare un piccolo ragionamento insieme, cercando di individuare dei punti critici che richiedono correzione.  Primo punto: le sanzioni non dovrebbero essere il metodo più efficiente. Nonostante la loro efficacia deterrente in alcuni casi, seppur non in generale, le sanzioni sono poco efficaci. Perché non credo (almeno mi rifiuto di credere) che i datori di lavoro o i responsabili della sicurezza abbiano volutamente messo in pericolo la salute dei propri lavoratori, consci soprattutto di tutte le conseguenze che la cosa avrebbe avuto. Sanzionare in quei casi può risarcire certamente le vittime e i danneggiati, ed è corretto che sia così, ma non cambia i ragionamenti degli addetti. Il fatto è che oggi si parla troppo poco di sicurezza sul lavoro e quando lo si fa si presta attenzione al dettaglio tecnico-normativo, all’articolo tal dei tali, all’equazione specifica per quantificare un valore di rischio, alle scadenze ecc. Ci si dimentica per esempio di spiegare “perché” è necessario che la sicurezza sul lavoro sia un tutt’uno con i processi aziendali. Oggi i sistemi nascono integrati con la sicurezza stessa. Ad esempio le case vengono già progettate installando i sistemi per eventuali future manutenzioni in sicurezza, le apparecchiature sono dotate di schermature o di pulsanti di emergenza e altre cose del genere. Quindi, l’integrazione della sicurezza all’interno del processo significa ragionare in questo modo: tutto ciò che faccio lo costruisco partendo dal principio base che è il rispetto e la tutela del benessere dell’individuo. Il modello economico degli anni passati, il cosiddetto modello economico lineare era caratterizzato da un principio che estremizzava le idee consumistiche: estrazione materia, produzione, consumo, rifiuto. Serviva un nuovo prodotto? Ripartiamo dall’estrazione della materia prima. Era chiaro anche ai più miopi che un sistema del genere giungesse ad un punto di rottura che, effettivamente, arrivò qualche decennio fa quando ci si rese conto intanto che i rifiuti finali erano ormai ingestibili (in aggiunta alcuni erano gestiti in modo illegale) e che l’ambiente rischiava di ritrovarsi in condizioni di forte deterioramento, in alcuni casi irreversibile, nonché che le materie prime iniziavano a scarseggiare. Il modello supplementare divenne quello economico circolare nel quale, ad un certo punto, il processo si “contorce” su se stesso. In pratica: estrazione materia, produzione, consumo, materiale di scarto reimmesso nel ciclo produttivo con piccola quantità di rifiuto da amministrare rendendo il tutto, di fatto, conveniente per ogni azienda che si ritrova a gestire scarti da lavorazione come un bene ulteriore. Trasformare un inconveniente in conveniente è il primo passo. C’è una frase molto bella di qualche tempo fa del dott. Nicola Gratteri che riporto testualmente perché potrebbe tranquillamente essere applicata al contesto della salute e sicurezza sul lavoro: “In Italia abbiamo la legislazione antimafia più evoluta al mondo, però questo non basta: bisogna cambiare le regole del gioco, in modo tale che non sia più conveniente delinquere”. Togliamo “antimafia” e mettiamoci “relativa alla salute e sicurezza sul lavoro” ed è una frase perfetta anche per il nostro contesto. Finché sarà conveniente saltare qualche incombenza, dare DDPI poco appropriati, non fare le manutenzioni ai mezzi ed alle attrezzature e rischiare in nome di un guadagno subitaneo piuttosto che ottemperare alla legge, allora continueremo a vedere i casi crescere. Quasi la totalità dei casi di incidenti sul lavoro riguarda, ad esempio, la necessità di fare le cose in fretta per poter rientrare nei costi o di dover saltare qualche step per ragioni economiche. Quando è conveniente una cosa? È conveniente quando il valore intrinseco di ciò che acquisto è superiore a quanto ho speso per acquistarlo, ovvio. Faccio un affare se compro un’auto spendendo meno di quanto in realtà credo che valga, viceversa sarebbe un pessimo affare. Quello che stiamo implicitamente dicendo è che la vita e la salute umana, nell’idea collettiva di oggi, hanno meno valore di un guadagno economico. Anche questo è un punto di rottura che richiede un cambio di rotta che parta dalla comprensione che le sanzioni servono, ma non devono essere il pilastro fondante. Non sto dicendo che chi sbaglia debba farla franca sempre, ma che, in assenza di dolo, è necessario chiedersi “perché” quel datore di lavoro ha omesso di fare una certa cosa. Cosa lo ha spinto a rimuovere un sistema per la sicurezza.   Secondo punto: iniziare a parlare di sicurezza nella prima parte della formazione personale. Avendo capito che trattasi di una forma mentis nuova da acquisire possiamo passare alla seconda fase che dovrebbe essere quella di instillare nelle nuove generazioni questo paradigma. Molti corsi di laurea tecnica oggi non prevedono alcuna formazione relativa alla salute e sicurezza degli operatori. Molti ingegneri sono abilitati a dirigere i lavori in un cantiere ma non sanno nulla di come pianificare il cantiere stesso in sicurezza. I programmi delle scuole superiori, soprattutto di quelle ad indirizzo tecnico, spesso prevedono piccoli lembi di un’area così vasta con la quale oramai tutti dobbiamo confrontarci, anche nel momento in cui ci mettiamo alla guida di un’auto o prendiamo l’ascensore. La cosa più performante sarebbe abbinare il tutto con le considerazioni di ordine morale ed etico proprio per essere in grado di “quantificare” il valore della controparte del denaro: la vita umana. Quanto vale la vita umana non lo sapremo mai ma almeno daremo alle nuove generazioni il principio secondo il quale vale certamente più di qualsivoglia cifra in denaro e questo, ne sono certo, sarebbe un grossissimo passo in avanti. Ad esempio, potremmo spiegare loro che anche i testi antichi parlavano di sicurezza sul lavoro:

Quando costruirai una casa nuova, farai un parapetto intorno alla tua terrazza, per non attirare sulla tua casa la vendetta del sangue, qualora uno cada di là. Deuteronomio, 22:8

O che la Costituzione Italiana stessa promuove la cultura del rispetto della salute del lavoratore:

Art. 4. La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Art. 32. La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Art. 36. Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.

