a cura di Barbara Preianò
La disinformazione in un mondo sommerso dalle “informazioni” Oggi siamo costantemente esposti a un flusso continuo di notizie: notifiche sullo smartphone, post sui social, video, podcast, articoli online. Mai come ora l’umanità ha avuto accesso a così tante informazioni in così poco tempo. Ma questo mare sconfinato di contenuti porta con sé un problema enorme: distinguere ciò che è vero da ciò che è falso. Spesso le false notizie (fake news) sono costruite per attirare l’attenzione, generare indignazione o confermare convinzioni già radicate, facendo leva sulle emozioni più forti. False Notizie: non solo un problema di internet Potrebbe sembrare un fenomeno nato con i social network, ma la disinformazione ha radici antiche.
Già nell’antica Roma circolavano voci infondate per screditare avversari politici, e nel Novecento la propaganda è stata una delle armi più potenti dei regimi totalitari. La differenza di oggi è che non servono più giornali o manifesti: basta uno smartphone. Viviamo in un’epoca in cui ogni istante porta con sé una valanga di notizie: social media, messaggi, articoli, video. È facile sentirsi aggiornati, ma anche molto più facile cadere vittime della disinformazione. Quello che un tempo era un volantino, una voce passata di bocca in bocca o una propaganda politica, oggi prende la forma di post virali, video manipolati accuratamente costruiti per ingannare. Disinformazione: non solo opinione, ma danno reale La diffusione veloce di mezze verità e teorie complottiste non è un danno solo culturale o morale: ha conseguenze pratiche.
Nelle crisi, siano esse pandemie, conflitti o blackout, la confusione e la paura si amplificano se le informazioni sono sbagliate. Le persone possono prendere decisioni sbagliate, diffidare di fonti autorevoli, alimentare tensioni sociali. Esempi di alcuni eventi attuali che hanno avuto impatto immediato sulla disinformazione: pochi mesi fa (28 aprile 2025) un blackout massivo ha colpito la Penisola Iberica (Spagna e Portogallo), lasciando al buio decine di milioni di persone, interrompendo trasporti, comunicazioni e servizi essenziali. Dalle prime ore dopo l’accaduto si sono diffuse varie teorie: - che fosse un attacco informatico (cyberattack) da parte di poteri esterni - che fosse un esperimento di politica energetica mascherato - che l’aumento della produzione da fonti rinnovabili avesse reso la rete instabile; (Al Jazeera).Il controllo dei fatti (fact-checking) ha permesso di smontare molte di queste affermazioni: non ci sono prove di un attacco informatico, né che le rinnovabili siano di per sé la causa principale. Le autorità, inclusi gli operatori della rete elettrica, hanno parlato di guasti tecnici, pianificazione inadeguata e disconnessioni multiple nella rete di generazione.
Questo episodio dimostra come un evento reale, grave e concreto, diventi terreno fertile per la disinformazione, specie quando le cause non sono immediatamente chiare. Il conflitto in Israele e Gaza continua ad essere uno dei casi più evidenti di come disinformazione, propaganda e false notizie si intreccino con gli avvenimenti reali. Chiunque cerchi notizie online si imbatte in immagini non verificate, video editati, affermazioni infondate riguardo vittime, responsabilità, distruzioni. Il conflitto ha portato a casi specifici di disinformazione: immagini e video riciclati, affermazioni non verificate, distorsioni di dati relativi a vittime, un classico problema nei conflitti: le fonti sono molte, contrastanti, con varie limitazioni nell’accesso diretto all’informazione. Un altro esempio è la pandemia di COVID-19 su cui sono circolate diverse teorie riguardo al virus che sarebbe stato creato in laboratorio o che alcuni rimedi “miracolosi” potessero guarire la malattia.
