a cura di Raimonda Bruno
Il funzionamento e la complessità del cervello umano, al netto dell’accresciuta conoscenza delle strutture e dei meccanismi che lo riguardano frutto dei recenti studi di neurologia, neuroscienze e neuropsicologia, sono ancora oggi poco noti. Tuttavia, tra i meccanismi cerebrali più conosciuti, ci sono quelli relativi ai cosiddetti ‘bias cognitivi’, scorciatoie mentali - nel linguaggio scientifico definite ‘euristiche’- fondate su presupposti che consentono ai neuroni di ottimizzare tempo ed energia quando formuliamo un giudizio o compiamo una scelta.
Di fatto i bias, pur costituendo dei veri e propri ‘errori di sistema’ del nostro pensiero che si producono quando il cervello devia dalla razionalità semplificando la realtà per reagire velocemente, nel corso dell’evoluzione hanno consentito alla specie umana la sopravvivenza, tutelata dalla velocità di risposta a uno stimolo senza analizzarne ogni volta natura e origine. Gli studi sui bias cognitivi sono stati avviati nei primi anni ’70 del secolo scorso dagli psicologi Amos Tversky e Daniel Kahneman, che li hanno rilevati nella maggior parte degli individui, a prescindere dalla cultura di appartenenza, e classificati nell’ordine delle centinaia, evidenziandone le implicazioni in contesti differenti, tanto privati quanto pubblici.
Questi condizionamenti psicologici, insiti nella natura umana, vengono fortemente amplificati dall’ambiente digitale nel quale siamo immersi, in cui i social media sono una vera e propria estensione della nostra realtà quotidiana come una delle principali fonti di informazione, confronto e intrattenimento, che alimentano i bias facendone veri e propri strumenti di potere sociale in quanto condizionano pensieri, comportamenti, giudizi e decisioni e ci portano spesso a fare nostre conclusioni affrettate, preconcetti e pregiudizi, contribuendo alla formazione degli stereotipi e alla polarizzazione delle opinioni e arrivando a impattare fortemente sulla coesione delle comunità, tanto piccole quanto grandi.
Per riflettere su quanto affermato si pensi a chi, durante la recente pandemia da Covid-19, per informarsi sull’efficacia dei vaccini ha cominciato a seguire solo pagine social no-vax, affidandosi all’opinione del gruppo senza approfondirla attraverso il confronto con esperti della materia: ciò ha alimentato il bias di conformità, che ha portato allo sviluppo di una visione della questione soggettiva, parziale e infondata, rafforzando le opinioni acquisite come conseguenza dell’effetto ‘eco-chamber’, ovvero di una ‘camera informativa’ chiusa, al cui interno non è ammesso alcun confronto con opinioni divergenti, e contribuendo alla diffusione di notizie false.
Tale fenomeno si realizza per mezzo degli algoritmi personalizzati attivi sulle piattaforme social, i quali rafforzano le nostre opinioni preesistenti: ci basti pensare a come Facebook, Instagram e TikTok selezionano i contenuti che vediamo in base ai nostri comportamenti passati, manifestati tramite like, visualizzazioni o commenti, alimentando il bias di conferma, che ci spinge ad applicare meccanismi inconsci di ricerca e memorizzazione di informazioni in linea con le nostre ipotesi, ignorando o minimizzando quelle contrarie. Ciò è amplificato anche dalla velocità e dal volume delle informazioni che ci raggiungono passando dalla rete, la cui sovrabbondanza riduce il tempo dedicato all’analisi critica e ci costringe a processarle velocemente. Spesso, perciò, capita che per maturare un giudizio ci basiamo solo sui titoli sensazionalistici delle notizie, alimentando il bias dell’attenzione, attraverso il quale contenuti dal forte impatto emotivo, anche se non affidabili, conquistano il nostro interesse, facendoceli preferire ad altri più ‘neutri’; capita, ancora, che talvolta, inconsciamente spinti dal bias dell’autorità, facciamo nostro il punto di vista di personaggi famosi, dando loro fiducia perché li percepiamo come autorevoli anche quando si esprimono in ambiti in cui non hanno competenze specifiche, alimentando l’effetto ‘Dunning-Kruger’, il quale vede protagonisti utenti forniti di bassa competenza ma grande sovrastima che diffondono tra i numerosi followers notizie infondate su argomenti complessi.
Un bias di recente ‘comparsa’ è il cosiddetto ‘automation bias’, associato all’uso crescente dell’IA generativa come i chatbot o i sistemi di traduzione automatica, che ci vede propensi ad accettare le risposte degli algoritmi come corrette senza verificarle, per una eccessiva ‘fiducia’ nei confronti della macchina da parte dell’uomo, convinto che essa non può sbagliare e che qualunque compito svolga, lo svolge meglio, accettandone giudizi, soluzioni e suggerimenti pur in presenza di segnali di errori. Sulla base di quanto fin qui sostenuto, risulta evidente che se gli effetti collegati ai vari bias si combinano tra loro possono arrivare a creare conseguenze fortemente impattanti addirittura a livello globale, in quanto, eliminando il confronto e l’approfondimento relativo alla fondatezza dei contenuti, favoriscono il deterioramento del dibattito pubblico, la diffusione delle fake news, la sfiducia nelle istituzioni e nei media e rafforzano la disinformazione, la difficoltà a distinguere il vero dal falso e la divisione ideologica. (A proposito della sfiducia nei confronti dei media si veda https://www.datamediahub.it/2023/01/18/ continua-il-calo-di-fiducia-nei-confronti-dei-media/).
Dobbiamo chiederci, a questo punto, cosa possiamo fare per difenderci dall’invadenza dei bias nell’ambito del mondo digitale. La risposta, come spesso accade in questi casi, è affidata a una serie di pratiche estremamente semplici, ma non scontate:
- riconoscere i propri bias al fine di non compromettere la possibilità dell’esercizio del pensiero critico;
- confrontarci con opinioni diverse dalle nostre per evitare l’effetto echo-chamber, predisponendoci all’ascolto dell’altro al fine di integrare prospettive diverse e ridurre le parzialità individuali;
- ricercare e verificare le fonti delle notizie prima di condividerle, ricorrendo a dati statistici e strumenti di valutazione oggettiva e magari utilizzando alcuni strumenti OSINT (Open Source INTelligence), tra cui piattaforme di fact-checking online, che permettono a chiunque di verificare la veridicità di una notizia, di una foto o di un video;
- interagire con contenuti informativi di qualità, che permettono all’algoritmo di adattarsi e, pertanto, di offrirci materiali digitali in linea con le nostre preferenze.
Questi sono tra i comportamenti necessari per preservare la nostra autonomia di giudizio e di scelta e per arginare la disinformazione, favorendo le strategie di sviluppo del pensiero critico, oggi più che mai necessario per mitigare gli effetti dei bias cognitivi, che non sono astrazioni teoriche, ma agenti che influenzano concretamente il modo in cui utilizziamo i social media e in cui stiamo al mondo. Per una interessante riflessione su bias e rete cfr. https:// www.pensierocritico.eu/bias-nelle-ricerche-online.html
