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Il negazionismo complottista ai tempi dei social

Il negazionismo complottista ai tempi dei social

A tutti sarà capitato almeno una volta, nel consueto e meccanico scorrere delle pagine dei social, di imbattersi in post o lunghissime serie di commenti che, con un’assertività quantomeno audace, pretendono di riscrivere eventi storici acclarati o dinamiche scientifiche abbracciate unanimemente dalla comunità accademica: nell’inquietante tentativo di giurarsi profeti di una verità cui gli altri sono ciechi, negazionisti e/o complottisti creano scompiglio online e – aiutati dalla incontrollata velocità di comunicazione dei social – insinuano dubbi e timori pseudoscientifici nei cittadini comuni, rappresentando un pericolo per la credibilità della scienza e per la sicurezza delle comunità sociali.

Ma quali sono le ragioni che fondano questi fenomeni e come è possibile combatterli per proteggere la nostra navigazione da notizie poco attendibili?

Il numero di persone che aderisce alle teorie del complotto sta aumentando esponenzialmente e, data la pericolosità culturale e sociale di questi fenomeni, la ricerca e l’opinione pubblica hanno iniziato a spendere maggiore attenzione nella loro indagine.1 Dai complottisti del cambiamento climatico a quelli recentissimi dei vaccini e della pandemia tutta, passando per chi mette in dubbio l’allunaggio di Armstrong del 1969, la terra come geoide e la mano unicamente umana nella costruzione delle piramidi, inneggiando ad aiuti extraterrestri: tutte queste (quantomeno) fantasiose teorie partono da semplici evidenze o fatti incontrovertibili della realtà ma, nel tentativo di dare spiegazioni che si avvicinano al senso comune, se ne discostano quanto più, finendo alle volte per mescolare, in una pericolosa accozzaglia, elementi di fantascienza, pseudo-archeologia e pseudo-architettura, ma anche ufologia o pseudoscienze esoteriche.

La crescente popolarità di queste teorie si deve principalmente al sensazionale incremento dell’utilizzo delle piattaforme social come Facebook e Twitter ma anche delle “più giovani” come TikTok e Instagram, dove i contenuti virali – spesso non filtrati e verificati – si diffondono rapidamente e in maniera non controllata. Come mostrato dalle infografiche sull’evoluzione (in %) dell’utenza complessiva dei media dal 2007 al 2023 del 19esimo rapporto Censis sulla comunicazione, questo trend positivo dei social si accompagna pericolosamente alla complementare controtendenza di cui sono vittime TV, libri e carta stampata.

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Così, i social diventano il terreno più fertile per il riciclo di informazioni false e teorie cospirazionistiche, poiché solitamente non controllate, impersonali e dall’“inoltro facile”.

Immagine23Ora, da un punto di vista meramente linguistico, il negazionismo semplice è, in un certo senso, “passivo” perché consiste nel rifiuto di fatti storici o scientifici consolidati, di cui chi lo pratica tende a ignorare o distorcere le prove.

Tuttavia, esso è spesso accompagnato dal suo più spontaneo completamento “attivo”, il complottismo appunto, che implica la credenza che questo tipo di eventi importanti sia il risultato di cospirazioni segrete orchestrate da gruppi potenti (governi, corporazioni, élites ecc).

A livello antropologico e psicologico, questi fenomeni possono essere interpretati come una risposta alla complessità del mondo moderno, una sorta di “evasione” da una realtà percepita come difficile da comprendere o dominata da istituzioni lontane e incomprensibili.

Un esempio di teoria del complotto supportata da utenti social che sembrano incarnare paradigmaticamente questi tratti è l’insieme delle tesi che rifiutano l’origine umana delle piramidi. I maestosi monumenti di Giza, in Egitto, sono unici e spettacolari ma, per alcuni, sono così straordinari da essere, per l’appunto, extra-ordinari: negli ultimi anni si è diffusa – soprattutto sull’ex Twitter (ora X) e su Facebook, sebbene l’esempio nell’immagine che riporto sia tratto da Tik Tok – la singolare teoria che riconduce l’origine misteriosa delle piramidi a una natura extraterrestre.