I factchecker hanno verificato queste affermazioni, spiegandone l’infondatezza e riportando il parere degli esperti. Il ruolo del fact-checking in momenti di crisi Quando accadono eventi grandi, rapidi, che colpiscono molte persone, il rischio di disinformazione aumenta: mancanza di dati concreti, annunci affrettati, speculazioni, teorie alternative. In queste circostanze, il fact-checking diventa essenziale per: - fornire chiarificazioni su ciò che è certo e su ciò che è invece ancora oggetto di indagine; - contrastare le teorie infondate che si diffondono prima che la verità emerga; - restituire fiducia nelle fonti autorevoli; - aiutare il pubblico a non contribuire alla diffusione di bufale. Nel caso del blackout iberico, ENTSO-E ha istituito un “Expert Panel” che ha pubblicato dati preliminari, tra cui la sequenza degli eventi (oscillazioni di tensione, disconnessioni della generazione) e ha fatto chiarezza su molte speculazioni false o premature.
Per la guerra in Israele, varie organizzazioni (organizzazioni umanitarie, giornali internazionali, agenzie ONU) hanno prodotto rapporti dati per smontare false immagini, quantificare il numero reale di vittime, verificare dichiarazioni di autorità. Limiti che emergono con questi eventi recenti Le smentite arrivano con ritardo, quando molti sono già convinti di una versione falsa. Nel blackout, molte persone avevano già letto online che fossero le rinnovabili o lo Stato che aveva provocato intenzionalmente la crisi, prima che i dati ufficiali correggessero. Le smentite non sempre raggiungono lo stesso pubblico che ha visto la notizia falsa. Spesso restano nei canali specialistici o nei media, mentre nei social alternativi o nelle chat rimane la versione distorta. Il carico emotivo nei conflitti rende difficile a molti accettare minimamente una versione che smonta la propria narrativa di riferimento, la disinformazione ha spesso la forza di rafforzare convinzioni preesistenti.
Questi eventi dimostrano che la disinformazione prospera soprattutto nei momenti di incertezza, crisi o cambiamenti rapidi. Il blackout in Spagna ha offerto un vuoto informativo che è stato riempito da teorie e colpe immaginate; la guerra in Israele e dintorni è un contesto dove ogni immagine, ogni dichiarazione, ogni numero diventa strumento politico, emotivo o propagandistico.Il fact-checking oggi non serve solo a correggere errori passati, ma a prevenire scorribande disinformative e a offrire “scudi informativi” a cittadini sempre più immersi in un mare di contenuti. Per farlo, serve non solo accuratezza tecnica, ma anche capacità di comunicare velocemente, in modo chiaro, e di raggiungere i pubblici più esposti alle narrazioni false.Uno dei problemi principali è che le notizie false continuano a circolare anche dopo essere state smentite. In psicologia questo fenomeno è chiamato “illusione della verità”: se leggiamo più volte una stessa informazione, tendiamo a considerarla credibile, anche se è stata corretta. Inoltre, molte persone diffidano delle verifiche, considerandole parte di un presunto “sistema” che vuole nascondere la verità.
Questo rende ancora più difficile il lavoro dei fact-checker, che devono non solo smontare bufale ma anche conquistare la fiducia del pubblico.L’emotività è altissima: dolore, rabbia, paura rendono più probabile che la gente creda a versioni che confermano le proprie opinioni o che suscitano indignazione. Intelligenza artificiale e disinformazione: un rapporto a doppio taglio L’intelligenza artificiale (IA) è sempre più al centro del dibattito pubblico, non solo per le opportunità che offre, ma anche per i rischi che comporta. Uno dei campi più delicati è quello della disinformazione, dove gli algoritmi si rivelano al tempo stesso alleati preziosi e potenziali complici. I lati positivi: l’IA come scudo contro le fake news L’uso dell’IA nel fact-checking ha già mostrato risultati incoraggianti.
Sistemi avanzati di riconoscimento del linguaggio e analisi semantica permettono di:
- Verificare velocemente le affermazioni circolanti online confrontandole con fonti ufficiali.
- Individuare contenuti manipolati come immagini ritoccate o deepfake.
- Segnalare tempestivamente notizie sospette ai giornalisti e alle piattaforme social, riducendo la velocità di propagazione delle bufale.
In questo senso, l’IA diventa un alleato delle redazioni e dei cittadini, fornendo strumenti rapidi e accessibili per difendersi dall’eccesso di informazioni ingannevoli.
I lati negativi: l’IA come amplificatore di disinformazione Parallelamente, la stessa tecnologia può trasformarsi in un’arma a doppio taglio:
- Generazione di contenuti falsi: testi, immagini e video creati da IA possono sembrare autentici e diffondersi rapidamente.
