In questo articolo sarà analizzato il percorso che ha condotto alle moderne valutazioni in tema di interfaccia uomo- software, partendo dalla prima forma testuale fino ad arrivare agli sviluppi attuali che prevedono la “lettura” delle onde cerebrali che diventano input per i sistemi di elaborazione.
Tante volte sentiamo parlare di “ergonomia lavorativa”, di “disturbo posturale” e di rischio associato all’utilizzo del videoterminale da parte di un operatore.
È il caso, tuttavia, di approcciare una nuova metodica che è in continua evoluzione nei suoi termini di ricerca scientifica, comprendendo quel sottile confine che separa l’uomo dal software, ovvero ciò che noi vediamo quotidianamente sullo schermo del PC o dello smartphone distinto dalla macchina operativa che dietro le quinte esegue una serie finita di operazioni che conducono ad un risultato finito (algoritmo).
Nel benessere lavorativo, infatti, la modalità di utilizzo di un programma, come lo attiviamo, quali sono i colori e le dimensioni delle icone, le tempistiche di attesa e tanti altri parametri, fungono da variabili che devono essere valutate preventivamente e che molte software house hanno integrato direttamente nella fase progettuale. Lo chiameremo in questo articolo velo di Maya, prendendo a prestito il termine dal nobile pensiero di Schopenhauer che immaginava questo ipotetico velo quale copritore del mondo reale sottostante e che mostrava all’uomo solo una conoscenza fenomenica e, di conseguenza, non oggettiva. Un po’ come oggi potremmo dire con certezza che un software non è l’icona o la schermata principale e che la sua usabilità dipende fortemente da ciò che lavora in background.
Nel panorama ICT, l’interfaccia uomo-software è nota con l’acronimo HCI – Human Computer Interface ed è, come dicevamo, oggetto di ricerche sempre più raffinate tendenti da un lato a migliorarne il design e le funzionalità, dall’altro ad assottigliarne il confine e garantire all’utente il massimo livello di ergonomia. La HCI, contrariamente a quanto si possa pensare, non nasce recentemente ma è frutto di valutazioni condotte a partire dagli anni Ottanta, quando si è pensato bene di spostare ogni condizione ergonomica partendo non dal sistema ma dall’utente.
Negli anni precedenti le interfacce erano prevalentemente basate su testo e tutti noi (meno giovani) rammentiamo la schermata che compariva nei primi PC e i comandi di testo da inserire in un terminale. Ecco, un simile approccio, propriamente detto CLI – Command Line Interfaces era poco ergonomico poiché richiedeva, come ovvio, una forte base culturale e tecnica. Negli anni Ottanta abbiamo osservato un’autentica palingenesi, quando l’avvento delle GUI – Graphical User Interfaces ha letteralmente rivoluzionato il nostro velo di Maya.
Da allora il testo ha lasciato spazio a finestre, icone, pulsanti, menu a tendina, limitando al minimo la conoscenza tecnica richiesta all’operatore. L'arrivo degli smartphone e dei tablet ha portato all'ascesa delle interfacce touch. Con l'introduzione del multi-touch, degli swipe, del pinch-to-zoom e di altre gestualità, le interfacce touch hanno offerto una nuova dimensione di interazione che ha ridotto ulteriormente la distanza tra l'utente e il software.
Negli ultimi anni, poi, l'avanzamento della tecnologia di riconoscimento vocale e dell'intelligenza artificiale ha portato all'adozione di interfacce vocali come Siri, Alexa e Google Assistant. Interfacce che permettono agli utenti di interagire con il software attraverso comandi vocali naturali, rappresentando una delle forme più intuitive di interazione. Essendo un punto di contatto tra due realtà (uomo e software) dobbiamo comprendere la questione analizzando quali sono le caratteristiche di entrambi.
L’uomo, inteso nell’accezione del fruitore del software, è un utente che dispone di abilità, caratteristiche cognitive e fisiche, abitudini, livello culturale ed esperienziale che determinano una base di partenza sulla quale poggiare successivamente il livello applicativo. Immaginando di essere degli analisti potremmo chiederci cosa vorremmo consegnare in mano a questo utente e la risposta sarebbe, senza alcun dubbio, la capacità di usufruire del software in piena autonomia e in condizioni ergonomiche accettabili. Dall’altra parte abbiamo un sistema: il layout grafico, i controlli di input, la navigazione, l’interazione vocale o gestuale.
L'interfaccia uomo-software continua a evolversi con il progresso della tecnologia. Oggi assistiamo ad alcune tendenze che sono interconnesse con gli sviluppi in seno all’intelligenza artificiale. Le interfacce diventeranno personalizzabili grazie alla capacità dell’IA di apprendere le abitudini degli utenti e l’offerta di suggerimenti personalizzati. Basti pensare alle interfacce Brain-Computer (BCI) ovvero il controllo dei computer tramite segnali cerebrali. Questa tecnologia potrebbe rivoluzionare completamente il modo in cui interagiamo con i sistemi informatici, eliminando la necessità di input fisici.
E, forse, quando l’automa sarà in grado di leggerci nella mente il velo di Maya cadrà improvvisamente mostrandoci la realtà delle cose.
Realtà che potrebbe non essere così gradevole. L’importante è allenare la vista.
di Paolo Preianò