Ma questo può anche non essere noto ai giovani studenti, visto che la Costituzione viene spiegata poco e male. Il degrado culturale del nostro paese è evidente, credo non ci sia bisogno di farlo notare, sottolinearlo sarebbe anche cinico e sadico. Noi, come rivista, ci siamo occupati spesso delle nuove generazioni e del loro vivere senza freni e senza meta se non quella dell’aumento del numero di followers o di visualizzazioni. Eppure, qualcuno ha mai spiegato loro i principi fondamentali dell’universo? Se sì, in che modo? Facendo in modo che ripetessero a memoria qualcosa detta da qualcun altro o sfruttando pensieri altrui per formare il proprio ideale di vita?  Terzo punto: tutto verrà spontaneo. Nel momento in cui le nuove generazioni sappiano comparare il valore della vita e della salute con il guadagno economico proveniente da un lavoro “non in sicurezza” allora le sanzioni sarebbero inutili perché la sanzione sarebbe l’idea stessa di aver messo a rischio la vita di una persona e la stessa applicazione delle norme sarebbe automatica e spontanea. Per farlo però è importante fare come si fa per i prodotti e servizi progettati oggi: integrare la sicurezza già in fase di progettazione. Anche il docente, che di fatto è un progettista delle menti del domani, dovrebbe integrare la sicurezza da subito agendo su una materia atipica: l’intelletto, un qualcosa che oggi ci è sfuggito di mano.

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Un cantiere senza umani di Paolo Preianò

Un cantiere senza umani di Paolo Preianò1

Abstract - Nell’articolo saranno analizzati gli sviluppi degli ultimi anni per quanto riguarda la pervasività della robotica e dell’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro con tutte le criticità del caso. Saranno presi in esame alcuni spunti della normativa italiana, europea ed internazionale per comprendere cosa ci aspetta e quali direzioni seguire per la mitigazione di ogni rischio.

L’altra notte, giuro, ho sognato di essere il direttore dei lavori di un cantiere futuro fatto di soli robot. Tutto filava liscio: ubbidienza totale al limite della sudditanza, adulazione massima, rispetto puntuale delle regole, nessuna necessità di verificare che i lavoratori siano in possesso di dispositivi di protezione individuale (a chi può importare se un robot si rompe l’end effector…) o di idoneità sanitaria alla mansione. Un paradiso. Poi, ad un certo punto, ricordo di aver avuto fame e di aver, istintivamente e senza riflettere, chiesto a tutti di interrompere le lavorazioni per andare a pranzare insieme e bere un caffè. Non so se vi è mai capitato di sognare, essendo certi che si tratti di un sogno ma di esserne intrappolati all’interno e di attendere quell’evento, che sia una parola, un gesto o una caduta rovinosa che, magicamente, ci riporta nella realtà. Mi trovavo esattamente in quella condizione. Ero convinto di sognare ma attendevo un passaggio verso il mondo reale. Quella navetta mi fu offerta, facendomi sobbalzare dal letto, dalla risposta di uno dei presenti, presumo il master di tutti:

  • Capo, noi non mangiamo, non beviamo, non fumiamo, non dormiamo. Lavoriamo solo. Per questo ci amate così tanto!

Che bello svegliarsi e dire: E tutto un sogno. Ma è davvero così remota la storia che stiamo raccontando? A seguire il panorama scientifico del settore sembrerebbe proprio di no.

Nel 1956, alcuni esperti di computazione diedero all’intelligenza artificiale l’idea che possa condurre a far comportare una macchina in modi che sarebbero chiamati intelligenti se un essere umano si stesse comportando così. Idea lodevole senza dubbio. Eppure le macchine che ho sognato non mangiavano mai e pensavano solo a lavorare, lo stesso termine robot pare rimandare a significati quali schiavo o lavoro pesante. È questa l’idea di uomo intelligente? È inevitabile che l’intelligenza artificiale dei nostri tempi e degli sviluppi futuri sia concentrata sulla creazione di attività intelligenti in quanto dotati di alcuni parametri essenziali che sono: ragionamento e apprendimento. Un buon robot sarà in grado di “ragionare” non come intendiamo noi, bensì come ricezione di input dal sistema sensoriale e conseguente elaborazione degli stessi per identificare un’azione finalizzata al raggiungimento del target fissato dall’umano - si spera. Per il cantiere che stavo oniricamente dirigendo i lavoratori dovevano fare un certo manufatto e l’azione migliore in quel momento era semplicemente lavorare non avendo altro di cui preoccuparsi. L’apprendimento è differente e potenzialmente pericoloso. Anche gli uomini potenti nel corso dei secoli si sono sempre preoccupati di fare in modo che i sudditi apprendessero il meno possibile proprio perché l’apprendimento accresce il ragionamento e non viceversa. Se i robot apprendessero per miracolo che vivere una vita in quelle condizioni non ha alcun senso inizierebbero a valutare altre azioni in relazione agli input sensoriali. Inizierebbero cioè a ribellarsi e questo l’umano, come il potente di un tempo, non può permetterselo perché si trova in minoranza. Il pericolo per l’uomo sta in questo campo. Se le macchine iniziassero ad evolvere il loro sistema di apprendimento, che sia una rete neurale, un albero decisionale o altra tipologia, per gli uomini di oggi soprattutto sarebbe un grosso guaio.

Ora torniamo a noi. Nel panorama europeo la robotica è intesa come “Intelligenza Artificiale in azione nel mondo fisico” che ha richiesto, nel corso degli anni, una difficile e tortuosa regolamentazione. Per quanto riguarda la regolamentazione europea, non possiamo non citare la Direttiva 2006/42/CE, nota come Direttiva macchine, oppure gli standard di riferimento, applicabili nei sistemi che impiegano macchine dotate di intelligenza artificiale, ad esempio la ISO 10218:2011 – Robots and Robotic Devices, ISO 13482-2014 – Safety Requirements for Personal Care Robots ed altri sistemi, quali il Codice Etico del 2019 da parte dell’Unione Europea con le linee guida per l’utilizzo e sviluppo di sistemi di Intelligenza Artificiale che nei precedenti numeri abbiamo anche trattato, seppur brevemente. La Commissione Europea ha avuto modo di dire la sua riguardo allo sviluppo della Robotica segnalando che, nell’immediato futuro, testualmente:

“Influenzerà ogni aspetto in ambito lavorativo e in ambito domestico. La robotica ha le potenzialità per trasformare la vita e le pratiche di lavoro, aumentare l’efficienza e i livelli di sicurezza, assicurare livelli di servizio più elevati e creare lavoro. Il suo impatto crescerà nel tempo, così come l’interazione tra robot e persone”. Oppure: “Oggi, i robot stanno raggiungendo capacità e un’adattabilità eccezionali e la robotica e IA avranno implicazioni enormi per settori di vario genere”.

