Periodico delle Tecnologie dell'Informazione e della
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Lavoro e sicurezza

  • Scritto da PAOLO PREIANO'
  • Categoria: Lavoro e sicurezza
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SMART-ALARM

Il presente articolo vuole discutere di una tematica ormai alla ribalta nel panorama della sicurezza e della prevenzione sui luoghi di lavoro: il rischio derivante dalla distrazione che l’utilizzo di dispositivi ICT può indurre nell’operatore. Sebbene poco considerato, esso può avere conseguenze drammatiche e far saltare ogni misura preventiva e protettiva messa in atto dal datore di lavoro.

È un lunedì qualunque, caratterizzato dalla consueta apatia del giorno a cavallo tra l’ozio passato e l’operosità ventura e, come quasi tutte le mattine presto, iniziai a leggere un po’ i quotidiani. Solita solfa di inizio settimana fatta di diatribe politiche, diplomazie al lavoro, notizie inutili e cinica conta delle purtroppo famigerate stragi del weekend alle quali, a furia di leggerne a grandi quantità, si rimane quasi impassibili, di quell’assuefazione che solo l’abitudine riesce a dare. Ma questa volta un bravo giornalista articola il racconto di un incidente causato dall’ebbrezza di alcuni ragazzi in modo tanto abile da accendere un lume nel lettore attento. Un suo commento infatti sposta l’attenzione dalla cronaca pedante degli eventi singolarmente considerati che, come scritto poco fa, risultano inflazionati e quindi apparentemente di poco valore, al concetto del calo di percezione del rischio nei giovani attori del mondo digitale che, soprattutto se in gruppo e in azione insieme (potremmo dire per avviare il nostro ragionamento “connessi tra di loro”), diventa totale assenza di ogni paura e, peggio ancora, ostentazione di un innaturale coraggio. Preciso subito di non essere d’accordo circa il connubio gruppo-pericolo. Anche un tempo capitava, nelle combriccole di ragazzi per esempio, che il gruppetto trascinasse i suoi membri verso azioni sconsiderate e ritenute a posteriori prive di senso logico o pericolose. Quindi, in una ricerca della radice della causa della crescita di azioni inconsulte, saremmo fuori strada andando a considerare il problema centrale lo stare insieme o l’aggregazione. Anzi, a dover essere onesti, proprio la comunione di idee e di azioni ha dato il via a momenti di sviluppo che hanno portato a cambiamenti radicali in positivo. La rivoluzione francese, con i suoi fasti e nefasti, è nata dalla condivisione di idee ed è stata quella comunione a rendere tutto possibile. Un sanculotto da solo sarebbe stato presto giustiziato come fomentatore di disordini ma proprio quel senso di appartenenza lo teneva al riparo da possibili azioni folli che avrebbero messo a rischio l’idea da proteggere. L’appartenenza quindi, purché sana, ad una comunità altrettanto sana può solo avere effetti positivi. Il senso di tutto questo, almeno a mio modesto parere, non è da ricercarsi nel raggruppamento ma in due termini: pubblico ed essere parte di.  Il secondo aspetto è sufficientemente intuitivo. Viviamo in una società priva di idee e sentirsi parte di qualcosa diventa sempre meno attraente proprio perché è l’idea il collante degli uomini. Da questo punto di vista i nostri giovani hanno di che rimproverare la generazione precedente per aver annichilito concetti aulici ed aver reso la scuola quanto la Montessori aveva profetizzato: un luogo di esilio in cui l’adulto tiene il bambino fin quando è capace di vivere nel mondo degli adulti senza dare fastidio.

La digitalizzazione massiccia ha poi ridotto la loro vita ad una sequela di frame discreti nel quale esiste solo ciò che è immortalato nell’istante stesso in cui lo si fissa in bit senza darsi noie a preoccuparsi del contesto circostante e perdendo così il contatto con la realtà che li circonda. La loro unica appartenenza possibile è la comunità navigante e dalla loro accettazione o meno dipende il sentirsi accolti o rifiutati e i casi di gesti estremi a seguito del rifiuto sono sotto gli occhi di tutti.

