Robotica educativa

Robotica Educativa: niente di nuovo all’orizzonte?

Robotica Educativa: niente di nuovo all’orizzonte?

L’invito a scrivere un articolo, parlando di Robotica Educativa oggi, anno 2024, mi fa un pò sorridere e un pò mi incupisce. Sorridere perché ho avuto la fortuna di iniziare a conoscere e proporre la Robotica a scuola, quando in pochi ne sapevano e pochissimi ne parlavano. Era l’anno 2004, esattamente 20 anni fa e in una classe 4^ di scuola primaria, in un piccolo paesino sulle rive del Lago Maggiore, iniziai la mia avventura tecnologica. Lo ricordo con nostalgia quel periodo dove le scuole spesso avevano pochi fondi a disposizione ma, la voglia di innovare, la passione per le tecnologie e l’entusiasmo di sperimentare nuovi metodi da proporre a scuola, partendo dai bisogni dei nostri alunni quelle si, c’erano! Iniziai quasi per caso a portare in classe un giorno l’RCX, della LEGO1 unico robot allora accessibile per la scuola primaria. E di questo devo ringraziare Ludovica e i suoi compagni.

Mi avevano posto una domanda particolare, quel giorno in classe, quelle domande che spesso i docenti non si aspettano e forse non vorrebbero rispondere così, su due piedi, durante la lezione. Vorrebbero avere il tempo e lo spazio di pensare per bene a cosa dire, Ma succedeva sempre così: gli studenti di quella classe si sentivano a loro agio nell’ interrompermi in qualsiasi momento per chiedermi tutto quello che poteva sollecitare la loro fantasia, curiosità, intelligenza. Erano affamati di sapere. Quindi col tempo avevo imparato che era sicuramente più semplice rispondere che cercare ponderate scuse. E da quel giorno iniziò la mia/nostra avventura robotica!

In quel periodo nel laboratorio di informatica utilizzavo Micromondi, dividendo la classe in piccoli gruppi organizzati per collaborare in un peer to peer davvero armonioso. Per le lettrici ed i lettori più giovani mi permetto di specificare che MicroMondi 2 (2.04) in italiano, derivato da MicroWorlds 2.0 in inglese, era “la versione multimediale per i sistemi MS-Windows del LOGO, linguaggio di programmazione accessibile anche ai bambini e alle bambine. MicroMondi, distribuito in Italia da Garamond” permetteva di lavorarci con gli alunni in totale sicurezza e non solo. L’interfaccia grafica, accattivante ed apparentemente intuitiva, come si vede nell'immagine qui sotto

Robotica Educativa1

es. schermata iniziale del sw Mm2 (micromondi)

permetteva agli alunni di programmare, usando il linguaggio LOGO. I bambini e le bambine, dopo aver disegnato e colorato la pagina bianca dello schermo (simile a paint), potevano animare questo “mondo” virtuale, programmando gli oggetti che nascevano da una tartaruga, la tartaruga del logo! E così l’aereo poteva volare, la macchina correre sulla strada, il coniglio scappare a nascondersi nel bosco e anche i cagnolini giocare felici nei prati. Adoravo guardare i miei alunni disegnare negli schermi dei vecchi pc a scuola ma soprattutto mi emozionava quando programmavano gli oggetti per farli muovere nello schermo. Micro - mondi, piccoli mondi animati. Grazie a questo linguaggio così semplice, come lo è il linguaggio dei bambini, gli alunni davanti al pc, non erano fruitori di un prodotto scelto per loro ma diventavano creatori di mondi fantastici. E il programmare con linguaggio informatico adatto alle loro capacità che potenziava le loro abilità, permetteva di “pensare e creare”, controllare se il risultato era adeguato a quanto programmato, correggere se necessario e gustarsi il risultato finale come fosse un piccolo video fatto con le loro mani.
Tante piccole operazioni mentali che facevano lavorare quelle 24 testoline pensanti davanti la pc.

Seymour PapertSeymour Papert, inventore del Linguaggio LOGO

Ma Ludovica quel giorno non aveva voglia di produrre solo un semplice Micromondo virtuale in movimento, voleva di più e non esitò a chiedermelo. “E se prendessimo quella tartaruga che si muove sullo schermo e la portassimo qui in mezzo a noi, programmandola per giocare insieme, si può fare? Quindi Ludovica, mi stava chiedendo, in anticipo sui tempi, di far uscire dagli schermi del pc gli oggetti programmabili per utilizzarli in aula, per terra, lì in mezzo a loro! Quello che diventò realtà dopo il 2008 quando arrivò in Italia la Bee bot, il primo robottino utile per i bambini più piccoli.

