Periodico delle Tecnologie dell'Informazione e della
Comunicazione per l'Istruzione e la Formazione
A+ A A-

Lavoro e sicurezza

  • Scritto da PAOLO PREIANO'
  • Categoria: Lavoro e sicurezza
  • Visite: 21

Il datore di lavoro versione 4.0 di Paolo Preiano'

Il presente articolo si concentra sulla nuova condizione del datore di lavoro 4.0 ovvero di quella figura che sarà chiamata nei prossimi anni a mutare radicalmente la propria formazione e forma mentis nonché la struttura organizzativo - gestionale dell’azienda. La sensazione principale è quella di un viaggio verso l’ignoto che, come tutti i viaggi la cui destinazione non è programmata, suscita un senso di angoscia. Per superarlo si può fare solo una cosa: conoscere un po’ la strada che andrà percorsa.

 

Dicono che prima di entrare in mare
Il fiume trema di paura.
A guardare indietro
tutto il cammino che ha percorso,
i vertici, le montagne,
il lungo e tortuoso cammino
che ha aperto attraverso giungle e villaggi.
E vede di fronte a sé un oceano così grande
che a entrare in lui può solo
sparire per sempre.
Ma non c’è altro modo.
Il fiume non può tornare indietro.
Nessuno può tornare indietro.
Tornare indietro è impossibile nell’esistenza.
Il fiume deve accettare la sua natura
e entrare nell’oceano.
Solo entrando nell’oceano
la paura diminuirà,
perché solo allora il fiume saprà
che non si tratta di scomparire nell’oceano
ma di diventare oceano.

(Khalil Gibran – Il fiume e l’oceano)

Ho sempre amato la magia che accompagna la frase c’era una volta e quel suo potere di collocare il lettore in un luogo in cui spazio e tempo cessano di avere la funzione che hanno per noi in questo “regno” e di creare quella sintonia tra immaginazione e realtà che, in tal contesto, si confondono dando a colui che legge quella sensazione di non essere più in grado di distinguere cosa è reale da cosa appartiene alla finzione e mi piace essere certo che fosse stato questo l’obiettivo che si era prefissato l’inventore di quella formula magica. Sentite la differenza (l’inizio è della fiaba di Pollicino): “Un povero contadino una sera se ne stava seduto accanto al focolare ad attizzare il fuoco, mentre sua moglie filava” fa subito pensare ad un ipotetico vicino di casa o a qualche scena bucolica reale e concreta che possa essere vista girando l’angolo di qualche viuzza di paese. Piuttosto: “C'era una volta un povero contadino che una sera se ne stava seduto accanto al focolare ad attizzare il fuoco, mentre sua moglie filava” rappresenta qualcosa che esula dalla nostra quotidianità, rende la tal cosa inafferrabile ed è come se appartenesse ad un mondo diverso dal nostro in cui per arrivarci è richiesto un viaggio senza però darci indicazioni né in merito ai mezzi di trasporto né tantomeno alle coordinate geografiche della méta. Sembrerà strano ma è il viaggio e le difficoltà intrinseche che si porta dietro il primo punto chiave di questo articolo. Queste escursioni mentali potenziavano in modo naturale, spontaneo ed inimmaginabile la psiche del lettore che, senza rendersene conto, si elevava anche quando a primo acchito gli sembrava di leggere storielle per bambini, cosa che in realtà non erano affatto. È appurato che quella formula magica serviva proprio per gli adulti perché i bambini hanno già innata una capacità di viaggiare con la mente che non richiede altro, sebbene questo io lo abbia capito solo adesso che sono padre. Ricordo, invece, che da fanciullo, quando erano gli altri a leggere per me, sentire quell’incipit all’inizio di ogni fiaba mi dava una sorta di fastidio, come se lo scrittore mi stesse sottovalutando. Ora, che dovrei essere istruito, invece no, ne avverto un senso di totale bisogno. La scuola è quell’esilio in cui l’adulto tiene il bambino fin quando è capace di vivere nel mondo degli adulti senza dar fastidio diceva la Montessori. Niente di più vero. La mente dell’adulto “sfornato” dalla scuola dei nostri tempi viene traumatizzata da tante forzature cui è sottoposta direttamente o indirettamente: ragionare per causa-effetto, pensare ad un tempo necessariamente sequenziale e irreversibile, non allenarsi alla critica positiva o a mettere in dubbio socraticamente ogni cosa e credere fermamente che un viaggio possa essere solo fisico mentre quello mentale è impossibile se non addirittura pericoloso e sinonimo di malattia psichica, dimenticando che, seguendo questo metro, la stragrande maggioranza dei geni del passato (Jules Verne, Antoine de Saint-Exupéry, Jonathan Swift, i fratelli Grimm per citarne alcuni) sarebbero stati internati in qualche manicomio. Tutto questo si porta dietro l’inesorabile paura di ogni novità e di qualsivoglia luogo che non si conosca a priori o del quale non si possano controllare preventivamente le condizioni. Eppure la méta la scegliamo sempre ed esclusivamente noi uomini. A titolo di prova, molti si lamentano della pervasività delle reti cellulari rivangando i fasti della libertà anonima ma poi sono i primi a passare le giornate a pubblicare sui social ogni evento della loro quotidianità magari lamentandosi anche se qualcuno invade la loro privacy. Questo è il secondo architrave dell’articolo: la paura. Nel corso dei secoli ogni civiltà l’ha contestualizzata e chiamata in tanti modi diversi, l’ha rappresentata nel mito e nelle leggende varie e ne ha descritto lo stato d’animo lasciando che la capacità intellettiva di ogni lettore ne tirasse fuori la giusta interpretazione. Non ci soffermeremo qui ad elencarne le varie nomenclature ma solo a convenire sul fatto che è assolutamente normale che sia così. Anzi, è necessario che ci sia paura perché in fondo ogni crescita è un salto in avanti e richiede tenacia e pervicacia per dimostrare mediante atti concreti e coraggiosi di meritarla. Ogni cambiamento è un salto nel buio e presuppone l’abbandono di tutte le certezze che si davano per scontate, molte delle quali addirittura fin dalla nascita e, in effetti, tutti i miti parlano di uomini che vincono la resistenza della paura con merito e, superato un certo ostacolo, riescono a raggiungere la loro massima espressione. Penso ad Abramo che lascia tutto per seguire un Dio ignoto verso terre altrettanto ignote, Mosè che lascia gli agi per accompagnare un popolo attraverso il deserto verso un luogo imprecisato, Francesco D’Assisi che fa più o meno la stessa cosa e così via, l’elenco potrebbe continuare a dismisura. Dunque viaggio e paura, per meglio dire la paura del viaggio.

