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Fast Fashion: il prezzo nascosto della moda a basso costo

Fast Fashion: il prezzo nascosto della moda a basso costo

a cura di Pietro Cuda*

Negli ultimi decenni, il mondo della moda ha subito una trasformazione radicale con l’avvento del fenomeno denominato fast fashion, che consiste nella produzione e distribuzione di abiti a basso costo, progettati per essere consumati rapidamente e sostituiti con altrettanta celerità. Se da un lato questo modello ha reso l’abbigliamento più accessibile, dall’altro ha generato una lunga serie di problemi ambientali e sociali che non possono più essere ignorati. Il termine fast fashion descrive un sistema produttivo basato sulla rapida immissione sul mercato di nuovi capi ispirati alle ultime tendenze, a prezzi estremamente contenuti.

Colossi nel settore, come Zara, H&M, Shein o Primark, propongono nuove collezioni in un intervallo di tempo strettissimo (di norma poche settimane), stimolando in tal modo un consumo compulsivo.

Tale approccio si basa su una filiera globalizzata, che sfrutta manodopera a basso costo e materiali poco sostenibili per garantire velocità ed economicità. Ciò che pochi sanno è che il settore della moda è oggi uno dei più inquinanti al mondo. Secondo le Nazioni Unite, è responsabile del 10% delle emissioni globali di anidride carbonica, più dell’industria aeronautica e marittima messe insieme. Inoltre, produce circa il 20% delle acque reflue industriali. Facciamo degli esempi: la produzione di un singolo paio di jeans richiede fino a 10.000 litri d’acqua, mentre la tintura dei tessuti utilizza sostanze chimiche altamente inquinanti che di sovente finiscono nei corsi d’acqua, andando a compromettere ecosistemi interi.

I materiali sintetici, come il poliestere, sono derivati dal petrolio e rilasciano microplastiche ogni volta che vengono lavati, contribuendo così all’inquinamento degli oceani. Da quanto detto, risulta chiaro che uno dei problemi drammatici e cruciali connessi con la fast fashion è l’enorme quantità di rifiuti tessili che produce: milioni di tonnellate di vestiti finiscono ogni anno nelle discariche, di cui la maggior parte non è riciclabile, né biodegradabile, e impiega decenni o secoli per decomporsi.

Questo modello di consumo “usa e getta” alimenta la cultura dell’eccesso e della superficialità, in cui il valore degli oggetti si riduce alla loro novità, caratteristica del tutto estemporanea che decade nell’intervallo di un battito di ciglia. Tale scenario distopico rimanda d’alto canto alla profondissima riflessione del filosofo Gregory Bateson. Nella sua celeberrima opera Ecologia della mente, il filosofo ci invita ad andare oltre la visione lineare e frammentata del mondo per abbracciare una logica sistemica e olistica, in cui ogni elemento è interconnesso e rappresenta una parte di un equilibrio più ampio. Se si trasferisce tale approccio al fenomeno della fast fashion, emergono con forza ancora maggiore le conseguenze di un sistema che infrange l’armonia tra economia, ambiente e società. La produzione sfrenata, lo sfruttamento delle risorse e delle persone, l’inquinamento e l’alienazione del consumo compulsivo sono difatti i prodromi di un pensiero “non ecologico”. Secondo Bateson, solo riconoscendo le interdipendenze tra i nostri comportamenti e gli effetti sul mondo vivente possiamo aspirare a un cambiamento reale e duraturo.

Riconsiderare la moda in chiave sistemica diventa quindi un atto necessario per ristabilire un equilibrio perduto, prima che sia troppo tardi. Oltre ai danni ambientali, la fast fashion reca con sé anche gravi conseguenze sociali. Infatti, per mantenere i costi bassi, le aziende del settore delocalizzano la produzione in paesi dove i diritti dei lavoratori sono precari o addirittura inesistenti. Operai e operaie, spesso anche minori, lavorano in condizioni disumane, con turni massacranti e salari da fame.

Tragedie come il crollo del Rana Plaza in Bangladesh nel 2013, che ha causato oltre 1100 morti, hanno portato alla luce queste gravi violazioni, ma il cambiamento procede con estrema lentezza e le misure intraprese sono del tutto insufficienti. Tuttavia, pare che negli ultimi anni, la crescente consapevolezza ambientale e sociale ha spinto consumatori e aziende a interrogarsi sulle alternative alla fast fashion. Il concetto di slow fashion che ne emerge promuove un approccio più etico e sostenibile: si privilegiano materiali naturali e riciclati, si valorizzano le produzioni locali e artigianali, si acquistano meno capi ma di migliore qualità, destinati a durare nel tempo.

Anche il second hand e il noleggio di abiti stanno guadagnando popolarità, contribuendo a ridurre gli sprechi. Alcuni brand stanno investendo in trasparenza e innovazione, adottando certificazioni ambientali e sistemi di tracciabilità della filiera. Infine, occorre sottolineare con forza che ogni singolo acquisto è un atto politico. Come consumatori, abbiamo il potere di orientare il mercato attraverso le nostre scelte. Acquistare meno, scegliere capi di qualità, informarsi sull’origine dei prodotti, supportare marchi sostenibili: sono tutte azioni concrete che possono fare la differenza. La moda non deve essere in alcun modo sinonimo di spreco. Può e deve diventare uno strumento di espressione personale che rispetti l’ambiente e le persone.

Perché dietro ogni vestito c’è una storia: sta a noi decidere quale vogliamo raccontare.


* Ingegnere dei materiale - Ph.d student

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