Periodico delle Tecnologie dell'Informazione e della
Comunicazione per l'Istruzione e la Formazione
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Generazioni a confronto

Uso più “etico” del web in periodo di Coronavirus e smart-working: tra opportunità e rischio di abuso di Claudia Ambrosio

Abstract: in pieno periodo di Coronavirus l’umanità ha riscoperto il valore dei rapporti umani e un uso più consapevole ed “etico” del web. Alcuni strumenti, poi, come lo smart working si sono rivelati alleati preziosi, tuttavia il pericolo che anche questi ultimi possano prestarsi ad abusi è molto concreto soprattutto per le donne lavoratrici che rischiano di restare nuovamente imprigionate nelle loro case, dopo anni di lotte per emanciparsi.

Uno dei principali problemi a cui si è assistito nell’arco degli ultimi anni è stato il lento ma inesorabile assurgere della spersonalizzazione dei rapporti umani.

Il mondo virtuale appariva come un’oasi di pace, qualcosa a cui aspirare e comunque da preferire ai rapporti “in carne ed ossa” reputati, al contrario obsoleti e magari un po’ retrò.

Ed allora ecco il nascere e il proliferare delle piattaforme digitali, dei social network, dei multiformi universi paralleli dove manifestare il proprio essere in tutte le sue forme: amicizie nate on line, amori nati on line, vite trascorse on line a scapito degli incontri “reali” in piattaforme “reali” come cinema, teatri, oratori, parchi, strade, mondo.

Per mesi, anni si è assistito all’apologia del virtuale con tutto il suo carico di pregi e difetti, poiché come è noto in ogni manifestazione umana esiste il lato positivo ma anche l’inevitabile lato oscuro.

Si pensi alle derive virtuali di tanti fenomeni quali il bullismo, lo stalking, l’odio sociale, le truffe amorose, la diffamazione, la persecuzione e così via; fenomeni che hanno interessato criminologi, sociologi, psicologi e finanche il legislatore che è intervenuto in più di un’occasione per disciplinare con una normativa ad hoc il cyberbullismo e il porn revenge, privi, precedentemente di una tutela adeguata e specifica.

Poi accade l’inaspettato: dall’altra parte del mondo si sviluppa un virus prima mai visto, evidentemente non capito e di certo sottovalutato che nel giro di pochi mesi trasforma quella che era la vita “normale” dell’umanità nel copione di un film di fantascienza.

E proprio in questo scenario da film arriva il momento inaspettato, arriva la svolta, la trovata geniale del regista quella che trasformerà il film in un capolavoro: l’umanità migliora, riscopre il valore di quello che aveva e che da tanto tempo aveva dimenticato o forse dato per scontato.

Capisce che il virtuale non gli basta, che è bello vedere il prossimo, che è bello uscire, fare una passeggiata con il cane, vedere i propri amici, riscoprire il valore di un abbraccio.

Proprio nel momento in cui si impone di restare a casa, si creano misure di contenimento che vietano comportamenti connaturati nel nostro DNA come stringerci la mano, si prescrivono distanze per la sicurezza propria e altrui, l’uomo riscopre il bisogno “fisico” dell’altro, il bisogno di quel calore umano prima considerato roba per nostalgici.

Come spesso accade nei momenti di crisi l’umanità ha l’occasione di migliorare, di riflettere, di capire e magari di rinascere migliore di prima.

Alcuni miglioramenti già si vedono ed è proprio il web a mostrarli: ora, infatti, che tutta l’umanità è alle prese con un problema reale e reclusa a casa, finalmente si assiste ad un uso più consapevole del web!

 I social, ad esempio, vengono impiegati per aiutare le persone a restare a casa, per motivarle a resistere, si canta, si balla virtualmente insieme, si organizzano flash mob per creare unità fra tutti noi, per capire che non siamo soli, anche se isolati nelle nostre case.