Iniziamo, pertanto, il contenuto dell’articolo dicendo che c’era una volta la paura di un datore di lavoro di intraprendere un nuovo viaggio di cambiamento e transizione da uno stadio lavorativo aziendale ad un altro. Ma non vorrei ragionare in termini di paura adulta, se così si può dire, che ha in genere spauracchi inutili, futili, che ad un bambino neanche verrebbe in mente di prendere in considerazione (paura della morte, della solitudine, della vecchiaia, della stabilità economica ecc.). Un bambino ha inquietudini più semplici, meno raffinate, che condensano nella madre di tutte le paure: il buio. Vorrei quindi analizzare lo stato di passaggio nella nuova condizione del fornitore di lavoro come farebbe un bambino, con l’unica paura dettata dalla miopia che aleggia intorno all’orizzonte che si prospetta. Questo stato d’animo nasce dalla constatazione di una modifica pesante nello strato produttivo ed organizzativo che confluirà inevitabilmente nel ripensamento quasi totale delle modalità operative e, a differenza di altri cambiamenti epocali della storia del mondo del lavoro, questa volta vi è associata la normativa a tutela della salute e sicurezza dei lavoratori per cui il datore di lavoro si trova tra l’incudine del cambiamento in atto da mettere in pratica per rimanere al passo con i tempi e il martello della Legge che delimita i contorni entro i quali egli può muoversi. Scaturiscono nel suo animo molte domande: Come gestisco l’interferenza tra macchine intelligenti e uomo? Nel caso in cui una macchina intelligente (o un robot) dovesse commettere un’azione non conforme e causare un danno chi paga? Che responsabilità ho io in merito a tutto questo? E per i rischi fisici (rumore, vibrazioni, campi elettromagnetici) che inevitabilmente diventeranno più marcati cosa devo fare? Sono domande non di poco conto tenendo a mente che per il D.Lgs. 81/08 il Datore di Lavoro è il soggetto in capo al quale ricade tutta la responsabilità della filiera di tutela della salute e sicurezza di un lavoratore che presta il proprio servizio alle sue dipendenze ed in questa fase è chiamato a fronteggiare il nuovo mondo del lavoro pesantemente iniettato di progresso tecnologico e digitalizzazione oramai quasi totale dei sistemi. Il tema del datore di lavoro 4.0 è stato affrontato recentemente dall’ Agenzia Europea per la salute e la sicurezza sul lavoro (EU-OSHA), in un testo che è il consuntivo di due anni di ricerca, dal titolo “Foresight on new and emerging occupational safety and health risks associated with digitalisation by 2025” . Sfruttando alcune analisi previsionali, l’EU-OSHA ha indicando due strade che si spianeranno nell’immediato futuro:

  1. Presenza massiccia dei sistemi di automazione per interconnessione dei vari processi di lavoro
  2. Autonomia organizzativa ed autogestione

