Informazione, disinformazione e intelligence

La divulgazione scientifica e la minaccia della disinformazione

La divulgazione scientifica e la minaccia della disinformazione

Abstract

Divulgare la scienza significa renderla accessibile al pubblico, promuovendo una cultura basata sulla trasparenza e la compartecipazione della cittadinanza alle dinamiche della comunità accademica. Tuttavia, per ogni corretta informazione veicolata non manca lo spettro della sua antitesi: la disinformazione scientifica è una minaccia reale poiché può avere gravi conseguenze sulla salute pubblica e la società civile.

La responsabilità di contrastare la disinformazione deve allora coinvolgere istituzioni accademiche, giornalisti e cittadini, i quali dovrebbero auspicabilmente essere educati alla cultura della corretta informazione a partire da scuola e famiglia.

Nell’epoca dell’infodemia (ossia dell’epidemia di informazioni incontrollate), ogni branca della scienza può essere vittima di pressapochismo e cialtroneria.

Così, una buona divulgazione scientifica diventa l’essenziale strumento di difesa per contrastare i disastrosi effetti della disinformazione: fungendo da ponte tra il rigoroso e arduo mondo della comunità accademica e i vari pubblici generalisti, i divulgatori e i giornalisti dovrebbero aiutare questi ultimi a riconoscere una notizia corrotta, in tutte le sue possibili forme:

  • Misinformation: informazione incorretta (ma non intenzionale) che può comprendere, ad esempio, l’errore umano, a dimostrazione del fatto che l’errore è un fenomeno fisiologico della scienza che può fungere anche da motore per il progresso.
  • Disinformazione: misinformation più intento malizioso e intenzionale ai fini della diffusione di informazione falsa per interessi personali o anche semplicemente allo scopo di creare confusione e scompiglio.
  • Propaganda: disinformazione che vira verso una vera e propria campagna di indottrinamento controllata in modo centralizzato per scopi sociali e politici.

Uno degli esempi più temibili di disinformazione scientifica – che col tempo è piuttosto diventata propaganda – riguarda l’ambito medico e, nello specifico, l’immunologia. Nonostante l’ampia evidenza scientifica che, dal padre dei vaccini Louis Pasteaur (1822-1895) a oggi, dimostra la loro sicurezza, non si arresta l’azione dei gruppi di cosiddetti “no-vax”, che si battono per “illuminare” le folle sulla fantomatica pericolosità delle vaccinazioni, diffondendo invece informazioni tendenziose che instillano nei non addetti ai lavori paura e incertezza.

In realtà, la nascita di questi movimenti è da ricondurre a un esempio di pessima divulgazione (pseudo)scientifica nata contestualmente a uno studio sperimentale, dimostratosi poi una frode tra le più grandi mai messe a punto nella storia della medicina: è il caso Andrew Wakefield, ex medico britannico e ricercatore, che nel 1998 pubblicò sulla prestigiosa rivista The Lancet uno studio che dimostrava un legame tra il vaccino trivalente MPR (morbillo, parotite, rosolia) e l’autismo nei bambini in età pediatrica.

Sette anni dopo, quando ormai, grazie al sistema citazionale e alla corsa della notizia nell’“infosfera mediatica, l’articolo di Wakefield aveva influenzato la sensibilità delle comunità molto oltre i confini del Regno Unito, il reporter investigativo britannico Brian Deer dimostrò che la sua era una truffa: Wakefield si era servito di bambini cui era stata fatta una diagnosi di autismo antecedentemente alla somministrazione dei vaccini e aveva fabbricato ad hoc ogni prova. Nel 2010, The Lancet ritirò formalmente l’articolo e Wakefield fu radiato dall’Ordine dei Medici del Regno Unito per comportamento disonesto.

Tuttavia, le conseguenze della comunicazione del suo studio fraudolento sono state a dir poco disastrose: gli effetti non sono mai rientrati e hanno, al contrario, gettato le basi per alimentare sfiducia verso la scienza tanto che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la disinformazione sui vaccini è una delle dieci principali minacce alla salute globale. Se, infatti, nel primo decennio del nuovo millennio le campagne di promozione vaccinale avevano contribuito alla diminuzione della mortalità di morbillo e malattie simili, dopo il 2010 la progressiva disinformazione ha creato un’inversione di tendenza:

  • Nel 2017, sono stati segnalati circa 110.000 decessi a causa del morbillo a livello globale;
  • Nel 2018, i casi globali di morbillo sono aumentati del 30% rispetto all’anno precedente, con oltre 350.000 casi segnalati;
  • Nel 2019, gli episodi di morbillo hanno continuato a crescere, raggiungendo un numero di 869.000, il più alto mai registrato dal 1996.

La situazione è analoga anche per altre malattie infettive come la pertosse (patologia acuta che colpisce principalmente il sistema respiratorio), che ha registrato, nel 2018, un incremento di casi in molte parti del globo fino a raggiungere un totale di oltre 151.000, segnando un +15% rispetto agli anni precedenti.