Il web mostra il suo lato più nobile: si rivela strumento prezioso per i lavoratori, permettendo loro di lavorare da casa attraverso le forme di smart working, che consentono di continuare ad offrire servizi importanti per la comunità, senza, però mettere a repentaglio la vita dei lavoratori, soprattutto di quell’esercito di precari, senza ferie e senza diritti, spesso tenuti sotto scacco dalla paura di non avere il rinnovo del contratto; aiuta i ragazzi che non possono andare a scuola garantendo forme di didattica a distanza; aiuta le persone a passare il tempo e a sentirsi meno sole.

Il web migliora perché è migliorata la mano che sta dietro ad esso, la macchina mostra tutte le sue potenzialità perché è migliorato il conducente, ed allora da questa situazione di emergenza si capisce che essa può diventare occasione di crescita per ognuno di noi.

Ancora una volta, tuttavia, bisogna evitare che l’abuso dello strumento diventi una gabbia nella quale l’umanità resti intrappolata e proprio lo smart working può prestarsi a questo inganno.

Se, infatti, esso ha rappresentato una soluzione a dir poco geniale durante la fase di lockdown, ora minaccia di diventare una pericolosa routine nella quale il lavoratore rischia di restare perennemente imprigionato, con maggiore pericolosità soprattutto per le donne lavoratrici.

I principali pericoli sono rappresentati dal fatto che il lavoratore non ha un orario “certo” di lavoro e pertanto potenzialmente la sua giornata lavorativa potrebbe avere una durata “illimitata”, tanto che in giurisprudenza già inizia a parlarsi del c.d. diritto alla disconnessione ovvero il diritto a potersi disconnettere da remoto, a fare una pausa, a non oltrepassare il normale turno lavorativo.

Il pericolo maggiore, tuttavia, riguarda le donne lavoratrici, le quali in modo particolare in questa fase rischiano di avere maggiori problemi nel rientro “fisico” nel luogo di lavoro poiché sulle spalle pesa anche il peso della famiglia e dei carichi domestici.

Da più parti, inizia a segnalarsi il rischio che lo smart working possa riportare le donne a stare a casa dopo anni di lotte, peraltro non ancora finite, per uscire dallo schema ancestrale dell’angelo del focolare domestico.

Ecco pertanto che, ancora una volta il problema non è lo strumento ma l’uso o meglio, l’abuso dello stesso.

Lo smart working è una preziosa risorsa ma deve essere utilizzato solo ed esclusivamente in casi di reale, concreta ed effettiva necessità, non deve sostituirsi alla normale routine lavorativa ove non ve ne sia più la necessità a nulla valendo le considerazioni fatte da taluni sugli ipotetici risparmi della P.A. o delle aziende.

A fronte, infatti, di tali presunti risparmi fanno da contraltare il senso di isolamento, le spese non sempre sostenibili a carico del lavoratore (si pensi alla spese legate al consumo energetico, ecc), i maggiori rischi informatici a cui la connessione tramite remoto espone i software aziendali, ma soprattutto il rischio che diminuisca la domanda di lavoro in un Paese dove la disoccupazione rappresenta la principale piaga sociale, nonché la potenziale emarginazione delle donne lavoratrici destinate a tornare nelle case che tanto avevano fatto per lasciare!

Il principale problema dell’uomo moderno, appare pertanto la bulimia dall’uso delle tecnologie, l’overdose del progresso o per meglio dire l’incapacità di distinguere ciò che deve restare relegato ad una dimensione emergenziale e ciò che, al contrario, può assurgere ad ordinario.

L’abuso e non l’uso è il vero male della nostra evoluta società.

Avv. Claudia Ambrosio- Criminologa

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Il galateo ai tempi del web: educazione e maleducazione digitale