In sostanza saranno molte, come si teme e prevede, le attività che porteranno alla sostituzione dell’uomo con macchine intelligenti e autosufficienti ed alla formazione specifica in materia digitale degli operatori che interagiranno in maniera più copiosa con la macchina, ne impareranno il linguaggio. Questo dialogo è stato oggetto di tanti dibattiti nel corso della storia soprattutto nella fase dell’industria 2.0. Si prevede una considerevole richiesta di personale, soprattutto dirigente e, di conseguenza, anche datore di lavoro, con forti competenze digitali che, allo stato attuale della situazione, in pochi possiedono. Un datore di lavoro 4.0 dovrà, pertanto, poter contare su figure professionali di matrice telematica che possano coadiuvare la sua attività e fornire quella corretta consulenza fondamentale come abbiamo visto. Ma non è tutto. Questi consulenti dovranno, altresì, essere in grado di assisterlo anche nella delicata analisi della sicurezza sui luoghi di lavoro che subirà una drastica riqualificazione. Ogni lavoratore dovrà, in sostanza, essere formato per relazionarsi con le macchine in modo corretto e sicuro sia per quanto riguarda il delicatissimo tema del trattamento dei dati personali che, ovviamente, per quanto concerne la salute e sicurezza. Ci saranno presumibilmente delle risorse nuove dedicate anche alla manutenzione dei nuovi impianti afferenti all’ IoT e dotati di Intelligenza Artificiale sempre più simile a quella umana. Si parla già di manutenzione predittiva intendendo un ausilio degli strumenti di data mining anche nella fase di organizzazione di piani manutentivi delle macchine stesse che saranno progettati sulla base dei dati reali relativi alla macchina e che determineranno quando bisogna intervenire e su quale punto specifico seguendo una tecnica che in gergo è detta root case analysis. Queste indagini però, avranno delle potenziali ricadute sulla salute e sicurezza perché una macchina correttamente funzionante è una reale garanzia di salvaguardia dell’incolumità del lavoratore. Pensiamo ad un eventuale guasto elettrico, ad esempio, dovuto alla mancata verifica periodica della componentistica o un malfunzionamento meccanico che può comportare gravi danni all’operatore. Riassumendo, il nuovo datore di lavoro dovrà essere in grado di analizzare dati e muterà la concezione della salute e sicurezza in termini predittivi cosa che in realtà è già in atto con la spinta del mondo scientifico verso la registrazione dei near miss ovvero, banalizzando, di eventi che avrebbero potuto produrre un infortunio sul lavoro ma che non lo hanno fatto per “pura fortuna”. Questi eventi, se ben strutturati, possono fornire una potente arma per predire scenari futuri o rischi potenziali. Tutto questo, soprattutto per i settori a maggior rischio, può essere un assoluto bene. Il datore di lavoro 4.0 avrà a che fare anche con Dispositivi di Protezione Individuale intelligenti, muniti di sensori IoT in grado di segnalare stati di usura, mancato utilizzo o utilizzo non conforme da parte dell’operatore, incompatibilità con l’ambiente, in grado anche di inviare messaggi ad una centrale operativa riguardo alla presenza di sostanze particolarmente dannose per la salute ad esempio gas, fiamme o, addirittura, allertare la stessa centrale nel caso di malore del tecnico che li indossa. Esiste già nel panorama una folta gamma di attrezzature molto ben fatte ma che saranno abbondantemente raffinate ed utilizzate da qui ai prossimi anni. Qualche mese fa, nel corso di un audit, ho avuto modo di riscontrare direttamente un’azienda che aveva dotato i propri dipendenti di braccialetti in grado di monitorare, oltre a parametri vitali quali la frequenza cardiaca, anche il corretto utilizzo dei DPI. Ma esistono anche elmetti che monitorano le onde cerebrali ed interpretano lo stato emotivo del lavoratore, quando è stanco, quando non è concentrato o se abbia consumato sostanze alcoliche o stupefacenti accorgendosi quindi se è troppo stanco o, comunque, in condizioni non idonee al lavoro. Il tutto ovviamente deve essere opportunamente delimitato dal rispetto della privacy personale, aspetto sul quale demandiamo ad altri articoli.

Fiaba finita, torniamo alla realtà. Questo piccolo viaggio è servito per esplorare un po’ il luogo ignoto che aspetta il datore di lavoro 4.0 e tranquillizzarlo in merito ad alcune cose che lo agevoleranno senza ombra di dubbio. Come sempre, ma questo vale per tutti gli aspetti della nostra vita, l’uso determina l’utilità. Abusare di sistemi appena elencati, per esempio per monitorare la produttività del lavoratore o per spremerlo finché non giunge un segnale di alert, pare ovvio che possa solo peggiorare la situazione e regredire la condizione umana laddove all’interno di un uso, come sono solito dire nei corsi di formazione o nei libri, con l’uomo-lavoratore al centro, non vedo particolari controindicazioni, anzi. Porre l’uomo al centro, però, è cosa molto complicata. Ma questa è un’altra fiaba…

 

