a cura di Raimonda Bruno
Accedere ai social e trovare grandi quantità di fotografie, post e storie con il focus sul cibo colpisce gli utenti del web e influenza il rapporto tra il cibo stesso e chi è sottoposto tutti i giorni (e spesso più volte al giorno) a questi stimoli, provenienti da vere e proprie vetrine di ‘realtà perfette’ riguardanti pietanze impiattate in modo da essere ‘instagrammabili’, videoricette e stili alimentari.
La relazione tra social e cibo, infatti, è riuscita a imporre un vero e proprio sconvolgimento nelle abitudini alimentari del popolo del web, in cui le regole sono stabilite da food influencer che, proponendo come desiderabili prodotti o esperienze al di là del loro valore reale, riescono a orientare le scelte alimentari sfruttando la stimolazione visiva, efficace al pari di quella olfattiva nell’azionare meccanismi che inducono all’assunzione di cibo: il problema è che il più delle volte tali stimoli riguardano alimenti poco nutrienti e particolarmente calorici, il cosiddetto ‘cibo spazzatura’ o junk food, che, per motivi biochimici legati alla conservazione della specie, l’uomo tende a preferire a quelli sani perché gli assicurano più energia e perché, attraverso l’assunzione degli acidi grassi saturi di cui sono ricchi, inducono il rilascio di dopamina, suscitando sensazioni piacevoli che si è spinti a voler replicare.
Come se non bastasse, gli utenti che fanno grandi abbuffate di contenuti digitali di tal genere sono quelli che, sulle stesse piattaforme social, sono subissati da immagini di corpi ipertonici, scattanti e decisamente magri, al centro di un paradosso in cui ci si chiede come sia possibile conciliare questi due trend senza che il cervello sia travolto dalla confusione.
Ciò merita una riflessione in quanto, soprattutto tra i più giovani, l’alimentazione sta perdendo le finalità collegate a una nutrizione sana e sta diventando sempre più una pratica determinata da mode che possono trasformarsi in ossessioni associate al piacere, come suggerisce l’uso virale dell’hashtag #foodpornche lega, con un chiaro riferimento alla sfera sessuale, l’assunzione di cibo all’eccesso e al bisogno spasmodico e smodato, cosicché anche l’alimentazione diventa atto inconsapevole, privo del suo scopo e del suo senso profondo.
Risulta evidente come tali meccanismi possano spingere verso disturbi del comportamento alimentare come la bulimia e l’anoressia, rischio che aumenta poiché l’algoritmo che interviene nella ‘bolla social’ degli utenti li indirizza fortemente e ripetutamente verso l’uso di prodotti o l’assunzione di comportamenti in linea con interessi e preferenze da loro espressi attraverso l’interazione sul web.
Fra i trend più virali in relazione al rapporto tra i social e il cibo c’è sicuramente il ‘mukbang’, fenomeno proveniente dalla Corea del Sud che consiste in una tipologia di video in cui una persona, spesso in diretta e dietro compenso, mangia smodatamente interagendo con chi consuma il suo pasto da solo dall’altra parte dello schermo. La diffusione di questo fenomeno fa riflettere sul desiderio/bisogno di recuperare la dimensione di socialità e aggregazione strettamente collegata alla condivisione dei pasti, persa anche a causa dei social, creando il paradosso in cui il web diventa la soluzione al disagio da esso stesso prodotto, in realtà accrescendo l’isolamento e il rischio di normalizzazione di abitudini malsane, come, ad esempio, il binge eating, abbuffate in rete spesso strettamente collegate alle sfide virali che promuovono comportamenti alimentari smodati e dannosi (le cosiddette food challenges).
Ad accrescere il senso di confusione determinato dall’aver disimparato il nesso tra alimentazione sana e salute, accanto ai trend che spingono verso l’ingozzamento compulsivo, il web offre in grande quantità altri trend i quali, all’opposto, pubblicizzano contenuti che promuovono l’‘industria del dimagrimento’, proponendo di continuo diete restrittive, interventi chirurgici o estetici, sessioni di allenamento poco sostenibili, e imponendo la diffusione della ‘diet culture’, cui è collegata la mania per la magrezza, nel costante confronto con gli altri attraverso lo sforzo di rispondere a standard estetici spesso irraggiungibili.
Ecco, allora, che i social si fanno cassa di risonanza per un altro disturbo dell’alimentazione in forte crescita, ovvero l’ortoressia, un eccesso di attenzione per l’alimentazione che diventa ossessione e che, nel tentativo di ottenere una dieta il più possibile sana, finisce con il provocare complicazioni anche gravi sul piano della salute fisica e mentale derivanti dall’eliminazione di cibi non in linea con gli standard autoimposti, dal calcolo esasperato delle dosi e delle combinazioni dei nutrienti da distribuire tra i pasti della giornata, dalla pianificazione maniacale della spesa, dalla rinuncia alle uscite con gli amici per ridurre il rischio di mangiare troppo o male, dalla conseguente restrizione anche drastica del tempo dedicato alla socialità.
Spesso all’ortoressia sia associa la vigoressia, che, a partire dalla percezione distorta del proprio corpo, non avvertito come abbastanza muscoloso e tonico, spinge verso la pratica compulsiva dell’esercizio fisico e verso l’assunzione di un regime alimentare prevalentemente proteico, in cui può trovare spazio l’uso di integratori e sostanze anabolizzanti dannose, segnali evidenti di un eccesso che induce a sviluppare sensi di colpa se si è impossibilitati ad allenarsi, desiderio di emulazione verso chi ha raggiunto risultati migliori sul piano della forma fisica, senso di superiorità nei confronti di chi non condivide lo stesso stile di vita che può portare, anche in questo caso, all’isolamento sociale.
Cosa auspicare in un quadro come quello descritto? Cosa possono fare gli adulti per cercare di proteggere i giovani e se stessi dai danni conseguenti alle abbuffate di contenuti digitali che inducono ad abitudini e a stili di vita pericolosi per la salute?
Anche questa volta è necessario sottolineare che la risposta non è semplice e che la questione non può risolversi nella demonizzazione della rete e dei social, anche perché questi ultimi, pur nella limitazione del tempo a essi dedicato per evitare di cadere nella dipendenza e nella convinzione che non possono sostituirsi agli specialisti nei vari settori, possono diventare strumenti importanti dal punto di vista educativo e giacimenti da cui attingere informazioni verificate, etiche e utili. Immaginiamo la promozione in rete (e non solo) di una massiccia educazione alimentare, i cui contenuti partano da dati scientifici e passino da esperti; immaginiamo che i food influencer orientino i contenuti da loro condivisi ad abitudini e stili di vita che non generano confronto costante, competizione, ansia e frustrazione; immaginiamo che i social diventino strumenti di aiuto per le persone che hanno disturbi alimentari, offrendo loro occasioni qualificate di prevenzione, supporto e informazione attraverso la diffusione virale di iniziative che promuovono la salute e la buona qualità della vita.
Questa prospettiva, sicuramente utopica, deve essere quella nella cui direzione ci si impegna a orientarsi, fermo restando che solo attraverso un approccio critico ai social media e ai contenuti che essi divulgano si possono contrastare gli effetti negativi dei fenomeni sopra descritti per cercare di garantire un rapporto sano con il cibo, in cui l’alimentazione torni ad essere alla base di una vita in cui il benessere psicofisico sia garantito.