Cosa accadrà negli ambienti di lavoro è già accennato nelle attuali modifiche strutturali degli uffici o dei cantieri. La crescita esponenziale dell’efficienza delle macchine creerà eguale richiesta di risorse umane qualificate per poterle gestire, manovrare, comandare, riparare. La crescita, purtroppo, a meno di inversione di tendenza, porterà maggiore stress e discriminazione, precarietà, disturbi muscoloscheletrici e tanto altro ma, come noto a chi segue i miei articoli, non amo guardare questo lato della medaglia perché sono convinto che facendo crescere a dismisura i vantaggi sia possibile oscurare gli svantaggi o renderli quantomeno trascurabili. Purtroppo, ogni cambiamento lascia dietro alcune persone ma su questo dovranno essere altri servizi a metterci mano per aiutare, come è giusto che sia, coloro che non saranno in grado di stare al passo. Un beneficio immediato e tangibile è rappresentato dalla possibilità di far eseguire alle macchine attività ad alto rischio come ad esempio i lavori in atmosfere a rischio esplosione o in ambienti confinati o per attività con una forte ripetitività ad alto rischio per l’essere umano. Nel cantiere del sogno tutte le macchine seguivano scrupolosamente quanto era stato impartito loro e non sussisteva alcun rischio di comportamento abnorme. L’autonomia dei robot unitamente alla collaborazione con gli uomini daranno forme inedite agli standard tecnici che dovranno proteggere tutti i dipendenti dai rischi che potrebbero derivare dalla presenza di questi signori di latta accanto a loro. Come afferma un recente rapporto dell’Organizzazione Olandese per la Ricerca Scientifica applicata, vi sono tre tipologie di rischi per la salute e sicurezza sui luoghi di lavoro nelle interazioni uomo-robot, quali:

  • Collisione: l’apprendimento di cui parlavamo potrebbe portare i robot a comportamenti imprevedibili (sic!)
  • Sicurezza: i sistemi avranno dei software integrati e una connessione alla rete. Cosa accadrebbe nel momento in cui dovessero essere violati e controllati da un malintenzionato?
  • Ambiente: il robot sarà programmato per rispettare l’ecosistema?
  • Rincorsa: il robot si adeguerà al ritmo umano o viceversa?
  • Privacy: un robot può condividere i dati che acquisisce? Con chi?

Non mancano poi altre perplessità di carattere normativo, che riguardano la responsabilità nel caso di inesattezze, guasti, errori, soprattutto per quanto concerne poi l’identificazione del responsabile ed il risarcimento dell’eventuale parte offesa.

L’uomo però è essenzialmente una creatura che tende ad amare ed affezionarsi a qualunque cosa e, sono certo, farà lo stesso anche con i sistemi in via di sviluppo. In Io,Robot, film bellissimo, il cui titolo condensa l’ Io insito dentro al robot, accade che, nel corso di un colloquio con Sonny, un automa, l’agente Spooner, diffidente al massimo, commette un errore che apre una finestra verso il nostro possibile passaggio dalla diffidenza al rispetto:

1) Ingegnere - Esperto in sicurezza sul lavoro

BIBLIOGRAFIA

  • European Commission, Robots and the Machinery (& Medical Devices) Directives: Traditional, Autonomous and Collaborative Robots, 2019
  • International Federation of Robotic, Executive Summary World Robotics 2018 Industrial Robots, IFR 2017
  • European Agency for Safety and Health at Work, il futuro del lavoro: la robotica:2019
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Il datore di lavoro versione 4.0 di Paolo Preiano'

Il presente articolo si concentra sulla nuova condizione del datore di lavoro 4.0 ovvero di quella figura che sarà chiamata nei prossimi anni a mutare radicalmente la propria formazione e forma mentis nonché la struttura organizzativo - gestionale dell’azienda. La sensazione principale è quella di un viaggio verso l’ignoto che, come tutti i viaggi la cui destinazione non è programmata, suscita un senso di angoscia. Per superarlo si può fare solo una cosa: conoscere un po’ la strada che andrà percorsa.

 

Dicono che prima di entrare in mare
Il fiume trema di paura.
A guardare indietro
tutto il cammino che ha percorso,
i vertici, le montagne,
il lungo e tortuoso cammino
che ha aperto attraverso giungle e villaggi.
E vede di fronte a sé un oceano così grande
che a entrare in lui può solo
sparire per sempre.
Ma non c’è altro modo.
Il fiume non può tornare indietro.
Nessuno può tornare indietro.
Tornare indietro è impossibile nell’esistenza.
Il fiume deve accettare la sua natura
e entrare nell’oceano.
Solo entrando nell’oceano
la paura diminuirà,
perché solo allora il fiume saprà
che non si tratta di scomparire nell’oceano
ma di diventare oceano.

(Khalil Gibran – Il fiume e l’oceano)