BIBLIOGRAFIA

  • Stacey, N., et al. "Foresight on New and Emerging Occupational Safety and Health Risks Associated with Digitalization by 2025." European Agency for Safety and Health at Work, Publications Office of the European Union: Luxembourg(2018).
0
0
0
s2sdefault
  • Scritto da PAOLO PREIANO'
  • Categoria: Lavoro e sicurezza
  • Visite: 87

Il lavoro ai tempi del coronavirus

Il lavoro ai tempi del coronavirus non è il titolo di un romanzo di Gabriel García Márquez, scrittore premio Nobel per la letteratura nel 1982, che ha scritto il ben più noto L’amore ai tempi del colera, bensì una storia delle difficoltà di un periodo storico complicato per i lavoratori e una potenziale soluzione per alcuni problemi che stava lì, a portata di mano e della quale nessuno ha mai avuto il coraggio di innamorarsi pienamente. Ma, nell’omaggiare il nome dello scrittore prendendo come spunto un suo romanzo, a pensarci bene, ci si accorge che sono solo due i termini di differenziazione tra i titoli: “lavoro” e “amore” che pure nella società neoliberale moderna, come predetto profeticamente dal buon Celentano, sono strettamente connessi. E non finisce qui. Le due storie sono incredibilmente sovrapponibili con un piccolo sforzo di astrazione. Non ci credete? Seguite il mio percorso che, vi avviso, contiene qualche spoiler per cui, se state leggendo il romanzo o avete intenzione di farlo, saltate qualche riga. La trama del libro di García Márquez ha due pilastri: l’amore (ovviamente) e la perseveranza. L’amore è quello tra Florentino e la bella Fermina caratterizzato da uno scambio epistolare travolgente ma che non riesce a concretizzarsi a causa dell’ostilità del padre di lei che si rifiuta di benedire la proposta di convolare a nozze di Florentino e porta via con sé la figlia organizzandole un matrimonio di comodo con il dottor Urbino, medico rispettato, affermato e di buon partito. La vita dei due continua parallela e senza incontro ma con un legame simbiotico indiretto. Accade che, svariati anni dopo, quando il dottor Urbino, oramai anziano, muore, Florentino, da sempre innamorato, si reca a casa della vedova rinnovandole il suo amore che può finalmente e dopo una timida resistenza iniziale trovare compimento. In astratto, si tratta perciò di due elementi che richiedono una naturale congiunzione, un terzo elemento di disturbo che ne impedisce la commistione, un quarto che rappresenta un ceppo che imprigiona uno dei due e, infine, le catene spezzate da un evento funesto e il finale da “vissero felici e contenti”. Se notiamo bene è più o meno lo stesso copione di tanti altri capolavori della storia della letteratura dai Promessi sposi ad Anna Karenina (in Le avventure di Pinocchio questi tre tratti erano addirittura interiori al protagonista stesso) che tuttavia hanno al loro interno innumerevoli altre chiavi di lettura ma questo non interessa gli scopi del presente articolo.  Torniamo alla nostra astrazione. Proviamo a pensare che Fermina sia il mondo del lavoro in generale e che Florentino rappresenti l’evoluzione tecnologica positiva che prova ad unirsi ad esso per migliorarlo e renderlo completo. Il termine “positiva” lascia intendere che è funzionale ad un miglioramento della vita dell’uomo che sia lavoratore o imprenditore. Le due realtà si scambiano epistole amorose costituite da studi, progetti ben definiti, analisi scientifiche di alto livello, per tramite di studiosi e tecnici del settore tutti concordi nel favorire la loro unione ma, ogni qualvolta provano ad incontrarsi, arriva una qualche forma di ostilità caratterizzata da ostracismi, scetticismi, complottismi da parte di una figura che si erge a paternale e, un po’ per egoismo e un po’ per paura, convince gli altri che è necessario che la sua fanciulla vada verso una direzione apparentemente più appetibile. Anche qui accade però, un bel giorno, che un evento drammatico, per esempio l’arrivo di uno sconosciuto virus orientale, squarcia il muro che si era creato e consente a tutti di gioire dell’unione.