Chi la sostiene la giustifica perché ritiene impossibile spiegare come gli Egizi dell’epoca abbiano potuto spostare per chilometri le pietre delle piramidi con la semplice forza delle braccia, fino a metterle in posizione.

Questa storia “ufologica” ha poco da invidiare, ad esempio, a quelle contro l’allunaggio del ’69, recentemente tornate alla ribalta.

La bibbia dei complottisti dello sbarco sulla luna è il libro We Never Went to the Moon di Bill Kaysing (pubblicizzato in una serie di commenti a un post per la ricorrenza dell’allunaggio tratto da X, che riporto qui), pubblicato nel 1976, che ha contribuito a gettare le basi di molte delle argomentazioni utilizzate dai negazionisti, nonostante l’autore non avesse alcuna formazione specifica nel campo. 

Immagine24Per i suoi seguaci, le foto e i video della missione Apollo 11 sono stati girati in studio, come dimostrerebbero presunte anomalie come ombre non parallele, la bandiera americana che sembra sventolare e l’assenza di stelle nel cielo lunare.

Altri invece mettono in dubbio che la tecnologia degli anni ‘60 fosse sufficientemente avanzata per un’impresa di tale portata e fanno leva sul fatto che, dopo le missioni Apollo, nessun altro Paese ha inviato astronauti sulla Luna, considerandolo un altro indizio di una cospirazione.

Di nuovo, in entrambi questi artificiosi esempi, il modus operandi è lo stesso: si pretende di spiegare una dinamica della realtà (la presenza delle piramidi nella loro monumentalità e il mero fatto storico dello sbarco sulla Luna) per mezzo di teorie non conformi a quelle universalmente riconosciute servendosi di dinamiche che fanno leva sul senso comune e sulla retorica del “noi” (i cittadini in balìa dei potenti) contro “loro” (le élites accademiche o scientifiche, ma anche politiche).

E allora, quale miglior veicolo per questo tipo di discorso se non quello che aumenta esponenzialmente il coinvolgimento, la partecipatività degli utenti che vive di threads, il “filo” di commenti supponenti e risposte indignate?

Le piattaforme social creano infatti ambienti di “eco camere”, dove gli utenti tendono a interagire principalmente con contenuti e persone che confermano le loro opinioni preesistenti, alimentando il fenomeno della disinformazione: così ognuno modella le proprie pagine in un vero e proprio processo centrifugo che amplifica endemicamente la pericolosità delle informazioni false condivise.

Tik Tok e Instagram, ad esempio, offrono agli utenti strumenti semplici e immediati per creare e condividere video sensazionalistici che possono raggiungere migliaia di persone, in base alle proprie “bolle di filtraggio” (filter bubbles) derivate dalle specifiche logiche dell’algoritmo del mezzo, aumentando la visibilità delle teorie del complotto a chi verosimilmente ha già reagito positivamente a contenuti analoghi, in una vera e propria “autosegregazione” di temi. L’impatto del veicolo social per la diffusione si declina, quindi, grazie a più fattori:

  • Algoritmi personalizzati. I social media usano algoritmi che mostrano contenuti basati sugli interessi degli utenti. Questo crea una “bolla” in cui chi crede nelle teorie del complotto vede solo informazioni che confermano le sue convinzioni;
  • Rinforzo sociale. Le persone che condividono teorie complottiste ricevono approvazione (likes, commenti) da chi la pensa allo stesso modo, rafforzando le loro credenze e creando un senso di appartenenza che rende più difficile mettere in dubbio le proprie idee;
  • Esclusione di voci dissonanti. Le “eco camere” isolano le persone da opinioni contrastanti alimentando i cosiddetti pregiudizi (biases) di conferma, e chi sfida le credenze complottiste viene spesso ignorato o etichettato come parte del “sistema”, alimentando ulteriormente il pensiero complottista;
  • Effetto di polarizzazione. Discutere all’interno di gruppi omogenei rende le opinioni più estreme. Chi crede in teorie complottiste può radicalizzare le proprie posizioni esponendosi continuamente a contenuti che rinforzano e amplificano le sue convinzioni;
  • Facilità di diffusione e viralità. Le teorie complottiste si diffondono rapidamente sui social perché fanno leva su emozioni forti come paura e indignazione;
  • Mancanza di controllo. A differenza dei media tradizionali, i social media non verificano le informazioni prima della diffusione. Le teorie del complotto si diffondono facilmente, e chi le condivide spesso ignora il controllo dei fatti (fact-checking), vedendolo come parte del complotto stesso.