Ho sempre amato la magia che accompagna la frase c’era una volta e quel suo potere di collocare il lettore in un luogo in cui spazio e tempo cessano di avere la funzione che hanno per noi in questo “regno” e di creare quella sintonia tra immaginazione e realtà che, in tal contesto, si confondono dando a colui che legge quella sensazione di non essere più in grado di distinguere cosa è reale da cosa appartiene alla finzione e mi piace essere certo che fosse stato questo l’obiettivo che si era prefissato l’inventore di quella formula magica. Sentite la differenza (l’inizio è della fiaba di Pollicino): “Un povero contadino una sera se ne stava seduto accanto al focolare ad attizzare il fuoco, mentre sua moglie filava” fa subito pensare ad un ipotetico vicino di casa o a qualche scena bucolica reale e concreta che possa essere vista girando l’angolo di qualche viuzza di paese. Piuttosto: “C'era una volta un povero contadino che una sera se ne stava seduto accanto al focolare ad attizzare il fuoco, mentre sua moglie filava” rappresenta qualcosa che esula dalla nostra quotidianità, rende la tal cosa inafferrabile ed è come se appartenesse ad un mondo diverso dal nostro in cui per arrivarci è richiesto un viaggio senza però darci indicazioni né in merito ai mezzi di trasporto né tantomeno alle coordinate geografiche della méta. Sembrerà strano ma è il viaggio e le difficoltà intrinseche che si porta dietro il primo punto chiave di questo articolo. Queste escursioni mentali potenziavano in modo naturale, spontaneo ed inimmaginabile la psiche del lettore che, senza rendersene conto, si elevava anche quando a primo acchito gli sembrava di leggere storielle per bambini, cosa che in realtà non erano affatto. È appurato che quella formula magica serviva proprio per gli adulti perché i bambini hanno già innata una capacità di viaggiare con la mente che non richiede altro, sebbene questo io lo abbia capito solo adesso che sono padre. Ricordo, invece, che da fanciullo, quando erano gli altri a leggere per me, sentire quell’incipit all’inizio di ogni fiaba mi dava una sorta di fastidio, come se lo scrittore mi stesse sottovalutando. Ora, che dovrei essere istruito, invece no, ne avverto un senso di totale bisogno. La scuola è quell’esilio in cui l’adulto tiene il bambino fin quando è capace di vivere nel mondo degli adulti senza dar fastidio diceva la Montessori. Niente di più vero. La mente dell’adulto “sfornato” dalla scuola dei nostri tempi viene traumatizzata da tante forzature cui è sottoposta direttamente o indirettamente: ragionare per causa-effetto, pensare ad un tempo necessariamente sequenziale e irreversibile, non allenarsi alla critica positiva o a mettere in dubbio socraticamente ogni cosa e credere fermamente che un viaggio possa essere solo fisico mentre quello mentale è impossibile se non addirittura pericoloso e sinonimo di malattia psichica, dimenticando che, seguendo questo metro, la stragrande maggioranza dei geni del passato (Jules Verne, Antoine de Saint-Exupéry, Jonathan Swift, i fratelli Grimm per citarne alcuni) sarebbero stati internati in qualche manicomio. Tutto questo si porta dietro l’inesorabile paura di ogni novità e di qualsivoglia luogo che non si conosca a priori o del quale non si possano controllare preventivamente le condizioni. Eppure la méta la scegliamo sempre ed esclusivamente noi uomini. A titolo di prova, molti si lamentano della pervasività delle reti cellulari rivangando i fasti della libertà anonima ma poi sono i primi a passare le giornate a pubblicare sui social ogni evento della loro quotidianità magari lamentandosi anche se qualcuno invade la loro privacy. Questo è il secondo architrave dell’articolo: la paura. Nel corso dei secoli ogni civiltà l’ha contestualizzata e chiamata in tanti modi diversi, l’ha rappresentata nel mito e nelle leggende varie e ne ha descritto lo stato d’animo lasciando che la capacità intellettiva di ogni lettore ne tirasse fuori la giusta interpretazione. Non ci soffermeremo qui ad elencarne le varie nomenclature ma solo a convenire sul fatto che è assolutamente normale che sia così. Anzi, è necessario che ci sia paura perché in fondo ogni crescita è un salto in avanti e richiede tenacia e pervicacia per dimostrare mediante atti concreti e coraggiosi di meritarla. Ogni cambiamento è un salto nel buio e presuppone l’abbandono di tutte le certezze che si davano per scontate, molte delle quali addirittura fin dalla nascita e, in effetti, tutti i miti parlano di uomini che vincono la resistenza della paura con merito e, superato un certo ostacolo, riescono a raggiungere la loro massima espressione. Penso ad Abramo che lascia tutto per seguire un Dio ignoto verso terre altrettanto ignote, Mosè che lascia gli agi per accompagnare un popolo attraverso il deserto verso un luogo imprecisato, Francesco D’Assisi che fa più o meno la stessa cosa e così via, l’elenco potrebbe continuare a dismisura. Dunque viaggio e paura, per meglio dire la paura del viaggio.

Iniziamo, pertanto, il contenuto dell’articolo dicendo che c’era una volta la paura di un datore di lavoro di intraprendere un nuovo viaggio di cambiamento e transizione da uno stadio lavorativo aziendale ad un altro. Ma non vorrei ragionare in termini di paura adulta, se così si può dire, che ha in genere spauracchi inutili, futili, che ad un bambino neanche verrebbe in mente di prendere in considerazione (paura della morte, della solitudine, della vecchiaia, della stabilità economica ecc.). Un bambino ha inquietudini più semplici, meno raffinate, che condensano nella madre di tutte le paure: il buio. Vorrei quindi analizzare lo stato di passaggio nella nuova condizione del fornitore di lavoro come farebbe un bambino, con l’unica paura dettata dalla miopia che aleggia intorno all’orizzonte che si prospetta. Questo stato d’animo nasce dalla constatazione di una modifica pesante nello strato produttivo ed organizzativo che confluirà inevitabilmente nel ripensamento quasi totale delle modalità operative e, a differenza di altri cambiamenti epocali della storia del mondo del lavoro, questa volta vi è associata la normativa a tutela della salute e sicurezza dei lavoratori per cui il datore di lavoro si trova tra l’incudine del cambiamento in atto da mettere in pratica per rimanere al passo con i tempi e il martello della Legge che delimita i contorni entro i quali egli può muoversi. Scaturiscono nel suo animo molte domande: Come gestisco l’interferenza tra macchine intelligenti e uomo? Nel caso in cui una macchina intelligente (o un robot) dovesse commettere un’azione non conforme e causare un danno chi paga? Che responsabilità ho io in merito a tutto questo? E per i rischi fisici (rumore, vibrazioni, campi elettromagnetici) che inevitabilmente diventeranno più marcati cosa devo fare? Sono domande non di poco conto tenendo a mente che per il D.Lgs. 81/08 il Datore di Lavoro è il soggetto in capo al quale ricade tutta la responsabilità della filiera di tutela della salute e sicurezza di un lavoratore che presta il proprio servizio alle sue dipendenze ed in questa fase è chiamato a fronteggiare il nuovo mondo del lavoro pesantemente iniettato di progresso tecnologico e digitalizzazione oramai quasi totale dei sistemi. Il tema del datore di lavoro 4.0 è stato affrontato recentemente dall’ Agenzia Europea per la salute e la sicurezza sul lavoro (EU-OSHA), in un testo che è il consuntivo di due anni di ricerca, dal titolo “Foresight on new and emerging occupational safety and health risks associated with digitalisation by 2025” . Sfruttando alcune analisi previsionali, l’EU-OSHA ha indicando due strade che si spianeranno nell’immediato futuro:

  1. Presenza massiccia dei sistemi di automazione per interconnessione dei vari processi di lavoro
  2. Autonomia organizzativa ed autogestione