Quando si pensa al concetto di educazione digitale, non si ha molto chiaro a quale idea di educazione bi­sogna riferirsi. Si evocano concetti di educazione lon­tani, artificiali, tecnologici, cui guardare come a qual­cosa di nuovo da imparare. Allora si pensa a corsi di formazione, a esperti che devono “insegnarci” a essere “educati digitalmente”, come se l’educazione digitale fosse qualcosa di diverso dal più generale concetto di educazione. Corollario di questo modo di ragionare è il rafforzamento della scissione tra l’Io reale e l’Io virtu­ale, quasi come se la persona avesse due diverse e net­tamente distinte dimensioni: una on line, una off line. Da tale modo di percepire l’educazione digitale deriva­no rilevanti e talvolta paradossali conseguenze, ma so­prattutto deriva la convinzione che si può essere persone diversamente educate secondo il piano, reale o virtuale, che decidiamo di considerare. Facciamo alcuni esem­pi per chiarire il concetto. Una persona reputata edu­cata dalla società non si sognerebbe mai di disturbare il prossimo in orari non considerati consoni (ovvero la mattina molto presto o la sera molto tarda), se non in casi valutati di estrema gravità o urgenza. Al contrar­io, è noto che le chiamate così come i collegamenti vir­tuali possono avvenire a tutte le ore del giorno e del­la notte, senza che ve ne sia alcuna necessità, ma solo perché è possibile farlo. Si entra in qualunque momento nella vita delle persone senza bussare, senza chiedere il permesso, senza pensare di poter disturbare o essere invadenti. Il rispetto dell’altro, tuttavia, è il primo indice di educazione, definita dal dizionario come: “il metod­ico conferimento o apprendimento di principi intellet­tuali e morali, validi a determinati fini, in accordo con le esigenze dell’individuo e della società”. Una persona educata, poi, interviene in una conversazione solo se esplicitamente interrogata o coinvolta, e naturalmente a domanda segue risposta. Al contrario quando si assiste a una “conversazione digitale”, anche queste banali regole sembrano non valere. Può capitare, in­fatti, di essere inseriti in gruppi di conversazione e di ricevere infiniti buongiorno e buonanotte, oltre che i più svariati auguri per tutte le possibili ricor­renze del calendario, da parte di soggetti che a volte sono poco più che sconosciuti. Può accadere di as­sistere passivamente a liti, frecciatine, battibecchi tra i partecipanti o di dover “subire” conversazioni che non coinvolgono o non interessano. Difficile ab­bandonare: spesso paradossalmente è questa scelta a essere vissuta dagli altri partecipanti come maledu­cata, così come maleducato è ignorare, soprassedere o silenziare il gruppo. Certo si potrà dire che ci sono gruppi e gruppi: in realtà ancora una volta il discri­men è rappresentato dall’educazione (reale e non digitale) dei partecipanti a esso. Quelli considerati come “gruppi educati” in realtà sono gruppi composti da persone educate, cioè persone che si comportano nella dimensione virtuale applicando le stesse regole della dimensione reale. Vediamone alcune: si scrive nel gruppo a partire ed entro una certa ora, salvo ur­genze effettive, ci si limita a fornire le informazioni ritenute essenziali (cioè quelle per la cui conoscenza e divulgazione si è resa necessaria la creazione stessa della chat), si fanno gli auguri per le principali fes­tività riconosciute esplicitamente dal calendario. Per tutte le altre informazioni che non si riferiscono al “gruppo”, nulla vieta di avvicinare direttamente i vari partecipanti in chat privata. A tal proposito si ri­cordano alcuni noti fatti di cronaca che si riferiscono a episodi di cyberbullismo sui generis poiché perpetrati da alcuni genitori contro altri, nei “gruppi di classe” di Whatsapp. Nel caso cui si fa riferimento l’inva­denza e la violenza del gruppo (dove alcune mamme si scagliavano contro altre a causa di un allarme pi­docchi), aveva raggiunto