Generazioni a confronto

L’HIKIKOMORI E LE RELAZIONI INTRAFAMILIARI

a cura di Federica Giandinoto*

 

Il fenomeno dell'hikikomori, già conosciuto da anni, è diventato un tema di grande rilevanza sociale e psicologica, nonché di notevole attualità, a causa della crescente diffusione sia in Giappone, paese in cui è stato osservato per la prima volta, sia in Europa, in particolare in Italia.

Il termine “Hikikomori”, costituito dall’unione delle parole giapponesi “Hiku” (tirare indietro) e “komoru” (ritirarsi), si riferisce a una condizione di isolamento volontario del soggetto, spesso protratta per mesi o anni, ricercata maggiormente da adolescenti e giovani adulti, che scelgono di sottrarsi alla vita sociale chiudendosi nelle loro stanze di casa.

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Tale fenomeno, nato nel paese del Sol Levante alla fine degli anni ‘90, purtroppo sta assumendo sempre più una dimensione globale, che pone questioni da vari punti di vista: psicologico, sociale e familiare.

 Partiamo, allora, dalle cause: anche in questo caso, come in altri eventi umani, sono le più varie, seguendo la famosa teoria multifattoriale, partendo in primis da quelle psicologiche, passando poi a quelle sociali ed infine a quelle culturali.

Tra le cause psicologiche, non si possono dimenticare l’ansia, la depressione e la fobia scolastica, oppure una forma di ritiro sociale frutto di traumi.

A livello socioculturale, un ruolo notevole nell’eziologia del disturbo lo hanno le pressioni ambientali e accademiche, che, nella cultura giapponese, ma non solo, generano un senso di inadeguatezza, il quale spinge gli individui con una certa predisposizione a ritirarsi dalle relazioni interpersonali. Infatti, i giovani affetti da questo disturbo provengono da famiglie in cui sono molto accentuate nei loro confronti alte aspettative di successo scolastico e lavorativo.

Inoltre, anche l’essere vittima di bullismo e maltrattamenti di varia natura all’interno delle principali agenzie di socializzazione primaria (scuola e centro sportivo in primis, ecc.) può considerarsi una causa scatenante di hikikomori.

In Italia ed in Europa a queste cause si aggiunge quella della disoccupazione giovanile e della dipendenza dalla tecnologia. Questo fenomeno, per quanto non sia stato ancora catalogato ufficialmente tra le malattie mentali - infatti non è inserito all’interno del manuale statistico-diagnostico dei disturbi mentali (“DSM V”) - è considerato un disturbo a tutti gli effetti, i cui sintomi più comuni sono:

  • Rifiuto di andare a scuola o al lavoro;
  • Evitamento di ogni occasione di contatto sociale, incluso quello con amici o parenti;
  • Permanenza prolungata in una stanza, con scarsa interazione anche con la famiglia, per un periodo almeno pari a sei mesi;
  • Inversioni dei ritmi circadiani, per cui i soggetti rimangono svegli la notte e dormono di giorno;
  • Interesse esclusivo per attività svolte in modo solitario, come la lettura, i videogiochi e la navigazione su internet.

Come evidenziato sopra, gli hikikomori non evitano solo relazioni con i loro pari, bensì anche con i genitori, con i quali si limitano unicamente ad avere un minimo contatto: per esempio, preferiscono consumare il proprio pasto da soli all’interno della loro stanza.

Le ricadute sulla famiglia sono quindi molto dolorose, poiché i genitori di questi ragazzi non vedono i loro figli per mesi, e cadono anch’essi in un tunnel da cui molto difficilmente riescono ad uscire, non avendo i minimi strumenti per capire come relazionarsi con loro, cosa fare, cosa escogitare.

Nel film “La chiocciola” di Roberto Gasparro (2023), primo sul tema in Italia, è ben rappresentato il dramma vissuto da questi nuclei familiari. La protagonista è un’adolescente affetta da hikikomori, pertanto impossibilitata ad avere qualunque rapporto con il mondo esterno. Infatti, la ragazza vive chiusa nella sua stanza e la mamma assiste impotente a questa situazione. È rappresentata la condizione di stress, tensione, agitazione della madre generati dai problemi della figlia. La pellicola riesce efficacemente a far immedesimare lo spettatore nel vissuto di questi genitori.

Nel mondo della rete si possono però trovare diverse testimonianze reali di genitori con figli affetti da questa malattia, a partire da articoli di giornale, fino ad arrivare a video-racconti.