In sostanza saranno molte, come si teme e prevede, le attività che porteranno alla sostituzione dell’uomo con macchine intelligenti e autosufficienti ed alla formazione specifica in materia digitale degli operatori che interagiranno in maniera più copiosa con la macchina, ne impareranno il linguaggio. Questo dialogo è stato oggetto di tanti dibattiti nel corso della storia soprattutto nella fase dell’industria 2.0. Si prevede una considerevole richiesta di personale, soprattutto dirigente e, di conseguenza, anche datore di lavoro, con forti competenze digitali che, allo stato attuale della situazione, in pochi possiedono. Un datore di lavoro 4.0 dovrà, pertanto, poter contare su figure professionali di matrice telematica che possano coadiuvare la sua attività e fornire quella corretta consulenza fondamentale come abbiamo visto. Ma non è tutto. Questi consulenti dovranno, altresì, essere in grado di assisterlo anche nella delicata analisi della sicurezza sui luoghi di lavoro che subirà una drastica riqualificazione. Ogni lavoratore dovrà, in sostanza, essere formato per relazionarsi con le macchine in modo corretto e sicuro sia per quanto riguarda il delicatissimo tema del trattamento dei dati personali che, ovviamente, per quanto concerne la salute e sicurezza. Ci saranno presumibilmente delle risorse nuove dedicate anche alla manutenzione dei nuovi impianti afferenti all’ IoT e dotati di Intelligenza Artificiale sempre più simile a quella umana. Si parla già di manutenzione predittiva intendendo un ausilio degli strumenti di data mining anche nella fase di organizzazione di piani manutentivi delle macchine stesse che saranno progettati sulla base dei dati reali relativi alla macchina e che determineranno quando bisogna intervenire e su quale punto specifico seguendo una tecnica che in gergo è detta root case analysis. Queste indagini però, avranno delle potenziali ricadute sulla salute e sicurezza perché una macchina correttamente funzionante è una reale garanzia di salvaguardia dell’incolumità del lavoratore. Pensiamo ad un eventuale guasto elettrico, ad esempio, dovuto alla mancata verifica periodica della componentistica o un malfunzionamento meccanico che può comportare gravi danni all’operatore. Riassumendo, il nuovo datore di lavoro dovrà essere in grado di analizzare dati e muterà la concezione della salute e sicurezza in termini predittivi cosa che in realtà è già in atto con la spinta del mondo scientifico verso la registrazione dei near miss ovvero, banalizzando, di eventi che avrebbero potuto produrre un infortunio sul lavoro ma che non lo hanno fatto per “pura fortuna”. Questi eventi, se ben strutturati, possono fornire una potente arma per predire scenari futuri o rischi potenziali. Tutto questo, soprattutto per i settori a maggior rischio, può essere un assoluto bene. Il datore di lavoro 4.0 avrà a che fare anche con Dispositivi di Protezione Individuale intelligenti, muniti di sensori IoT in grado di segnalare stati di usura, mancato utilizzo o utilizzo non conforme da parte dell’operatore, incompatibilità con l’ambiente, in grado anche di inviare messaggi ad una centrale operativa riguardo alla presenza di sostanze particolarmente dannose per la salute ad esempio gas, fiamme o, addirittura, allertare la stessa centrale nel caso di malore del tecnico che li indossa. Esiste già nel panorama una folta gamma di attrezzature molto ben fatte ma che saranno abbondantemente raffinate ed utilizzate da qui ai prossimi anni. Qualche mese fa, nel corso di un audit, ho avuto modo di riscontrare direttamente un’azienda che aveva dotato i propri dipendenti di braccialetti in grado di monitorare, oltre a parametri vitali quali la frequenza cardiaca, anche il corretto utilizzo dei DPI. Ma esistono anche elmetti che monitorano le onde cerebrali ed interpretano lo stato emotivo del lavoratore, quando è stanco, quando non è concentrato o se abbia consumato sostanze alcoliche o stupefacenti accorgendosi quindi se è troppo stanco o, comunque, in condizioni non idonee al lavoro. Il tutto ovviamente deve essere opportunamente delimitato dal rispetto della privacy personale, aspetto sul quale demandiamo ad altri articoli.

Fiaba finita, torniamo alla realtà. Questo piccolo viaggio è servito per esplorare un po’ il luogo ignoto che aspetta il datore di lavoro 4.0 e tranquillizzarlo in merito ad alcune cose che lo agevoleranno senza ombra di dubbio. Come sempre, ma questo vale per tutti gli aspetti della nostra vita, l’uso determina l’utilità. Abusare di sistemi appena elencati, per esempio per monitorare la produttività del lavoratore o per spremerlo finché non giunge un segnale di alert, pare ovvio che possa solo peggiorare la situazione e regredire la condizione umana laddove all’interno di un uso, come sono solito dire nei corsi di formazione o nei libri, con l’uomo-lavoratore al centro, non vedo particolari controindicazioni, anzi. Porre l’uomo al centro, però, è cosa molto complicata. Ma questa è un’altra fiaba…

 

BIBLIOGRAFIA

  • Stacey, N., et al. "Foresight on New and Emerging Occupational Safety and Health Risks Associated with Digitalization by 2025." European Agency for Safety and Health at Work, Publications Office of the European Union: Luxembourg(2018).
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UN FIUME IN PIENA: IL GEMELLO DIGITALE

Abstract: Il presente articolo discuterà il documento “6G - The Next Hyper-Connected Experience for All”, redatto dalla Samsung, in ottica di modifiche sulla vita e sul mondo lavorativo che avrà, appunto, il 6G. Alcuni concetti sono veramente impattanti e richiedono una gestione subitanea anche perché il tempo a disposizione sembra essere veramente poco…

Avvertenza al lettore: se sei un nemico del 5G salta le prossime pagine, altrimenti leggi piano piano. Può capitare che, leggendo quanto segue, tu possa diventare “NO 5G”: in tal caso, non appena ne hai sentore, salta le pagine che rimangono.

 

Hai avuto molto coraggio a perseverare. Devi sapere che, mentre noi ci accapigliamo sulla bontà del 5G o su possibili quanto fantomatici danni alla salute, il progresso tecnologico,  imperterrito e come un fiume in piena, procede e gli scienziati preparano già l’avvento del futuro 6G con scenari che noi, immersi nelle discussioni sterili e scevre di senso logico, trascuriamo di pianificare dal punto di vista sociologico e filosofico. In questo articolo affronteremo le possibili implicazioni di un tale cambiamento nella nostra vita lavorativa. Ora allaccia le cinture perché andremo spediti in un futuro che già bussa alle nostre porte. Per viaggiare nel tempo, però, avremo bisogno di una mappa da seguire che ci viene delineata in un documento del 14 luglio u.s. redatto dalla Samsung, che non ha bisogno di presentazioni, il cui titolo è già un programma: 6G - The Next Hyper - Connected Experience for All, “la prossima esperienza di iperconessione per tutti”.  Questo documento demarca i tratti della visione degli scienziati della prestigiosa azienda in tema di modalità comunicative e di vita del futuro e si muove su un filo sottile che separa l’utopia dalla distopia più aberrante.