Il clima di emergenza che abbiamo vissuto nei mesi passati ha costretto anche i più reticenti ad adottare forme di lavoro che, salvo in pochi casi ed in grosse realtà, finora nessuno aveva mai considerato. Saranno ormai più di vent’anni che il lavoro agile prova ad introdursi nel tessuto produttivo aziendale e che non riesce ad incontrare il favore totale a causa del terzo incomodo rappresentato da quella parte imprenditoriale e sociale ancora impermeabile ed impaurita di fronte ad ogni evoluzione. Eppure, se impiegassimo un po’ di tempo a rifletterci su, capiremmo che i vantaggi sono veramente innumerevoli.  Uno dei generatori di infortuni sul lavoro sono i cosiddetti infortuni in itinere ovvero quelli avvenuti nella fase di spostamento tra l’abitazione e il luogo di lavoro o viceversa che, senza perderci in numeri o statistiche, rappresentano una percentuale mostruosa e con un forte impatto per le casse pubbliche sia in termini di costi diretti che indiretti. Parliamo di costi necessari per curare, riabilitare o risarcire un dipendente per esempio. Ma non solo. L’apporto ambientale non è per nulla trascurabile. Meno trasporti implicano un minore inquinamento soprattutto nelle grandi metropoli nelle quali le condizioni di salubrità dell’aria in determinati periodi dell’anno arrivano a livelli inaccettabili. Per le aziende poi un vantaggio sarebbe quello di ridurre le spese energetiche visto che il personale, lavorando da casa, consuma energia della propria abitazione, utilizza i servizi igienici di casa e così via.   Ma che cosa è il lavoro agile che in questo periodo è stato un valido alleato per contenere l’epidemia e consentire comunque alle aziende di mandare avanti il proprio motore senza fermarsi? Intanto sgomberiamo il campo da una cattiva interpretazione che tende a sovrapporre il telelavoro allo smart working considerandolo una traduzione italiana di quest’ultimo. In realtà si tratta di due architetture completamente differenti essendo il telelavoro una struttura vecchia di qualche decennio rispetto al lavoro agile quindi affermatosi in tempi nei quali i dispositivi portatili erano pressoché inesistenti. A dispetto del telelavoro nel quale il lavoratore ha una postazione fissa che si trova in un luogo differente rispetto a quello aziendale quindi di una situazione caratterizzata da maggiore rigidità spazio-temporale con orari rigidi e spazi predeterminati, per lavoro agile, detto anche smart working, si intende una modalità flessibile di esecuzione di una prestazione di lavoro subordinata, disciplinata dagli articoli 18 e ss. della legge 81/2017 e fondata su un incremento della competitività e di aiuto alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro in cui sussiste una assenza di vincoli a livello di orario e di spazio. In condizioni “non emergenziali” è necessario che datore di lavoro e lavoratore siglino un accordo, che deve seguire un certo iter, col quale stabilire il fatto che la prestazione lavorativa viene resa, con ausilio di strumenti tecnologici ed anche con forme di organizzazione per fasi, cicli ed obiettivi in parte all’interno ed in parte all’esterno dei locali aziendali e senza precisi vincoli di orario rispettando ovviamente quanto prescritto dalla legge e dalla contrattazione collettiva circa la durata massima dell’orario giornaliero e settimanale. L’accordo è bene che specifichi i tempi di riposo, le modalità di controllo dell’operato da parte del datore di lavoro e quali sono gli strumenti utilizzati dal lavoratore e le misure tecnico-organizzative per il famigerato diritto alla disconnessione dalla strumentazione tecnologica di lavoro. In questa sede ci interessa però l’aspetto connesso alla salute e sicurezza del lavoratore. Infatti il lavoratore è destinatario di garanzie specifiche anche in questo campo, come accade per tutto il D.Lgs. 81/08. La posizione del datore di lavoro appare però un po’ sfuocata in quanto egli non ha un controllo diretto sull’attività esterna del dipendente e, sarebbe insensato addossargli responsabilità in caso di infortunio che oltrepassi la sua possibilità di intervento. Deve comunque ottemperare all’obbligo di consegnare al Responsabile dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS) e al lavoratore con cadenza almeno annuale una informativa scritta nella quale sono individuati i rischi generali e specifici connessi alla esecuzione del rapporto di lavoro e deve accertarsi che gli strumenti tecnologici consegnati al lavoratore per lo svolgimento della prestazione lavorativa siano conformi alle direttive comunitarie e siano in ottimo stato di funzionamento.  

I vari DPCM che si sono susseguiti in questi mesi travagliati hanno esteso la pervasività delle misure preventive e tra le novità più interessanti concernenti il lavoro agile è annoverabile l’autorizzazione ad assolvere gli obblighi di informativa anche in via semplificata, attraverso una apposita documentazione scaricabile dal sito web dell’Inail e il conseguente invio a mezzo posta elettronica al dipendente. Inoltre su tutto il territorio nazionale e fino al 31 luglio 2020 lo smart working può essere attivato anche senza accordo individuale.  Il riferimento per il telelavoratore è il D.Lgs. 81/08 :  A tutti i lavoratori subordinati che effettuano una prestazione continuativa di lavoro a distanza, mediante collegamento informatico e telematico, compresi quelli di cui al decreto del Presidente della Repubblica 8 marzo 1999, n. 70, e di cui all’Accordo-Quadro Europeo sul telelavoro concluso il 16 luglio 2002, si applicano le disposizioni di cui al Titolo VII, indipendentemente dall’ambito in cui si svolge la prestazione stessa. Nell’ipotesi in cui il datore di lavoro fornisca attrezzature proprie, o per il tramite di terzi, tali attrezzature devono essere conformi alle disposizioni di cui al Titolo III. I lavoratori a distanza sono informati dal datore di lavoro circa le politiche aziendali in materia di salute e sicurezza sul lavoro, in particolare in ordine alle esigenze relative ai videoterminali ed applicano correttamente le Direttive aziendali di sicurezza. Al fine di verificare la corretta attuazione della normativa in materia di tutela della salute e sicurezza da parte del lavoratore a distanza, il datore di lavoro, le rappresentanze dei lavoratori e le autorità competenti hanno accesso al luogo in cui viene svolto il lavoro nei limiti della normativa nazionale e dei contratti collettivi, dovendo tale accesso essere subordinato al preavviso e al consenso del lavoratore qualora la prestazione sia svolta presso il suo domicilio. Il lavoratore a distanza può chiedere ispezioni. Il datore di lavoro garantisce l’adozione di misure dirette a prevenire l’isolamento del lavoratore a distanza rispetto agli altri lavoratori interni all’azienda, permettendogli di incontrarsi con i colleghi e di accedere alle informazioni dell’azienda, nel rispetto di regolamenti o accordi aziendali.[1]