La concomitanza di questi fattori fa delle piattaforme social il sine qua non della disinformazione complottista. Per contrastare la diffusione di notizie pseudoscientifiche di natura cospirativa è fondamentale avere innanzitutto consapevolezza dei meccanismi del web che abbiamo illustrato, incoraggiare il pensiero analitico e utilizzare strumenti come appunto il controllo dei fatti e lo sfatare preventivamente (pre-bunking) , con cui si possano passare in rassegna le notizie e l’attendibilità delle loro fonti, praticando quindi un’attiva educazione preventiva contro la disinformazione.

Per una democrazia informata, ovviamente, le decisioni dovrebbero basarsi su fatti reali e fonti verificate e non sulle (in)capacità selettive individuali, proprio come negli artificiosi casi del complottismo.

Eppure, riconosciamo che promuovere il pensiero critico non è semplice: richiede uno sforzo epistemico maggiore rispetto ai rapidi processi mentali incentivati dai social, che ci abbandonano invece a una vera “sclerosi cognitiva” che erode l’autorità delle fonti esperte, sostituite dall’opinione del dilettante o del fanatico, tra pigrizia e supponente superficialità.


1 Si vedano, ad esempio, Bowes, S. M., Costello, T. H., & Tasimi, A. (2023). “The conspiratorial mind: A meta-analytic review of motivational and personological correlates”. Psychological Bulletin e anche Vegetti, F. & Littvay, L. (2020). Belief in conspiracy theories and attitudes toward political violence.

2 Secondo il recentissimo studio di Bowes e colleghi (2023), le persone più inclini a credere alle teorie dei complotti al giorno d’oggi mostrerebbero infatti una interessante e sintomatica combinazione di motivazioni e tratti della personalità:

- esigenza di controllo, per dare un senso agli eventi che vengono considerati difficili da comprendere dall’informazione tradizionale;

- senso di superiorità, come notato da Goreis e Voracek (2019). Difatti, le teorie del complotto fanno maggiore presa in coloro che si sentono emarginati dalla società, impoveriti dalle loro relazioni e infelici della loro vita. Attraverso questi racconti, i complottisti si creano una narrativa alternativa in cui essi, e non le élites o gli scienziati, possiedono la verità;

- necessità di appropriarsi di una comune identità sociale: in contesti sociali sempre più polarizzati, le teorie del complotto fungono anche da collante identitario, rafforzando il senso di appartenenza a una comunità.

3 La Grande Piramide di Giza, ad esempio, è infatti costituita per il 97% da pietre ognuna pesante dagli 800 kg alle 4 tonnellate, mentre le camere interne sono costruite di monoliti di granito pesanti addirittura dalle 20 alle 80 tonnellate.

4 Questo ragionamento ha, però, due falle: la prima è che per spiegare qualcosa che sembra poco chiaro si introduce, con leggerezza, una spiegazione (gli extraterrestri) ancora più fantasiosa e, oserei, meno credibile; la seconda è che queste teorie vengono avanzate, stranamente, quasi interamente per la Piramide di Cheope e per poche altre costruzioni specificatamente egizie, sebbene il mondo sia in realtà pieno di realizzazioni architettoniche che, in epoca pre-tecnologica, hanno implicato lo spostamento di pesi incredibilmente grandi.

Le speculazioni, infatti, sembrano non riguardare mai le opere mastodontiche dell’antica Roma o della Magna Grecia ma, come sottolinea la ricercatrice Halmhofer in un articolo su Sapiens – «le popolazioni nere, indigene e di colore», alle quali viene retroattivamente negata la capacità di costruire questo tipo di architetture. Questo tipo di negazionismo sembra avere dietro di sé (oltre alle ragioni che citavamo sopra), dunque, anche un concentrato di etnocentrismo europeo e razzismo, retoriche tipiche del discorso del web.

a cura di Ilaria Passarella

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