Il primo concetto è quello di machine as a main user. Si prevede che il numero di dispositivi collegati raggiungerà i 500 miliardi entro il 2030, pari a 59 volte la popolazione mondiale prevista per quell’anno. Saranno utilizzati costantemente occhiali a realtà aumentata che aiuteranno, ad esempio, a preparare l’allestimento di un cantiere non solo immaginandolo ma “osservandolo” oppure auricolari a realtà virtuale e dispositivi avanzati per ologrammi utilissimi per incontri, convegni e meetings di vario genere in tutte le parti del mondo. Immagino la possibilità di poter realizzare le riunioni di coordinamento prima dell’avvio delle lavorazioni con queste modalità o poter effettuare dei sopralluoghi nei quali sia possibile confrontare real time lo stato presente con quello ipotizzato e riscontrare criticità e non conformità immediate. I veicoli, droni, elettrodomestici, robot, sensori, macchinari per l’edilizia e per le fabbriche saranno completamente interconnessi grazie alla potenza dei sistemi wireless e ciò comporterà un monitoraggio costante di ogni rischio con le azioni correttive immediate. Già nei nostri tempi esistono in commercio elmetti “intelligenti” in grado di monitorare le funzioni vitali dell’operaio e di segnalare ad una centrale operativa ogni situazione di possibile rischio (svenimenti, stato di stanchezza, ebbrezza, usura del dispositivo ecc.) ma non sono i soli esemplari, potremmo elencarne a iosa. Tuttavia, se è vero che il numero di dispositivi sarà pari a 59 volte la popolazione mondiale, l’immediata conseguenza è che la macchina diventerà il principale utente delle tecnologie per l’informazione e la comunicazione, sostituendo noi che ne diventeremo prettamente dei gregari. Se questa notizia farà festeggiare i servizi clienti che riceveranno meno segnalazioni richiede, per noi, una seria pianificazione. Può mai l’uomo diventare secondario e lasciare alle macchine il monopolio nella rete o quantomeno nella fetta maggiore della stessa? Come gestiranno la rete le macchine?  

Il secondo punto è relativo all’intelligenza artificiale marcata e insita in tutto ciò che sarà connesso andando dagli strumenti fino alle macchine. Sui cantieri, ogni macchina o attrezzo riusciranno a fare autonomamente dei compiti ed avvertire di situazioni di pericolo che prima richiedevano un monitoraggio costante del preposto che, essendo anche egli essere umano, conduceva spesso ad errori di controllo e a problematiche varie. Tra i servizi paventati è stato coniato il Truly Immersive XR, un nuovo termine che combina realtà virtuale, aumentata e mista per l'intrattenimento, la medicina, la scienza, l'istruzione e la produzione, sebbene il documento non dettaglia questo tema in quanto in corso di progettazione.

In realtà, il punto che mi genera un po’ di inquietudine è il termine gemello digitale. Dice il testo che, con l'aiuto di sensori avanzati, IA e tecnologie di comunicazione, sarà possibile replicare entità fisiche, comprese persone, dispositivi, oggetti, sistemi e persino luoghi, in un mondo virtuale. In un ambiente 6G, attraverso gemelli digitali, gli utenti potranno esplorare e monitorare la realtà in un mondo virtuale, senza vincoli temporali o spaziali, osservare i cambiamenti o rilevare i problemi a distanza attraverso la rappresentazione offerta dai gemelli digitali. Gli utenti saranno anche in grado di andare oltre l'osservazione, e di interagire realmente con i gemelli digitali, utilizzando dispositivi VR o display olografici. Questo fratellino digitale potrebbe essere una rappresentazione di una serie di sensori controllati a distanza e attuatori. In questo modo, l'interazione di un utente con un gemello digitale può risultare nelle azioni nel mondo fisico. Per esempio, un utente potrebbe muoversi fisicamente all'interno di un sito remoto controllando un robot in quello spazio interamente tramite interazioni in tempo reale con una rappresentazione digitale gemella di quel sito remoto. Con l'aiuto dell'IA, della replica digitale, della gestione del mondo reale, l'individuazione e la mitigazione dei problemi può essere effettuata in modo efficiente senza la presenza o anche solo la supervisione dettagliata da parte di un essere umano. Ad esempio, se un problema viene rilevato nella rappresentazione digitale gemellare, l'IA può invocare la richiesta di azioni nel mondo reale. Non so perché ma leggendo questo documento mi è venuto in mente Marx quando diceva che “Il lavoro è esterno all'operaio, cioè non appartiene al suo essere, e quindi nel suo lavoro egli non si afferma, ma si nega, si sente non soddisfatto, ma infelice, non sviluppa una libera energia fisica e spirituale, ma sfinisce il suo corpo e distrugge il suo spirito. Perciò l'operaio solo fuori del lavoro si sente presso di sé; e nel lavoro si sente alienato, fuori di sé”.

Fondamentalmente un gemello digitale, nel mondo del lavoro, sarà una rappresentazione estremizzata di questo pensiero. Potrebbe essere lui a fare per noi i compiti più gravosi come cercare un taxi, prenotarci un albergo, prenotarci le vacanze, gestire i nostri risparmi, contattare i nostri parenti lontani per sincerarsi delle loro condizioni e chissà quante altre diavolerie. Potrebbe anche lavorare per noi lasciandoci tempo libero per fare altro. Ecco, proprio qui sta la nota dolente. Cosa faremmo di altro? La sensazione è che finiremo per incartapecorire la nostra mente senza farla lavorare a dovere fino a cedere anche l’intelligenza al nostro gemello che potrebbe sostituirci in tutto e per tutto. Sarebbe necessario pianificare l’avvento di tutti questi scenari in modo intelligente al fine di indirizzare il cannone verso una precisa direzione che, se calibrata con accuratezza, potrà solo migliorare la condizione lavorativa ed in generale di vita dell’essere. Viceversa rischierebbe di diventare l’ennesimo strumento di distruzione delle componenti caratterizzanti l’uomo nella sua incredibile complessità che, per quanto il fiume possa incedere, non potrà mai essere tradotta in bit.

