Nel tempo che viviamo, in cui lo sviluppo delle tecnologie e la loro diffusione a tutti gli ambiti della vita avanzano con una rapidità che non consente di adeguare i sistemi di contesto in cui si inseriscono, l’impianto dei diritti della persona, asse portante dei modelli di Stato occidentali sin dalla fine del Settecento, si trova in gran subbuglio. Ciò si verifica essenzialmente perché internet, il più grande ambiente comune che l’umanità abbia mai conosciuto, sta strutturando in modo completamente nuovo i rapporti tra le persone e tra le persone e le istituzioni, al punto che è arrivato a incidere, oltre che sulla vita dei singoli individui, anche su quella degli Stati.
Alla luce di questa premessa, si impone una riflessione sullo ‘stato di salute’ dei diritti umani fondamentali, il dibattito sui quali, molto vasto e sentito, è piuttosto confuso, anche perché essi sono fortemente condizionati dalle diverse visioni ideologiche e culturali.
Tale confusione è accresciuta dal fatto che, se da una parte stiamo assistendo a una vera e propria proliferazione di nuovi diritti sia di carattere individuale che collettivo, dall’altra abbiamo la chiara percezione che non se ne riesce a garantire l’effettiva tutela, tanto più che ci troviamo costretti ad assistere al progressivo indebolimento anche di quelli teoricamente acquisiti nel tempo.
Cosa certa è che le innovazioni tecnologiche influiscono sul godimento dei diritti umani ogni giorno, e non solo in senso negativo: basti pensare, ad esempio, che attraverso il digitale è molto semplice raccogliere e condividere informazioni utili a documentarne la violazione, ad esempio per mezzo di immagini satellitari, riprese da droni o materiali acquisiti per mezzo di strumenti di videosorveglianza, il cui uso è, però, spesso oggetto di contestazione per il fatto che costituiscono una minaccia per la privacy degli individui.
È evidente, infatti, che l’utilizzo delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione sta producendo forme di controllo sempre più capillari e invasive della sfera privata di ciascuno. In particolare, l’utilizzo di app di tracciamento per la famiglia, ovvero di piattaforme digitali di “family tracking” (Norton Family Parental Control, FamiSafe Child Tracker, Life360, Glympse, giusto per citarne qualcuna) utilizzate dai genitori per geolocalizzare i figli al fine di sapere in ogni momento dove sono e cosa fanno, costituisce un pericolo per la privacy degli adolescenti, che la vedono violata in barba a tutte le teorie educative riferite alla necessità di lasciare ai ragazzi lo spazio di una gestione autonoma della propria vita attraverso una sorta di controllo ‘invisibile’, certo più complesso e impegnativo di quello realizzabile per mezzo di un’app sul cellulare.
Ma c’è di più: il problema, oltre che etico, è anche legale, in quanto le app di family tracking, soprattutto quelle gratuite, possono vendere i dati personali raccolti a terzi, costituendo, di fatto, una grave minaccia per i minori, di cui conoscono spostamenti e luoghi visitati.
Al di là della prevedibile contestazione da parte dei ragazzi, che non accettano facilmente l’idea di essere continuamente ‘spiati’ da adulti sempre più vittime, talvolta comprensibilmente, dell’ansia di conoscere anche i loro pensieri, c’è da chiedersi quale sia il limite tra il dovere di vigilanza dei genitori e il diritto alla privacy dei figli.
L'articolo 30 della nostra Costituzione rappresenta il fondamento giuridico del controllo sui figli (“È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio. Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti”). Ad esso si affianca l’art.16 della Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza (Convention on the Rights of the Child - CRC), adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 e ratificata nel nostro Paese con Legge n. 176 del 27 maggio 1991, il quale sancisce che «nessun fanciullo sarà oggetto di interferenze arbitrarie o illegali nella sua vita privata, nella sua famiglia, nel suo domicilio o nella sua corrispondenza, e neppure di affronti illegali al suo onore e alla sua reputazione». La Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza è un documento cruciale nella storia dell’acquisizione dei diritti umani perché riconosce, per la prima volta e in modo esplicito, che anche i bambini, le bambine e gli adolescenti sono titolari di diritti civili, sociali, politici ed economici che devono essere promossi e tutelati da tutti, genitori compresi, in quanto inalienabili.