Articolo ben fatto non c’è dubbio. Per diritto di cronaca i Titoli a cui fa riferimento riguardano le attrezzature munite di videoterminali (VII) e uso delle attrezzature di lavoro (III). La disciplina in materia di salute e sicurezza sul lavoro per lo smart working, fermo restando quanto comunque prescritto dal Testo Unico, trova applicazione nella Legge n. 81/2017: Il datore di lavoro garantisce la salute e la sicurezza del lavoratore che svolge la prestazione in modalità di lavoro agile e a tal fine consegna al lavoratore e al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, con cadenza almeno annuale, un'informativa scritta nella quale sono individuati i rischi generali e i rischi specifici connessi alla particolare modalità di esecuzione del rapporto di lavoro. Il lavoratore è tenuto a cooperare all'attuazione delle misure di prevenzione predisposte dal datore di lavoro per fronteggiare i rischi connessi all'esecuzione della prestazione all'esterno dei locali aziendali[2].

Tutti i locali, secondo le raccomandazioni INAIL dovranno seguire determinate indicazioni. In particolare le attività non possono essere svolti in locali tecnici o non abitabili, devono esserci adeguati servizi igienici a disposizione e impiantistica a norma, le superfici interne delle pareti non devono presentare tracce di muffe o condense, i locali, eccettuati quelli destinati a servizi igienici, disimpegni, corridoi, vani-scala e ripostigli debbono fruire di illuminazione naturale diretta, adeguata alla destinazione d'uso e, a tale scopo, devono avere una superficie finestrata idonea e detti locali devono essere muniti di impianti di illuminazione artificiale che garantisca adeguato comfort visivo, deve essere garantito il ricambio di aria naturale o con ventilazione meccanica, gli impianti di condizionamento eventuali devono essere a norma e così via. 

Io credo che ogni evento giunge a noi dopo un percorso lungo nel quale ci lancia dei segnali che siamo liberi di percepire o meno e che per tale ragione ci sia sempre un senso per ogni cosa e quello del periodo appena trascorso rappresenta un sollevamento di un velo su alcuni pregiudizi e alcune congetture che ormai facevano parte della vita quotidiana come fossero un tutt’uno con la vita stessa. Così facendo, come nel caso dello smart working, cose che apparivano irrealizzabili nell’immediato, subiscono un repentino colpo di acceleratore. Scriveva proprio lo stesso García Márquez che  Noi uomini siamo poveri schiavi dei pregiudizi.

 

[1] D.Lgs. 81/08, articolo 3 c. 10

[2] Legge 81/2017, articolo 22

0
0
0
s2sdefault
  • Scritto da PAOLO PREIANO'
  • Categoria: Lavoro e sicurezza
  • Visite: 1272

SMART-ALARM

Il presente articolo vuole discutere di una tematica ormai alla ribalta nel panorama della sicurezza e della prevenzione sui luoghi di lavoro: il rischio derivante dalla distrazione che l’utilizzo di dispositivi ICT può indurre nell’operatore. Sebbene poco considerato, esso può avere conseguenze drammatiche e far saltare ogni misura preventiva e protettiva messa in atto dal datore di lavoro.