Paolo Preianò

Ingegnere

Esperto in sicurezza sul lavoro

 

BIBLIOGRAFIA

https://research.samsung.com/next-generation-communications

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  • Scritto da PAOLO PREIANO'
  • Categoria: Lavoro e sicurezza
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Il lavoro ai tempi del coronavirus

Il lavoro ai tempi del coronavirus non è il titolo di un romanzo di Gabriel García Márquez, scrittore premio Nobel per la letteratura nel 1982, che ha scritto il ben più noto L’amore ai tempi del colera, bensì una storia delle difficoltà di un periodo storico complicato per i lavoratori e una potenziale soluzione per alcuni problemi che stava lì, a portata di mano e della quale nessuno ha mai avuto il coraggio di innamorarsi pienamente. Ma, nell’omaggiare il nome dello scrittore prendendo come spunto un suo romanzo, a pensarci bene, ci si accorge che sono solo due i termini di differenziazione tra i titoli: “lavoro” e “amore” che pure nella società neoliberale moderna, come predetto profeticamente dal buon Celentano, sono strettamente connessi. E non finisce qui. Le due storie sono incredibilmente sovrapponibili con un piccolo sforzo di astrazione. Non ci credete? Seguite il mio percorso che, vi avviso, contiene qualche spoiler per cui, se state leggendo il romanzo o avete intenzione di farlo, saltate qualche riga. La trama del libro di García Márquez ha due pilastri: l’amore (ovviamente) e la perseveranza. L’amore è quello tra Florentino e la bella Fermina caratterizzato da uno scambio epistolare travolgente ma che non riesce a concretizzarsi a causa dell’ostilità del padre di lei che si rifiuta di benedire la proposta di convolare a nozze di Florentino e porta via con sé la figlia organizzandole un matrimonio di comodo con il dottor Urbino, medico rispettato, affermato e di buon partito. La vita dei due continua parallela e senza incontro ma con un legame simbiotico indiretto. Accade che, svariati anni dopo, quando il dottor Urbino, oramai anziano, muore, Florentino, da sempre innamorato, si reca a casa della vedova rinnovandole il suo amore che può finalmente e dopo una timida resistenza iniziale trovare compimento. In astratto, si tratta perciò di due elementi che richiedono una naturale congiunzione, un terzo elemento di disturbo che ne impedisce la commistione, un quarto che rappresenta un ceppo che imprigiona uno dei due e, infine, le catene spezzate da un evento funesto e il finale da “vissero felici e contenti”. Se notiamo bene è più o meno lo stesso copione di tanti altri capolavori della storia della letteratura dai Promessi sposi ad Anna Karenina (in Le avventure di Pinocchio questi tre tratti erano addirittura interiori al protagonista stesso) che tuttavia hanno al loro interno innumerevoli altre chiavi di lettura ma questo non interessa gli scopi del presente articolo.  Torniamo alla nostra astrazione. Proviamo a pensare che Fermina sia il mondo del lavoro in generale e che Florentino rappresenti l’evoluzione tecnologica positiva che prova ad unirsi ad esso per migliorarlo e renderlo completo. Il termine “positiva” lascia intendere che è funzionale ad un miglioramento della vita dell’uomo che sia lavoratore o imprenditore. Le due realtà si scambiano epistole amorose costituite da studi, progetti ben definiti, analisi scientifiche di alto livello, per tramite di studiosi e tecnici del settore tutti concordi nel favorire la loro unione ma, ogni qualvolta provano ad incontrarsi, arriva una qualche forma di ostilità caratterizzata da ostracismi, scetticismi, complottismi da parte di una figura che si erge a paternale e, un po’ per egoismo e un po’ per paura, convince gli altri che è necessario che la sua fanciulla vada verso una direzione apparentemente più appetibile. Anche qui accade però, un bel giorno, che un evento drammatico, per esempio l’arrivo di uno sconosciuto virus orientale, squarcia il muro che si era creato e consente a tutti di gioire dell’unione.

Il clima di emergenza che abbiamo vissuto nei mesi passati ha costretto anche i più reticenti ad adottare forme di lavoro che, salvo in pochi casi ed in grosse realtà, finora nessuno aveva mai considerato. Saranno ormai più di vent’anni che il lavoro agile prova ad introdursi nel tessuto produttivo aziendale e che non riesce ad incontrare il favore totale a causa del terzo incomodo rappresentato da quella parte imprenditoriale e sociale ancora impermeabile ed impaurita di fronte ad ogni evoluzione. Eppure, se impiegassimo un po’ di tempo a rifletterci su, capiremmo che i vantaggi sono veramente innumerevoli.  Uno dei generatori di infortuni sul lavoro sono i cosiddetti infortuni in itinere ovvero quelli avvenuti nella fase di spostamento tra l’abitazione e il luogo di lavoro o viceversa che, senza perderci in numeri o statistiche, rappresentano una percentuale mostruosa e con un forte impatto per le casse pubbliche sia in termini di costi diretti che indiretti. Parliamo di costi necessari per curare, riabilitare o risarcire un dipendente per esempio. Ma non solo. L’apporto ambientale non è per nulla trascurabile. Meno trasporti implicano un minore inquinamento soprattutto nelle grandi metropoli nelle quali le condizioni di salubrità dell’aria in determinati periodi dell’anno arrivano a livelli inaccettabili. Per le aziende poi un vantaggio sarebbe quello di ridurre le spese energetiche visto che il personale, lavorando da casa, consuma energia della propria abitazione, utilizza i servizi igienici di casa e così via.   Ma che cosa è il lavoro agile che in questo periodo è stato un valido alleato per contenere l’epidemia e consentire comunque alle aziende di mandare avanti il proprio motore senza fermarsi? Intanto sgomberiamo il campo da una cattiva interpretazione che tende a sovrapporre il telelavoro allo smart working considerandolo una traduzione italiana di quest’ultimo. In realtà si tratta di due architetture completamente differenti essendo il telelavoro una struttura vecchia di qualche decennio rispetto al lavoro agile quindi affermatosi in tempi nei quali i dispositivi portatili erano pressoché inesistenti. A dispetto del telelavoro nel quale il lavoratore ha una postazione fissa che si trova in un luogo differente rispetto a quello aziendale quindi di una situazione caratterizzata da maggiore rigidità spazio-temporale con orari rigidi e spazi predeterminati, per lavoro agile, detto anche smart working, si intende una modalità flessibile di esecuzione di una prestazione di lavoro subordinata, disciplinata dagli articoli 18 e ss. della legge 81/2017 e fondata su un incremento della competitività e di aiuto alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro in cui sussiste una assenza di vincoli a livello di orario e di spazio. In condizioni “non emergenziali” è necessario che datore di lavoro e lavoratore siglino un accordo, che deve seguire un certo iter, col quale stabilire il fatto che la prestazione lavorativa viene resa, con ausilio di strumenti tecnologici ed anche con forme di organizzazione per fasi, cicli ed obiettivi in parte all’interno ed in parte all’esterno dei locali aziendali e senza precisi vincoli di orario rispettando ovviamente quanto prescritto dalla legge e dalla contrattazione collettiva circa la durata massima dell’orario giornaliero e settimanale. L’accordo è bene che specifichi i tempi di riposo, le modalità di controllo dell’operato da parte del datore di lavoro e quali sono gli strumenti utilizzati dal lavoratore e le misure tecnico-organizzative per il famigerato diritto alla disconnessione dalla strumentazione tecnologica di lavoro. In questa sede ci interessa però l’aspetto connesso alla salute e sicurezza del lavoratore. Infatti il lavoratore è destinatario di garanzie specifiche anche in questo campo, come accade per tutto il D.Lgs. 81/08. La posizione del datore di lavoro appare però un po’ sfuocata in quanto egli non ha un controllo diretto sull’attività esterna del dipendente e, sarebbe insensato addossargli responsabilità in caso di infortunio che oltrepassi la sua possibilità di intervento. Deve comunque ottemperare all’obbligo di consegnare al Responsabile dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS) e al lavoratore con cadenza almeno annuale una informativa scritta nella quale sono individuati i rischi generali e specifici connessi alla esecuzione del rapporto di lavoro e deve accertarsi che gli strumenti tecnologici consegnati al lavoratore per lo svolgimento della prestazione lavorativa siano conformi alle direttive comunitarie e siano in ottimo stato di funzionamento.  