Certamente l’articolo 16 della CRC apre a una serie di riflessioni sul limite tra il dovere di vigilanza dei genitori e il diritto alla privacy dei figli, pur non modificando l'obbligo di responsabilità sul minore, che resta fondante nel nostro ordinamento giuridico in quanto egli, non essendogli riconosciuta la capacità di agire, resta sottoposto alla responsabilità genitoriale fino al compimento del diciottesimo anno d’età, tanto che si parla di culpa in educando e di culpa in vigilando, ovvero della responsabilità civile dei genitori nell’impartire al minore un’educazione improntata ai dettami del “buon padre di famiglia” e nel vigilare sui comportamenti corretti dello stesso (articolo 2048 del Codice Civile, primo comma: “ Il padre e la madre, o il tutore, sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori non emancipati”).
Tuttavia, fatta eccezione per i casi in cui l’'ipercontrollo’ è oggettivamente necessario, sempre e comunque tenendo conto dell'età del ragazzo e del contesto in cui vive, ciò su cui occorre riflettere è se l'invasione della sfera privata della vita dei figli attraverso i family trackers possa essere inteso come strumento educativo da adottare a scopo preventivo.
Il rischio è quello di perdere di vista il ruolo fondamentale della famiglia, intesa nell’articolo 29 della Costituzione come ‘società naturale’ i cui membri, legati da un rapporto di affetto, condividono principi, valori e problemi per i quali ricercare insieme le soluzioni e in cui siano garantiti il confronto e il dialogo tra tutti i componenti, operando scelte di fiducia molto più impegnative dell'attivazione di una piattaforma digitale e impartendo una lezione che nessuna app per famiglie può insegnare.
È necessario, insomma, evitare la polarizzazione dei ruoli, che vede spesso i genitori contesi tra l’essere i migliori amici dei figli, abnegando alla loro funzione educativa, e l’essere l'ombra che li segue passo passo e che si insinua subdolamente nel loro mondo. Ciò vuol dire che i genitori, messo da parte il cellulare che pretendono sia tenuto sempre acceso dai figli quando sono fuori casa per poter essere costantemente rintracciabili e che finisce con l’essere un intralcio alla già fragile relazione ‘senza schermi’ tra giovani e giovanissimi, così contribuiranno alla realizzazione di un ambiente relazionale più sereno in cui gli adolescenti potranno costruire la propria identità e la propria personalità, in un processo lungo e complesso che veda i genitori come punti di riferimento attivo.
Alla luce di queste riflessioni, risulta evidente che invadere metodicamente e non sempre giustificatamente la vita dei figli attraverso i family trackers potrebbe essere la causa (pur essendone, a volte, in realtà l’effetto) della cancellazione di ogni forma di dialogo tra le parti, in quanto intesa dall’adolescente come mancanza di fiducia nei suoi confronti e come strumento cui i genitori ricorrono per non perderne il controllo, ostacolandone di fatto l'acquisizione dell’autonomia e dell’affermazione di sé.
Ciò non vuol dire abbandonare i ragazzi a se stessi, ma, piuttosto, accompagnarli nella crescita senza essere invasivi e percepiti come impositori di un eccessivo autoritarismo al quale cercare, appena possibile, di sfuggire.
È necessario che i genitori siano a conoscenza di tali questioni affinché valutino, in una comparazione approfondita tra rischi e benefici, quanto sia vantaggioso il monitoraggio dei figli attraverso le app per famiglie, che, di fatto, li privano della possibilità di vivere la vita fuori dalle mura domestiche senza che l’occhio del GPS sia costantemente puntato su di loro.
*Docente di discipline letterarie e latino