È un lunedì qualunque, caratterizzato dalla consueta apatia del giorno a cavallo tra l’ozio passato e l’operosità ventura e, come quasi tutte le mattine presto, iniziai a leggere un po’ i quotidiani. Solita solfa di inizio settimana fatta di diatribe politiche, diplomazie al lavoro, notizie inutili e cinica conta delle purtroppo famigerate stragi del weekend alle quali, a furia di leggerne a grandi quantità, si rimane quasi impassibili, di quell’assuefazione che solo l’abitudine riesce a dare. Ma questa volta un bravo giornalista articola il racconto di un incidente causato dall’ebbrezza di alcuni ragazzi in modo tanto abile da accendere un lume nel lettore attento. Un suo commento infatti sposta l’attenzione dalla cronaca pedante degli eventi singolarmente considerati che, come scritto poco fa, risultano inflazionati e quindi apparentemente di poco valore, al concetto del calo di percezione del rischio nei giovani attori del mondo digitale che, soprattutto se in gruppo e in azione insieme (potremmo dire per avviare il nostro ragionamento “connessi tra di loro”), diventa totale assenza di ogni paura e, peggio ancora, ostentazione di un innaturale coraggio. Preciso subito di non essere d’accordo circa il connubio gruppo-pericolo. Anche un tempo capitava, nelle combriccole di ragazzi per esempio, che il gruppetto trascinasse i suoi membri verso azioni sconsiderate e ritenute a posteriori prive di senso logico o pericolose. Quindi, in una ricerca della radice della causa della crescita di azioni inconsulte, saremmo fuori strada andando a considerare il problema centrale lo stare insieme o l’aggregazione. Anzi, a dover essere onesti, proprio la comunione di idee e di azioni ha dato il via a momenti di sviluppo che hanno portato a cambiamenti radicali in positivo. La rivoluzione francese, con i suoi fasti e nefasti, è nata dalla condivisione di idee ed è stata quella comunione a rendere tutto possibile. Un sanculotto da solo sarebbe stato presto giustiziato come fomentatore di disordini ma proprio quel senso di appartenenza lo teneva al riparo da possibili azioni folli che avrebbero messo a rischio l’idea da proteggere. L’appartenenza quindi, purché sana, ad una comunità altrettanto sana può solo avere effetti positivi. Il senso di tutto questo, almeno a mio modesto parere, non è da ricercarsi nel raggruppamento ma in due termini: pubblico ed essere parte di.  Il secondo aspetto è sufficientemente intuitivo. Viviamo in una società priva di idee e sentirsi parte di qualcosa diventa sempre meno attraente proprio perché è l’idea il collante degli uomini. Da questo punto di vista i nostri giovani hanno di che rimproverare la generazione precedente per aver annichilito concetti aulici ed aver reso la scuola quanto la Montessori aveva profetizzato: un luogo di esilio in cui l’adulto tiene il bambino fin quando è capace di vivere nel mondo degli adulti senza dare fastidio.

La digitalizzazione massiccia ha poi ridotto la loro vita ad una sequela di frame discreti nel quale esiste solo ciò che è immortalato nell’istante stesso in cui lo si fissa in bit senza darsi noie a preoccuparsi del contesto circostante e perdendo così il contatto con la realtà che li circonda. La loro unica appartenenza possibile è la comunità navigante e dalla loro accettazione o meno dipende il sentirsi accolti o rifiutati e i casi di gesti estremi a seguito del rifiuto sono sotto gli occhi di tutti.

Vediamo invece cosa intendere per pubblico che è più ostico da percepire. Fino a qualche decennio fa chi guidava in modo forsennato o si cimentava in azioni estreme lo faceva solo per dimostrare agli astanti quanto fosse bravo, forte, coraggioso, sprezzante del pericolo e, va da sé, queste prestazioni richiedevano la presenza fisica di almeno uno spettatore. Insomma, un ragazzo da solo in macchina non avrebbe mai superato il limite di velocità senza motivo poiché non avrebbe avuto nessuno a cui dimostrarlo. Ad un giovanotto non sarebbe mai passata in mente l’idea di sdraiarsi sui binari del treno da solo senza la presenza di qualcuno che lo immortalasse o di salire sul tetto di un edificio e posizionarsi sul ciglio del parapetto senza un social sul quale condividere il gesto. Abbiamo capito allora un elemento che inietta un senso alle azioni estreme: presenza di un pubblico che può anche essere letto come assenza di capacità di vivere la solitudine ed il silenzio in modo pregnante. E allora oggi perché questi comportamenti pericolosi vanno così di moda? Perché il pubblico ognuno di noi ce l’ha in tasca e lo può tirare fuori al momento opportuno con l’auspicio di ricevere consensi. È sufficiente uno smartphone e si può immortalare ogni follia che passa in mente, sentirsi in gruppo, connesso e la percezione del rischio va giù a precipizio per quella proporzionalità diretta di cui abbiamo parlato poc’anzi.   Qualche mese fa iniziò a girare per la rete un video di una giovane donna portoghese, pare madre di due figli, che cadeva dal ventisettesimo piano della Luxor Tower di Panama City dopo essersi sporta eccessivamente dal parapetto con la concausa del vento. Motivazione: cercava la posa migliore per farsi un selfie. L’evento drammatico scosse l’opinione pubblica del paese ospitante, tanto che la polizia stessa iniziò a diffondere dei messaggi del tipo: “Non rischiare la vita per un selfie. È più importante perdere un minuto nella vita che la tua vita in un minuto”. Approfondendo la questione mi sono reso conto che non si tratta di un fenomeno isolato. Secondo una ricerca indiana pubblicata dal Journal of Family Medicine and Primary Care dell' All India Institute of Medical Sciences tra il 2011 e il 2017 ci sono stati almeno 259 decessi di varia natura in tutto il mondo a causa di selfie in luoghi pericolosi e l’età media delle vittime è pari a 22.9 anni[1]. Una ricerca della Ohio State University, pubblicata sulla rivista Accident analysis and prevention evidenzia tra il 2005 e il 2010 un raddoppio del numero di incidenti occorsi a pedoni correlando i dati ad un uso eccessivo dello smartphone. Il parere della comunità di navigatori si richiede ormai in ogni nostra attività: la colazione, l’aperitivo, la palestra e il lavoro.