- Automazione della propaganda: bot e sistemi di IA possono moltiplicare la portata di messaggi ingannevoli, influenzando dibattiti politici ed elettorali.
- Difficoltà di controllo: man mano che gli strumenti diventano più sofisticati, distinguere il vero dal falso richiede competenze sempre più elevate.
Vediamo alcuni eventi attuali che di ciò sono una testimonianza. Durante il suo pontificato, Papa Francesco è stato bersaglio di diverse notizie false, alimentate da social media e intelligenza artificiale. Tra le fake news il presunto sostegno del papa all’eutanasia per combattere il cambiamento climatico, le false congratulazioni a Putin per la rielezione, e un’immagine virale generata con l’AI che lo ritrae con un vistoso piumino bianco.. A pochi giorni dalla ripetizione delle elezioni presidenziali, la Romania è travolta da una campagna di disinformazione online che diffonde allarmi su una presunta guerra imminente con la Russia e attacca le istituzioni democratiche. Israele ha sperimentato tecnologie militari basate sull’intelligenza artificiale nella guerra contro Hamas, inclusi sistemi per il riconoscimento facciale, modelli in arabo e algoritmi predittivi per identificare militanti.
L’uso intensivo dell’IA ha accelerato le operazioni ma ha anche causato errori, arresti ingiustificati e vittime civili L’IA è allo stesso tempo quindi parte del problema e parte della soluzione. Usata con responsabilità e sotto adeguata supervisione, può diventare uno scudo contro le fake news. Senza regole chiare e senza consapevolezza, rischia invece di amplificarne la portata. La sfida è quindi culturale oltre che tecnologica: imparare a convivere con strumenti sempre più potenti senza rinunciare al senso critico. Verso un’informazione più sana: cosa possiamo fare.
Alcune pratiche utili:
- usare sempre fonti affidabili, verificare chi ha scritto cosa;
- controllare se altre testate o organismi internazionali riportano la stessa cosa;
- diffidare dei titoli eccessivamente emotivi o sensazionalisti;
- verificare immagini o video: cercare se sono già stati usati in contesti diversi;
- sostenere l’educazione mediatica: nelle scuole, nelle università, nei media locali.
Educazione e spirito critico La vera sfida contro la disinformazione passa anche dall’educazione. Così come si insegna a leggere e scrivere, oggi diventa fondamentale insegnare a “leggere” le informazioni.
Alcuni strumenti utili per i cittadini:
- controllare sempre la fonte di una notizia;
- diffidare di titoli sensazionalistici o troppo emotivi;
- verificare se la stessa notizia è riportata da più testate affidabili;
- distinguere un’opinione da un dato di fatto.
Anche le scuole e le università hanno iniziato a introdurre percorsi di educazione digitale e mediatica, per aiutare le nuove generazioni a sviluppare un pensiero critico. La disinformazione è una responsabilità collettiva non è un problema che riguarda solo i giornalisti o gli esperti, ma tocca ognuno di noi. Ogni volta che condividiamo un contenuto senza verificarlo, rischiamo di diventare parte del problema. Al contrario, se impariamo a selezionare e a diffondere solo fonti affidabili, possiamo contribuire a rendere il web un luogo più sano. Come ha affermato Claire Wardle, ricercatrice internazionale esperta di media e fake news: “La disinformazione prospera quando non c’è fiducia. Ricostruire la fiducia nelle informazioni è la vera sfida del nostro tempo.”
Disinformazione e fact-checking sono le due facce della stessa medaglia: da un lato il rischio di perdere la bussola in un oceano di notizie ingannevoli, dall’altro la possibilità di ritrovare un orientamento grazie alla verifica e al pensiero critico. In fondo, la lotta contro le fake news non è solo una battaglia per avere notizie più accurate: è una sfida per proteggere la conoscenza, la scienza e la democrazia stessa. Conclusione: la conoscenza come bene comune Disinformazione e fact-checking non sono concetti astratti: sono parte della realtà di chiunque utilizzi internet, guardi notizie, viva momenti di emergenza. Il blackout in Spagna, la guerra in Israele sono solo due esempi recenti di come la verità spesso arrivi in ritardo, mentre le speculazioni corrono veloci.