Altri temi diventati palcoscenico di pubblico dibattito sono, ad esempio, il cambiamento climatico e la sicurezza degli OGM:

  • Nonostante il consenso quasi unanime della comunità scientifica sulla realtà del riscaldamento globale e sulle sue cause antropogeniche, spesso, gruppi con interessi economici legati, ad esempio, ai combustibili fossili (che temono le conseguenze di politiche ambientali più restrittive) organizzano e finanziano campagne di informazione contro i cambiamenti climatici per seminare dubbi e confusione.
  • Gli OGM sono organismi il cui materiale genetico è stato alterato attraverso tecniche di ingegneria genetica per introdurre nuovi tratti al fine di migliorare la loro resistenza alle malattie, aumentare la resa delle colture e ridurre l’uso di pesticidi. La disinformazione insiste, in questo caso, su presunti rischi per la salute umana relativamente alla consumazione di esseri “creati in laboratorio”. Questo influenza così le politiche agricole e alimentari di vari paesi, significativamente limitandone le possibilità di sviluppo​.

Le notizie mendaci circa questi e innumerevoli altri hard topics trovano terreno fertile principalmente (anche se non solo) in quella fetta dell’editoria scientifica che non si avvale di “revisione tra pari”: in genere, infatti, gli autori conducono la loro ricerca e ne descrivono i risultati in un manoscritto originale che, previo versamento di una somma di denaro alla rivista in questione, viene sottoposto a dei revisori esperti nel campo, secondo un processo che è noto come peer review o, appunto, revisione tra pari. Al fine di garantire l’assenza di conflitti di interesse, la revisione può essere “single blind” o “double blind”, a seconda, rispettivamente, che i revisori conoscano l’identità degli autori ma non viceversa oppure né gli uni né gli altri conoscano l’identità altrui.

In questo modo, le riviste – online e/o cartacee – dovrebbero rendere fruibile ai lettori solo contenuti altamente scelti, solitamente per mezzo di abbonamenti o acquisti dei singoli pezzi. Opposto a quest’ultimo c’è il modello open access che, in generale, rende i contenuti scientifici disponibili al pubblico, gratuitamente: questo paradigma può essere sfruttato sia da chi vuole depositare i propri lavori in specifici archivi4 per consentire a chiunque la loro consultazione e contribuire alla circolazione delle informazioni, sia da chi ha meri scopi di lucro e “vende” i propri pezzi a riviste che non si curano della revisione, ignorando il richiamo etico a una informazione puntale e trasparente. In questi ultimi casi, allora, i flussi di informazioni contaminate arrivano al pubblico generalista che, soprattutto per via social (dove la velocità di diffusione delle informazioni spesso supera quella della verifica dei fatti), agisce poi da cassa di risonanza alla cattiva informazione.

divulgazione scientifica e disinformazione

Ne abbiamo avuto un esempio da manuale contestualmente alla pandemia di Covid-19, dove piattaforme come Facebook e Twitter sono state spesso nel mirino delle critiche per la loro incapacità di frenare la diffusione di notizie false: i loro algoritmi, progettati per massimizzare l’engagement degli utenti, tendevano a privilegiare contenuti e titoli sensazionalistici – spesso infondati o quantomeno fuorvianti – che attiravano più facilmente l’attenzione rispetto alle analisi ponderate, che sono di primo acchito meno appetibili nei momenti di caos sociale.

La recente pandemia funge ora da monito per sensibilizzare sulla responsabilità di tutti gli attori del mercato scientifico, al fine di imparare ad agire con metodo, etica e rigore per mantenere alto il nome della scienza e proteggerne l’integrità:

  • le istituzioni accademiche e gli enti di ricerca devono impegnarsi a comunicare i propri risultati in modo trasparente e accessibile;
  • i giornalisti, prima della diffusione delle informazioni sui canali ufficiali, dovrebbero effettuare un processo di fact-checking che preveda la raccolta di informazioni e il confronto con le fonti primarie e secondarie, la verifica scrupolosa dei dati per mezzo sia di specifici siti di fact-cheking (PolitiFact, Snopes, FactCheck.org) che di motori di ricerca e banche dati (JSTOR, Google Scholar) e l’eventuale consultazione degli esperti;
  • i cittadini possono procedere con questi stessi strumenti per fare un double check e responsabilizzarsi nello sviluppo del pensiero critico, educandosi all’uso consapevole delle informazioni e bandendo superficialità e pigrizia dalla loro navigazione di media e social. Fin dalla scuola, è auspicabile insegnare ai futuri attori della società a confrontare le fonti, a contestualizzare le notizie e verificarne la plausibilità scientifica.

Solo attraverso un'informazione corretta si può costruire una cittadinanza che abbia contezza e consapevolezza e una società capace di affrontare le sfide del futuro con cognizione di causa e spirito critico.


a cura di Ilaria Passarella - Dott.ssa in filosofia del mondo contemporaneo - master in divulgazione scientifica in corso

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