un livello tale da richiedere l’intervento del dirigente scolastico della scuola. In­utile soffermarsi sul fatto che una persona educata non offende, non usa toni aggressivi o denigratori, non umilia, non si accanisce contro il prossimo. An­che questa sfumatura assume connotati diversi se ci si trova nella dimensione on line ovvero off line. La c.d. “schermatura del monitor” rende più aggressivi, meno empatici e più propensi a diventare “maledu­cati” quando non addirittura veri e propri criminali. Ancora una volta non confondere il piano reale da quel­lo virtuale, potrebbe essere d’aiuto per tenere anche in queste situazioni un comportamento “educato”. Noti sono i c.d. haters o odiatori, cioè persone che usano il social network per diffamare, incalzare, insultare gli altri, specialmente personaggi appartenenti al mondo dello spettacolo. Senza arrivare a tali estremi tuttavia, non è mancato chi ha stilato alcuni comportamenti c.d. “vessatori” nelle comunicazioni virtuali, senza diventare giuridicamente rilevanti. Tra essi si annoverano: i sog­getti che seguono ossessivamente gli amici in rubrica per vedere se sono collegati sulla chat di Whatsapp, l’ora dell’ultimo collegamento, se il messaggio è sta­to letto o no, se è arrivato e quando, se è cambiata la foto profilo, ecc. Particolarmente “molesti” sono, poi, i soggetti che ricevono i messaggi su Whatsapp, che leg­gono i suddetti, con tanto di “sgraffio”, ma omettono di rispondere, senza apparente giustificato motivo. Sareb­be “educato” almeno inviare una faccina (o emoticon) chiarificatore! Altrettanto “maleducata” la prassi di mandare interminabili messaggi vocali, pur sapendo di esporre l’ascoltatore a un monologo, magari mentre si è in ufficio o in riunione con il capo! Una persona educata, poi, ci tiene al decorum, pertanto non dif­fonde immagini private di sé per non ledere il suo on­ore e per non essere sgradevole alla vista del prossimo. Fin da piccoli, ad esempio, ci hanno educato al rispet­to del nostro corpo, a metterci in posa per la foto con il vestito più bello (si pensi alle foto di classe con tan­to di grembiule e fiocco) a sorridere e a dare di noi un’immagine “composta”. Mai e poi mai si sarebbe pensato di esibire foto ritraenti la persona in pose ses­sualmente esplicite, degradanti o anche semplicemente mortificanti, demenziali o brutte. Oggi, al contrario va molto di moda fotografarsi in tutti i momenti del gior­no e peggio ancora, in tutte le situazioni, anche in­time, come se l’importante per “essere”, per “sentire”, fosse “mostrare”. Alle volte ciò è solo maleducato, altre volte le conseguenze possono essere più gravi. Mi riferisco, ad esempio al sexting e al porn-revenge, fenomeni sempre più noti per tristi fatti di cronaca. Molti di questi comportamenti sono rischiosi e in tanti casi anche rilevanti penalmente, tuttavia, senza arriv­are a tali livelli spesso si scade, comunque nel cattivo gusto o nella maleducazione. Non è educato inviare proprie foto mentre ci si trova in vestaglia o in pigia­ma nel bagno di casa, nella vita reale non usciremmo mai da casa così, quindi perché diffondere la nostra immagine “disinvolta” nel cyberspazio o condivider­la con la nostra rubrica? Perché mostrarci in bigodini, sul water, con i cetrioli sugli occhi, con le dita nel naso, in mutande o a letto con l’influenza? Questa non è la massima espressione della libertà di pensie­ro, non è una rivendicazione sociale, non è il progres­so portato al suo acume: è solo espressione di cattivo gusto, quando non anche di cattiva educazione. Molti dei comportamenti biasimevoli che si tengono on line si potrebbero evitare semplicemente applicando le regole della decenza, del decoro o della “cara, vecchia buona educazione”. Per essere correttamente educa­ti digitalmente, pertanto, non è necessario consultare nessun costoso specialista, basta semplicemente ricor­dare gli insegnamenti che si sono ricevuti da bambini.