Ritenevo interessante usare a scuola l’RCX con studenti che avevano compiuto almeno 8 anni, sia per la difficoltà della costruzione che quella di programmazione (il sw Mindstorm fornito dalla Lego era didatticamente complesso per i più piccoli).

L’introduzione negli anni successivi dell’oggetto programmabile Bee Bot, che utilizzava il linguaggio delle frecce direzionali poste sul dorso del robottino, senza sensori, già costruito e simpatico a tutti, cambiò l’uso della robotica a scuola. E da allora la proposta di robot scolastici si arricchì notevolmente. Tutte le mie sperimentazioni in classe erano supportate da un progetto di ricerca presso l’IRRE Piemonte. Nulla veniva lasciato la caso. Si progettava, si iniziava una ricerca-azione con le classi coinvolte ed i dati raccolti confrontati con delle classi di controllo.

A volte coinvolgendo le università, a volte documentando e scrivendo dei contributi che poi si presentavano ai convegni nazionali (il più famoso Didattica). Un continuo crescere professionalmente, didatticamente e metodologicamente. Sembra ieri che, a Torino iniziarono la gare di Robotica per le scuole secondarie di secondo grado, Under 19. Anche in questo caso, furono quattro dirigenti al bar che progettarono di “cambiare il mondo” della scuola superiore, creando delle gare nazionali di robotica. Un evento pensato piemontese che apri le porte a tutte le scuole italiane ed in pochi anni si ingrandì in maniera esponenziale. E anche in questo caso mi permetto di dire, la voglia di cambiare, la passione per l’innovazione, l’entusiasmo di coinvolgere gli studenti in buone pratiche, con il motto “l’importante non è vincere ma imparare”, fu la ricetta vincente dei dirigenti.

Ho sempre seguito con interesse queste proposte e nel 20 1 ho contribuito alla stesura di un Manifesto per introdurre l’Under 14,4 alla partecipazione delle gare Robocupjr Italia già attive per l’Under19
E sorrido ritenendomi molto fortunata per aver potuto seguire, in prima persona, per più di 10 anni, queste manifestazioni. Formatrice per le scuole Italiane iscritte alla Rete Robocup JR Italia, che desideravano iniziare i primi passi della robotica accompagnati dalla sottoscritta; componente della giuria ed operativa nel comitato scientifico per imparare ad imparare e crescere insieme alla buone pratiche che si raccoglievano da queste innovative esperienze di robotica svolte su campo.

Un decennio (2008/2018) attivo per la Rete Robocup Jr Italia, intenso di gare e di suggestioni, impressioni, emozioni. Non so se è chiaro a tutti che, dopo una gara di robotica, tutti si sentono vincitori: chi si impossessa della coppa del primo premio, chi della medaglia del terzo premio e chi non porta a casa premi ma ricordi ed esperienze, vissute con la consapevolezza di aver imparato più in quei giorni così intensi e ricchi di motivazioni, convinto di tornarci l’anno successivo. E personalmente mi sono divertita ed ho imparato molto anch’io in questo decennio. La mia formazione universitaria feuersteiniana mi aveva sempre accompagnato in questa avventura, coniugando i presupposti epistemologi di Seymour Papert, fondatore della Robotica Educativa e la pedagogia della Mediazione di Reuven Feuerstein,

Reuven FeuersteinReuven Feuerstein, ideatore della Pedagogia della Mediazione

pedagogista che parlava di potenziamento cognitivo e di arricchimento strumentale, per imparare a diventare intelligenti: entrambi punti di riferimento nei mie percorsi formativi con i docenti e con gli studenti.5

Non voglio dilungarmi nel parlare di gare di robotica, on line ci sono parecchi riferimenti e il materiale abbonda. Ma con il 2018 le gare in presenza vengono sostituite da quelle on line, per compensare i numeri sempre più in aumento, dei partecipanti. Il Covid ci mette tutti in standby e, dopo la pandemia, nonostante tutto sembri tornare alla normalità, nulla è tornato più come prima.
Ed io mi incupisco.

Nonostante le numerosi occasioni di studio, di approfondimento, di prove su campo, di formazione, siamo nel 2024, abbiamo scuole con armadi pieni di kit robotici, magari ancora sigillati, ma penso che la robotica educativa non sia ancora decollata e, se osservo come lavorano le scuole noto che non vi è nulla di nuovo all’orizzonte. Perché?

