a cura di Massimiliano Nespola
Nell’ultimo trentennio, il modo di comunicare ha visto mutamenti costanti e a volte imprevisti. Volgendo indietro lo sguardo al 1995, ci si rende conto di quanto, di pari passo con l’evoluzione tecnologica, sia cambiato l’ecosistema delle comunicazioni globali. Per esempio, proprio intorno a quell’anno iniziavano ad essere commercializzati in Italia i modem 28,8k e 33,6k. Dal 1996, arrivò il 56k. Le sue funzioni erano enormemente più limitate rispetto ad oggi. La connessione internet era molto lenta e impediva l’utilizzo del telefono di casa.
Gradualmente, a partire dal 2001 si è iniziato a commercializzare la connessione in fibra ottica, inizialmente nelle grandi città e poi man mano in tutto il Paese. È aumentata così la velocità del traffico dati, fino ad arrivare alla situazione attuale, in cui Internet veloce è ormai una presenza costante. Di pari passo con la trasformazione di questo tipo di tecnologia, si è resa necessaria una differente modalità di trattamento dei dati. Inizialmente, si scaricavano i file desiderati e si disponeva di una memoria fisica sul proprio computer. È da ricordare anche che le dimensioni dei computer erano molto maggiori rispetto ad oggi e che si utilizzava comunemente il case assemblato, di dimensioni ingombranti, mentre oggi si utilizzano quasi solo computer portatili o postazioni da lavoro che non hanno nulla a che vedere con i dispositivi diffusi fino a 20 anni fa circa.
Non solo: oggi prevale nell’approccio alla gestione dei dati la dimensione cloud, che ci porta ad essere sempre connessi ad una rete a banda larga sulla quale vengono collocate moltissime nostre informazioni personali, anche riservate. Le implicazioni di una tale trasformazione sono notevoli e sono state studiate dagli esperti di sociologia della comunicazione e dei processi comunicativi. Inizialmente si è parlato semplicemente di società dei media o società dell’informazione, ma, a seguito dei mutamenti di scenario, si è reso necessario aggiornare tali definizioni. I mezzi di comunicazione, infatti, hanno sempre più avuto caratteristiche simili a quelle dell’essere umano: le tecnologie di comunicazione sono sostanzialmente parte di noi, sono equiparabili a delle vere e proprie protesi. Sono delle estensioni del nostro corpo, come sostiene il noto sociologo Marshall McLuhan, anche se non tutte allo stesso modo.
C’è infatti differenza tra la tv tradizionale, mezzo di comunicazione di massa, e i cellulari di ultima generazione che sono estremamente personalizzabili in base a gusti e scelte individuali. A seguito dell’evoluzione del composito ecosistema dei mezzi di comunicazione, oggi l’interesse degli studiosi si concentra su quella che è stata definita come società delle piattaforme. Basta utilizzare il cellulare per rendersi conto di cosa stiamo parlando: moltissime nostre scelte vengono effettuate accedendo ad applicazioni autorizzate all’utilizzo dei nostri dati, per finalità anche non banali, come la tutela della salute e dei propri diritti. Proprio per questo, in questo tipo di ecosistema sono fortemente coinvolti i giuristi, che si trovano davanti al delicatissimo compito di fissare delle regole comuni e aggiornarle molto velocemente, man mano che l’innovazione tecnologica va avanti.
Il problema che si pone, anzi, i problemi che ci si trova a dover affrontare sono quindi continui. Costante è infatti l’innovazione e, se da un lato si danno nuove opportunità, dall’altro i rischi sono pure numerosi. Anzitutto, c’è un rischio per la tutela della privacy delle persone quando si autorizza il trattamento dei propri dati personali su dispositivi digitali che possono essere stati ideati in Stati esterni all’Unione Europea. Quando avviene il trattamento di informazioni che ci riguardano, ci fidiamo infatti che il loro utilizzo avvenga secondo criteri corretti. Ma è davvero così? Ci sono numerosi motivi per pensare che i rischi siano notevoli e che possano verificarsi violazioni della nostra privacy. Basti pensare a quando, a fine luglio 2021, la Regione Lazio fu vittima di un attacco hacker su larga scala che violò i sistemi di sicurezza informatici. La conseguenza di ciò fu la possibilità di ignoti di accedere ai dati sanitari di moltissimi cittadini: c’è da chiedersi per quale finalità avvenne tale attacco di cui oggi non si parla più.
Anche le nostre password sono costantemente utilizzate su sistemi Cloud, per l’accesso alle varie piattaforme, e questo pure è un rischio, perché un accesso indesiderato non sempre è totalmente controllabile dall’utente e può quindi verificarsi il furto della propria password. Esistono dei sistemi di controllo da parte dei grandi gestori, come Google, che ci informano se sul nostro account è avvenuto un accesso da parte di un nuovo dispositivo: possiamo riconoscere o meno la paternità di tale operazione e questo è sicuramente un elemento di controllo in più. Ma comunque si tratta di un meccanismo di protezione individuale: se quindi è l’azienda stessa nel suo insieme ad essere attaccata a monte, tutti gli utenti, anzi, tutti i loro dati potranno essere conosciuti dagli hacker.
Quindi non basta una protezione individuale rispetto ai grandi problemi di sicurezza informatica e al bisogno di tutela da attacchi simili. Inoltre, il rischio non è nemmeno limitato alla sicurezza dei sistemi informativi dei gestori di dati: è la nostra stessa democrazia a rischio. La democrazia si difende con il rispetto delle leggi e la certezza di sentirsi al sicuro, sia nella propria sfera privata che in società; se una tale certezza vacilla, il problema è davvero molto serio.
Oggi quindi la tutela della nostra sicurezza, della nostra libertà e della democrazia in sé richiede anche di ragionare seriamente su come la società delle piattaforme abbia modificato alcuni comportamenti e abitudini. Tale riflessione si rende necessaria in numerosi ambiti: nel modo in cui svolgiamo i nostri acquisti, in cui decidiamo di andare in ospedale, in cui un fornitore di servizi tratta i nostri dati, insomma. Non si può più accettare acriticamente di fornire il proprio consenso alle piattaforme, è invece necessario leggere e capire quali sono gli effetti dell’operazione richiesta.
Si può e si deve minimizzare il trattamento dei propri dati all’essenziale ed è bene farlo sempre. Bisogna, più in generale, ricordarsi che si è soggetti che utilizzano queste piattaforme e non oggetti nelle mani di chi le gestisce; questo perché la libertà da affermare deve poter essere sempre e comunque, per quanto possibile, la nostra e non quella degli algoritmi.