Vediamo invece cosa intendere per pubblico che è più ostico da percepire. Fino a qualche decennio fa chi guidava in modo forsennato o si cimentava in azioni estreme lo faceva solo per dimostrare agli astanti quanto fosse bravo, forte, coraggioso, sprezzante del pericolo e, va da sé, queste prestazioni richiedevano la presenza fisica di almeno uno spettatore. Insomma, un ragazzo da solo in macchina non avrebbe mai superato il limite di velocità senza motivo poiché non avrebbe avuto nessuno a cui dimostrarlo. Ad un giovanotto non sarebbe mai passata in mente l’idea di sdraiarsi sui binari del treno da solo senza la presenza di qualcuno che lo immortalasse o di salire sul tetto di un edificio e posizionarsi sul ciglio del parapetto senza un social sul quale condividere il gesto. Abbiamo capito allora un elemento che inietta un senso alle azioni estreme: presenza di un pubblico che può anche essere letto come assenza di capacità di vivere la solitudine ed il silenzio in modo pregnante. E allora oggi perché questi comportamenti pericolosi vanno così di moda? Perché il pubblico ognuno di noi ce l’ha in tasca e lo può tirare fuori al momento opportuno con l’auspicio di ricevere consensi. È sufficiente uno smartphone e si può immortalare ogni follia che passa in mente, sentirsi in gruppo, connesso e la percezione del rischio va giù a precipizio per quella proporzionalità diretta di cui abbiamo parlato poc’anzi.   Qualche mese fa iniziò a girare per la rete un video di una giovane donna portoghese, pare madre di due figli, che cadeva dal ventisettesimo piano della Luxor Tower di Panama City dopo essersi sporta eccessivamente dal parapetto con la concausa del vento. Motivazione: cercava la posa migliore per farsi un selfie. L’evento drammatico scosse l’opinione pubblica del paese ospitante, tanto che la polizia stessa iniziò a diffondere dei messaggi del tipo: “Non rischiare la vita per un selfie. È più importante perdere un minuto nella vita che la tua vita in un minuto”. Approfondendo la questione mi sono reso conto che non si tratta di un fenomeno isolato. Secondo una ricerca indiana pubblicata dal Journal of Family Medicine and Primary Care dell' All India Institute of Medical Sciences tra il 2011 e il 2017 ci sono stati almeno 259 decessi di varia natura in tutto il mondo a causa di selfie in luoghi pericolosi e l’età media delle vittime è pari a 22.9 anni[1]. Una ricerca della Ohio State University, pubblicata sulla rivista Accident analysis and prevention evidenzia tra il 2005 e il 2010 un raddoppio del numero di incidenti occorsi a pedoni correlando i dati ad un uso eccessivo dello smartphone. Il parere della comunità di navigatori si richiede ormai in ogni nostra attività: la colazione, l’aperitivo, la palestra e il lavoro.

La domanda a questo punto è: quanto, a causa delle moderne tecnologie, è venuta meno la percezione del rischio sul luogo di lavoro? Lo spiego con un esperimento che vorrei che il lettore facesse senza barare. Immagina la scena come fosse un sogno: stai scalando un palo di una stazione radio base alto circa trenta metri indossando correttamente imbracatura, cordini e carrello di risalita. Arrivato a metà altezza, alla tua vista si para l’immagine mozzafiato di una straordinaria costa piena di bagnanti con le montagne a strapiombo circostanti. Qualunque fotografo ci avrebbe fatto un poster. Ora rispondi di getto senza riflettere: cosa ti verrebbe in mente di fare?  Se hai risposto “estrarre lo smartphone e immortalare il momento” non hai detto nulla di male ma sei nel novero di quelli che non hanno ancora capito quanto determinati atteggiamenti, apparentemente innocui, possano avere conseguenze gravi o gravissime. Ma sei comunque in buona compagnia, non demoralizzarti, perché quanto ho appena esposto è realmente accaduto di recente su un cantiere da me verificato. In realtà la verifica è stata espletata (potere della tecnologia) senza necessità di presenza fisica sul posto in quanto il tecnico “incriminato” ha avuto la bella idea di pubblicare la foto (mettendo, a scanso di equivoci, anche la sua faccia compiaciuta in primo piano) su una nota app di messaggistica che, sfortunatamente per lui, è frequentata anche dal sottoscritto. “Dove si giudica non c’è giustizia” diceva Tolstoj per cui non è mio interesse dare giudizi affrettati. Serve fare un’analisi accurata dell’evento e dialogare con tutti per riflettere insieme su cosa poteva accadere se, per esempio, il cellulare fosse sfuggito di mano per una folata di vento e fosse caduto sulla persona sottostante oppure se la distrazione avesse portato il tecnico a muoversi in maniera errata. È evidente che per lui non ci fosse nulla di male nel farsi una foto in quelle condizioni altrimenti avrebbe tenuto per sé l’opera. Ebbene, ormai è punto fisso del settore della sicurezza sui luoghi di lavoro considerare l’utilizzo dello smartphone come uno dei rischi più rilevanti del panorama lavorativo perché non conformità come quelle che ho descritto capitano ormai tutti i giorni. A furia di vivere sempre con lo sguardo basso si è persa la distinzione a livello mentale tra lavoro e vita privata (tecnicamente techno-invasione).

Gli ultimi convegni, seminari e corsi di formazione che ho frequentato dedicano una fetta considerevole del tempo alla necessità di vietare completamente l’utilizzo di ogni dispositivo ICT durante l’orario lavorativo soprattutto laddove le attività richiedono particolare concentrazione e meticolosità come quella appena vista. Tutti i Documenti di Valutazione dei Rischi delle imprese evolute mettono dentro il rischio da ICT dove si considerano non solo le possibili conseguenze da utilizzo massivo quali stress, problemi cardiaci, esposizione a campo elettromagnetico ecc., ma anche quelle attinenti alla distrazione che tali dispositivi inducono negli operatori che, se nella vita quotidiana possono avere conseguenze devastanti, nel mondo lavorativo ancora di più.

Uno degli obblighi del datore di lavoro è quello di vigilare sull’osservanza delle disposizioni e per una volta, relativamente a questo aspetto, può ritenersi agevolato dal fatto che ogni trasgressione sarà certamente riscontrabile anche da remoto. Quando ironizziamo sui video di esseri umani che sbattono sui cartelli stradali, cadono in buche o inciampano perché distratti dallo smartphone ci facciamo risucchiare dalla spirale del pensiero unico fluttuante come canne al vento.

Ripetiamoci invece: non c’è nulla da ridere.

Paolo Preianò

Ingegnere esperto

Sicurezza sul lavoro

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

 

[1] http://www.ansa.it/sito/notizie/tecnologia/hitech/2018/10/04/in-pochi-anni-259-morti-da-selfie-annegamento-prima-causa_91b94eaa-96ac-41b6-a39e-d7d331c335db.html

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