 Claudia Ambrosio

Avvocato e Criminologa

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LA SCUOLA NON SI FERMA AL TEMPO DEL CORONA VIRUS: DIDATTICA A DISTANZA UN LIMITE O UNA RISORSA? di G. Brutto

In seguito al Covid 19 si è creato un particolare momento delicato nella storia della scuola italiana che ha richiesto un notevole sforzo e impegno da parte dell’intera comunità scolastica: bambini e bambine; genitori; ragazzi e ragazze e il personale ATA, DDSS.

Il Ministero dell’Istruzione (MIUR) con il “Manifesto della scuola che non si ferma”, espone i sei punti fondamentali che dovrebbero essere i principi della comunità educativa odierna: – Crescita, Comunità, Responsabilità, Sistema, Rete e Innovazione

La scuola è il luogo di crescita di ragazzi e adulti dove la fiducia e la corresponsabilità diventano fondamentali. Dalla comunità scolastica esprimere la propria vicinanza agli alunni e ai genitori è stato fondamentale. E’ stato necessario fare rete e condividere buone pratiche per costruire con tutti i docenti e i dirigenti nuovi spazi e ambienti di apprendimento, fisici e virtuali.

La didattica a distanza (DaD) ha rappresentato il fulcro delle modalità operative dei docenti dagli inizi di questa emergenza. Ma quale è stata la sua percezione tra genitori, docenti ed esperti? Quali sono i vantaggi e gli svantaggi? Questo articolo cercherà di sintetizzare questi argomenti attraverso delle interviste cercando di far emergere i punti salienti di essi.

VOCE AI GENITORI SULLA DaD

  • Chi aveva il proprio dispositivo, la connessione e lo spazio fisico non ha riscontrato veri e propri disagi.
  • Nella scuola primaria e scuola dell’infanzia non tutti gli insegnanti hanno predisposto delle videolezioni fatte da loro e la programmazione da seguire non corrispondeva al tipo di metodologia idonea ad affrontarlo. Il carico di lavoro era perciò sulle spalle dei genitori;
  • Corsa frenetica per finire il programma; le maestre nonostante la loro preparazione non erano pronte per una didattica a distanza.
  • Utilizzo in alcune scuole secondarie di primo grado di troppi canali per la restituzione dei compiti (email dell’insegnante; registro elettronico e Google classroom).
  • Problemi tecnici: accesso alla piattaforma da parte dei genitori e utilizzo da parte di alcune scuole con famiglie che avevano più figli di codici utenti non funzionanti per account unici
  • Mancanza di smartphone o altri dispositivi per famiglie disagiate o possesso di una linea Internet con pochi giga.
  • Tempi di attesa dei dispositivi in comodato d’uso per le famiglie meno abbienti troppo lunghi, rispetto alle richieste battenti dei professori delle varie materie.
  • Ritmi stressanti della DaD per i figli e anche per loro.
  • Mancanza del rapporto umano-fisico e del confronto col gruppo classe.

Dalle interviste che sono state fatte ad alcuni docenti di differenti gradi è emerso ciò:

  • la DaD è un'esperienza singolare nel suo genere: la velocità in cui è stato messo in piedi un nuovo sistema didattico e la capacità di adattamento dei docenti e delle famiglie;
  • si può fare lezione senza che si facciano male i bambini tra di loro gestendo i microfoni della lezione;
  • il silenzio nella videoconferenza non permette il brainstorming, non si instaura quel confronto che di solito in aula si può fare; che fa parte del gruppo-classe; 
  • Manca il controllo in sincrono con il lavoro che fanno.
  • L’insegnante e gli alunni devono sforzare maggiormente gli occhi: è stancante stare diverse ore con il monitor;
  • Ci vuole più tempo per controllare le restituzioni degli alunni. A differenza della lezione in presenza dove è tutto più fruibile.
  • Presenza costante dei genitori (nascosti o visibili).
  • Difficoltà dell’uso delle piattaforme da parte delle famiglie e scarsità dei dispositivi, dei mezzi tecnologici nelle case soprattutto con famiglie con figli che hanno frequentato più gradi scolastici.
  • I bambini hanno avuto un triplo feedback e sono stati rallentati nel loro processo di apprendimento; avevano ansia da prestazione. Solitamente l’'insegnante in classe li mette a proprio agio, cerca di colmare le loro lacune e si crea il rapporto bambino - insegnante creando quella interazione nel guidare il processo di maieutica che si cerca di stabilire.

In particolare, i genitori non solo tendevano a mortificare il figlio per il mancato raggiungimento degli obiettivi proposti dall'insegnante o per il suggerimento delle giuste risposte, soprattutto nel i primi gradi della primaria; man mano negli ultimi gradi la loro presenza è diminuita. Nella quinta erano soli; ma a volte vi era il problema opposto: vi erano i “furbetti” che spegnevano la telecamera, o dicevano che avevano problemi di connessione e il microfono a funzionamento intermittente. 