La domanda a questo punto è: quanto, a causa delle moderne tecnologie, è venuta meno la percezione del rischio sul luogo di lavoro? Lo spiego con un esperimento che vorrei che il lettore facesse senza barare. Immagina la scena come fosse un sogno: stai scalando un palo di una stazione radio base alto circa trenta metri indossando correttamente imbracatura, cordini e carrello di risalita. Arrivato a metà altezza, alla tua vista si para l’immagine mozzafiato di una straordinaria costa piena di bagnanti con le montagne a strapiombo circostanti. Qualunque fotografo ci avrebbe fatto un poster. Ora rispondi di getto senza riflettere: cosa ti verrebbe in mente di fare?  Se hai risposto “estrarre lo smartphone e immortalare il momento” non hai detto nulla di male ma sei nel novero di quelli che non hanno ancora capito quanto determinati atteggiamenti, apparentemente innocui, possano avere conseguenze gravi o gravissime. Ma sei comunque in buona compagnia, non demoralizzarti, perché quanto ho appena esposto è realmente accaduto di recente su un cantiere da me verificato. In realtà la verifica è stata espletata (potere della tecnologia) senza necessità di presenza fisica sul posto in quanto il tecnico “incriminato” ha avuto la bella idea di pubblicare la foto (mettendo, a scanso di equivoci, anche la sua faccia compiaciuta in primo piano) su una nota app di messaggistica che, sfortunatamente per lui, è frequentata anche dal sottoscritto. “Dove si giudica non c’è giustizia” diceva Tolstoj per cui non è mio interesse dare giudizi affrettati. Serve fare un’analisi accurata dell’evento e dialogare con tutti per riflettere insieme su cosa poteva accadere se, per esempio, il cellulare fosse sfuggito di mano per una folata di vento e fosse caduto sulla persona sottostante oppure se la distrazione avesse portato il tecnico a muoversi in maniera errata. È evidente che per lui non ci fosse nulla di male nel farsi una foto in quelle condizioni altrimenti avrebbe tenuto per sé l’opera. Ebbene, ormai è punto fisso del settore della sicurezza sui luoghi di lavoro considerare l’utilizzo dello smartphone come uno dei rischi più rilevanti del panorama lavorativo perché non conformità come quelle che ho descritto capitano ormai tutti i giorni. A furia di vivere sempre con lo sguardo basso si è persa la distinzione a livello mentale tra lavoro e vita privata (tecnicamente techno-invasione).

Gli ultimi convegni, seminari e corsi di formazione che ho frequentato dedicano una fetta considerevole del tempo alla necessità di vietare completamente l’utilizzo di ogni dispositivo ICT durante l’orario lavorativo soprattutto laddove le attività richiedono particolare concentrazione e meticolosità come quella appena vista. Tutti i Documenti di Valutazione dei Rischi delle imprese evolute mettono dentro il rischio da ICT dove si considerano non solo le possibili conseguenze da utilizzo massivo quali stress, problemi cardiaci, esposizione a campo elettromagnetico ecc., ma anche quelle attinenti alla distrazione che tali dispositivi inducono negli operatori che, se nella vita quotidiana possono avere conseguenze devastanti, nel mondo lavorativo ancora di più.

Uno degli obblighi del datore di lavoro è quello di vigilare sull’osservanza delle disposizioni e per una volta, relativamente a questo aspetto, può ritenersi agevolato dal fatto che ogni trasgressione sarà certamente riscontrabile anche da remoto. Quando ironizziamo sui video di esseri umani che sbattono sui cartelli stradali, cadono in buche o inciampano perché distratti dallo smartphone ci facciamo risucchiare dalla spirale del pensiero unico fluttuante come canne al vento.

Ripetiamoci invece: non c’è nulla da ridere.

Paolo Preianò

Ingegnere esperto

Sicurezza sul lavoro

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

 

[1] http://www.ansa.it/sito/notizie/tecnologia/hitech/2018/10/04/in-pochi-anni-259-morti-da-selfie-annegamento-prima-causa_91b94eaa-96ac-41b6-a39e-d7d331c335db.html

0
0
0
s2sdefault

Argomento