Un racconto commovente è quello di una donna che, nel corso di un’intervista resa ad una giornalista del mensile “Marie Claire”, ha riferito quanto il percorso per ricominciare a vivere intrapreso dal proprio figlio sia stato molto lungo, faticoso e sofferente e non ha portato ad una cura del tutto risolutiva.

Madre di due figli, di cui una, sin da piccola, manifestava accessi d’ira violenti e comportamenti aggressivi, a cui si sono aggiunti, dopo la separazione dei genitori, quelli autolesionistici, mentre il maschio, già problematico durante l’infanzia, al momento dello scoppio della pandemia, ha cominciato a chiudersi nella sua stanza e a non volerne più uscire, passando ore e ore davanti al computer, giocando ai videogiochi o collegandosi ad internet; evitando cioè qualsiasi contatto con gli altri membri della famiglia. Questa situazione si è protratta fino a dopo il termine del lockdown, quando i ragazzi sono tornati a scuola.

La madre, nella sua intervista, ha raccontato uno spaccato di vita molto doloroso, travagliato: inizialmente, aveva portato il figlio a dei colloqui con uno psicologo comportamentista, che però aveva il difetto di colpevolizzarlo e di dargli delle prescrizioni meramente formali su ciò che doveva fare, per esempio: uscire dalla stanza, fare qualche passo, poi farne altri … Solo dopo aver conosciuto un’associazione nazionale specializzata nella cura di questa patologia, “Hikikomori Italia”, grazie ad una sua amica, il figlio, seguito da diversi esperti e tutor, ha ricominciato a vivere, non solo uscendo dalla sua stanza, ma anche da casa, ed andando in vacanza con la madre in una località dove ha conosciuto i figli di una donna francese con i quali ha stretto amicizia e ha saputo costruire delle relazioni interpersonali.

Nella conclusione dell’intervista, si apprende che in realtà il ragazzo diciassettenne non è completamente guarito dall’hikikomori. La sua condizione, infatti, con una certa probabilità, rimarrà permanente. Pertanto, lei dovrà accettarla, imparando a convivere con questa patologia del figlio, che, pur lasciando periodi di maggior respiro, continuerà a dover essere seguita.

Ma non si può guarire definitivamente dall’hikikomori?

Non si è ancora giunti alla definizione di un trattamento sicuro ed efficace, anche se sono stati sperimentati diversi tipi di cure, che integrano interventi di psicoterapia individuale a quelli sul più ampio contesto familiare e sulle capacità socio-relazionali.

La terapia sulla famiglia è finalizzata a trattare sia il ragazzo che i suoi genitori, mentre la psicoterapia individuale dovrebbe agire sull’ansia sociale, sul senso di inadeguatezza e la bassa autostima. A tutto ciò va aggiunta la somministrazione di psicofarmaci, come avviene per altre patologie psichiatriche.

Sono previsti inoltre esercizi di risocializzazione, tramite l’esposizione alle situazioni temute, che dovrebbero in questo modo aumentare gradualmente il contatto sociale; per i casi più gravi, si dovrebbe partire da visite domiciliari ripetute, con lo scopo di far uscire dalle loro stanze gli hikikomori.

La necessità di prendersi cura degli hikikomori non riguarda solo il benessere individuale, ma anche la salute delle famiglie ed il bene sociale delle comunità in cui viviamo.

Intervenire significa quindi ascoltare senza giudizio, costruire percorsi di sostegno flessibili e rispettosi dei tempi della persona, e promuovere una cultura che valorizzi la relazione, l’inclusione e il diritto alla fragilità. Prendersi cura degli hikikomori non è semplicemente “farli uscire di casa”, ma offrire loro le condizioni per ritrovare fiducia nel mondo e in sè stessi: un impegno che rende più umana l’intera società.

 

SITOGRAFIA

https://www.centrostudilivatino.it/il-fenomeno-hikikomori-unanalisi-multidisciplinare/  

https://ilmiopsi.it/blog/hikikomori-lisolamento-sociale-estremo-e-il-suo-impatto-sulla-salute-mentale/

https://www.marieclaire.it/benessere/salute/a64698272/hikikomori-ritiro-sociale-racconto-madre/

https://www.ospedalemarialuigia.it/neuropsichiatria-infantile/hikikomori-sintomi-cause-trattamenti/

 

*Avvocato, funzionaria amministrativa

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