Nulla di nuovo all’orizzonte. Questa mia convinzione si potenzia da domande che mi frullano in testa: perché fare robotica in classe non è sempre arricchente e determinante nella crescita delle competenze? perché sempre più spesso non è accompagnata dalla magica parola EDUCATIVA? perché non entra nelle programmazioni delle classi e si utilizza trasversalmente alle discipline?
E, nonostante la nuova piattaforma ministeriale Scuola Futura sia sempre più ricca di corsi di formazione on line dedicati alla robotica educativa, vi sono ancora molte realtà in cui docenti ed gli alunni non la conoscono e non utilizzano come potrebbe essere utile per loro.

Spiego la mia perplessità. Nodo cruciale di ogni innovazione è la sua corretta diffusione nella comunità scientifica professionale. Nel caso della Robotica educativa e dei nuovi approcci possibili agli apprendimenti. logico-matematico e scientifici, il focus è ovviamente metodologico, verso la didattica laboratoriale, possibile grazie a kit e modelli di semplici robot.

Robotica Educativa3

Negli anni di formazione dedicati alla robotica educativa, il modello che ne è uscito vincente è quello che si basa su una metodologia LRE, non un semplice acronimo ma un modo di essere, di vivere, di imparare e di apprendere durante un Laboratorio di Robotica Educativa. Un modello di formazione che ha dimostrato particolare efficacia in contesti che compredono insegnanti con esperienza informatica minima, qualche robot, nessuna LIM, formazione in presenza ben scadenzata nei tempi, un contesto scolastico neutro, tanta voglia di imparare! Un modello che mette in campo strategie basate sul learning by doing, sul peer to peer, sul cooperative learning ma anche centrate nel cooperative teaching. Il tutto correttamente interpretato in un laboratorio formativo che fa tornare in mente i primi pedagogisti che ci hanno insegnato le basi del sapere.

Non vedo nessun progresso oggi, nonostante l’innovazione sia sempre più presente in ogni settore, anche a scuola!

A questo proposito voglio citare un evento importante nella mia formazione: l’incontro con Giulio Cederna e Save The Children.

Robotica Educativa2

Atlante dell’infanzia a rischio, Save the Children

Una lettera alla scuola, e a tutto ciò che questa parola significa oggi, dal punto di vista degli studenti e di chi vive ai margini. Una sfida educativa, un viaggio appassionante nell’Italia che pensa al domani anche potenziando la formazione: ve ne consiglio la lettura!
E torno al mio pensiero.

Perché ho l’impressione che i docenti a scuola, quando iniziano le prime esperienze in classe con la robotica educativa, partano sempre da zero e non partano da tre, facendo tesoro di quanto è già stato sperimentato?

La formazione abbonda e non so spiegarmi come mai i docenti siano sempre meno formati. Oggi è molto più semplice essere formatori, non sempre si richiedono percorsi di ricerca o di studio particolare. On line si utilizzano le slide e spesso gli insegnanti sono molto più attenti alla loro prestazione in aula, piuttosto che all’apprendimento dello studente. Eppure mai come oggi ritengo molto più importante il processo di pensiero che si attiva quando in laboratorio creiamo occasioni di apprendimento. La luce negli occhi degli studenti che apprendono; la luce che si accende!

La Robotica Educativa, oggi, dovrebbe ancora darci la possibilità di Imparare ad imparare, non accontentandoci di quello che ci propone il kit di robotica ma imparando ad andare oltre, usando i robot per raggiungere le competenze che sono indispensabili nella scuola odierna.

Credo sia fondamentale che la robotica debba crescere, innovarsi ed innovare, in classe, il luogo dove i bambini liberano le loro idee, la loro fantasia, la voglia di conoscere, di capire le cose, di imparare a stare insieme. (esempio di LRE in una scuola secondaria di secondo grado, contributo a pag. 404 Robotizziamo la Secondaria? Presupposti psico- pedagogici dell’uso didattico dei robot, di Simonetta Siega, Paola Ferraris, Giovanni Fasoli).

La centralità dell’educazione è infatti l’esito di un progressivo e sostanziale cambiamento. Attraverso una sana formazione; attraverso un uso dei robot più metodologico didattico. Così penso, potrei tornare a sorridere!


a cura di Simonetta Siega

 

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