I vari DPCM che si sono susseguiti in questi mesi travagliati hanno esteso la pervasività delle misure preventive e tra le novità più interessanti concernenti il lavoro agile è annoverabile l’autorizzazione ad assolvere gli obblighi di informativa anche in via semplificata, attraverso una apposita documentazione scaricabile dal sito web dell’Inail e il conseguente invio a mezzo posta elettronica al dipendente. Inoltre su tutto il territorio nazionale e fino al 31 luglio 2020 lo smart working può essere attivato anche senza accordo individuale.  Il riferimento per il telelavoratore è il D.Lgs. 81/08 :  A tutti i lavoratori subordinati che effettuano una prestazione continuativa di lavoro a distanza, mediante collegamento informatico e telematico, compresi quelli di cui al decreto del Presidente della Repubblica 8 marzo 1999, n. 70, e di cui all’Accordo-Quadro Europeo sul telelavoro concluso il 16 luglio 2002, si applicano le disposizioni di cui al Titolo VII, indipendentemente dall’ambito in cui si svolge la prestazione stessa. Nell’ipotesi in cui il datore di lavoro fornisca attrezzature proprie, o per il tramite di terzi, tali attrezzature devono essere conformi alle disposizioni di cui al Titolo III. I lavoratori a distanza sono informati dal datore di lavoro circa le politiche aziendali in materia di salute e sicurezza sul lavoro, in particolare in ordine alle esigenze relative ai videoterminali ed applicano correttamente le Direttive aziendali di sicurezza. Al fine di verificare la corretta attuazione della normativa in materia di tutela della salute e sicurezza da parte del lavoratore a distanza, il datore di lavoro, le rappresentanze dei lavoratori e le autorità competenti hanno accesso al luogo in cui viene svolto il lavoro nei limiti della normativa nazionale e dei contratti collettivi, dovendo tale accesso essere subordinato al preavviso e al consenso del lavoratore qualora la prestazione sia svolta presso il suo domicilio. Il lavoratore a distanza può chiedere ispezioni. Il datore di lavoro garantisce l’adozione di misure dirette a prevenire l’isolamento del lavoratore a distanza rispetto agli altri lavoratori interni all’azienda, permettendogli di incontrarsi con i colleghi e di accedere alle informazioni dell’azienda, nel rispetto di regolamenti o accordi aziendali.[1]

Articolo ben fatto non c’è dubbio. Per diritto di cronaca i Titoli a cui fa riferimento riguardano le attrezzature munite di videoterminali (VII) e uso delle attrezzature di lavoro (III). La disciplina in materia di salute e sicurezza sul lavoro per lo smart working, fermo restando quanto comunque prescritto dal Testo Unico, trova applicazione nella Legge n. 81/2017: Il datore di lavoro garantisce la salute e la sicurezza del lavoratore che svolge la prestazione in modalità di lavoro agile e a tal fine consegna al lavoratore e al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, con cadenza almeno annuale, un'informativa scritta nella quale sono individuati i rischi generali e i rischi specifici connessi alla particolare modalità di esecuzione del rapporto di lavoro. Il lavoratore è tenuto a cooperare all'attuazione delle misure di prevenzione predisposte dal datore di lavoro per fronteggiare i rischi connessi all'esecuzione della prestazione all'esterno dei locali aziendali[2].

Tutti i locali, secondo le raccomandazioni INAIL dovranno seguire determinate indicazioni. In particolare le attività non possono essere svolti in locali tecnici o non abitabili, devono esserci adeguati servizi igienici a disposizione e impiantistica a norma, le superfici interne delle pareti non devono presentare tracce di muffe o condense, i locali, eccettuati quelli destinati a servizi igienici, disimpegni, corridoi, vani-scala e ripostigli debbono fruire di illuminazione naturale diretta, adeguata alla destinazione d'uso e, a tale scopo, devono avere una superficie finestrata idonea e detti locali devono essere muniti di impianti di illuminazione artificiale che garantisca adeguato comfort visivo, deve essere garantito il ricambio di aria naturale o con ventilazione meccanica, gli impianti di condizionamento eventuali devono essere a norma e così via. 

Io credo che ogni evento giunge a noi dopo un percorso lungo nel quale ci lancia dei segnali che siamo liberi di percepire o meno e che per tale ragione ci sia sempre un senso per ogni cosa e quello del periodo appena trascorso rappresenta un sollevamento di un velo su alcuni pregiudizi e alcune congetture che ormai facevano parte della vita quotidiana come fossero un tutt’uno con la vita stessa. Così facendo, come nel caso dello smart working, cose che apparivano irrealizzabili nell’immediato, subiscono un repentino colpo di acceleratore. Scriveva proprio lo stesso García Márquez che  Noi uomini siamo poveri schiavi dei pregiudizi.

 

[1] D.Lgs. 81/08, articolo 3 c. 10

[2] Legge 81/2017, articolo 22

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