  • Apprendimento dei bambini di nuovi codici attraverso l’uso in prima linea del mezzo tecnologico, sono sbocciati dei veri e propri talenti con il mezzo informatico.
  • Non è l'apprendimento dei bambini che ne ha risentito con la didattica a distanza, ma l'autonomia personale, e in alcuni casi è degenerata e ha subito un processo di arretramento per cui anziché il bambino andare avanti è andato indietro; soprattutto quelli che avevano problemi comunicativi, con i più disagiati.

 

Percezione della didattica a distanza (D.a.D.): psicologa e pedagogista

INTERVISTA

PSICOLOGA

Prof.ssa G. Filippello - UNIME

PEDAGOGISTA

Prof.ssa G. Bonanno

UNICT

Pensa che la didattica a distanza contribuisca all'apprendimento dei corsisti?

 

“La possibilità di registrare le video-lezioni, consente di ascoltarle più volte, in relazione alle necessità”.

 

“Sicuramente è una soluzione al “Non far nulla”. La DaD contribuisce all’apprendimento in maniera proporzionale all’età dei corsisti. Quanto più grandi sono i discenti, maggiore può essere la possibilità di centrare l’obiettivo.

 

A Suo avviso, quali aspetti della didattica a distanza possono essere preziosi per un docente?

 

La didattica a distanza, poiché prevede l'utilizzo di strumenti informatici, potrebbe, inizialmente, motivare maggiormente gli studenti che, solitamente, fanno uso massiccio di questo tipo di strumenti. Inoltre, potrebbe essere utile al docente per sviluppare e/o consolidare alcune caratteristiche personali, come ad esempio, le abilità di problem solving in situazioni di stress, l'autoefficacia, ecc.

 

Partendo dal presupposto che l’insegnamento frontale sia di insostituibile valenza, la DaD può essere un valido alleato del docente per far sì che il “fil rouge” che lo lega ai suoi alunni non venga spezzato in periodi di impossibilità a vivere lezioni in presenza

Quali difficoltà possono essere riscontrate durante la didattica a distanza per un docente nei diversi ordini scolastici?

 

Mantenere la motivazione degli studenti, nel lungo periodo; riuscire a rendere partecipi i bambini di scuola dell'infanzia e della primaria, che necessitano, maggiormente, della didattica in presenza. I problemi più rilevanti potrebbero essere riscontrati dai docenti delle attività di sostegno, in relazione alla gravità e alla tipologia di disabilità dello studente.

 

Trovo di fondamentale importanza il contatto oculare, lo scambio di sguardi, in qualsiasi relazione. Pertanto, il non trovare riscontro immediato negli occhi di chi ti ascolta (in questo caso i propri alunni), credo possa essere una delle principali difficoltà riscontrate dai docenti nell’uso della DaD.

 

Quali difficoltà hanno avuto le famiglie durante la didattica a distanza, nei diversi ordini scolastici

Seguire i figli, sia durante le lezioni sia durante lo svolgimento dei compiti, soprattutto se nella stessa famiglia erano presenti più bambini che necessitavano di supporto. Ovviamente, i famigliari degli studenti delle scuole superiori di I° e di II° grado non sono stati costretti a supervisionare i figli durante l'orario delle lezioni, in quanto questi dovrebbero aver già acquisito un buon livello di autonomia.

 

La difficoltà principale, a mio avviso, è stata quella della connessione stabile e continua.

 

Cosa ne pensa degli attuali esami on-line nei diversi ordini scolastici?

La modalità online, per le difficoltà che comporta (es. problemi di connessione) può accentuare l'ansia e, quindi, è da considerare una soluzione adottabile solo in periodo di emergenza.

 

Sicuramente, un ottimo ripiego. Ma sempre di ripiego trattasi.

 

 

Quindi sintetizzando i punti salienti della nostra intervista si evince che:

  • La DaD incide sull’apprendimento dei bambini sia perché con la registrazione possono sentire più volte la lezione, sia perché potrebbe essere proporzionale all’età.
  • Si svilupperebbero o consoliderebbero le abilità tecnologiche dei bambini o dei ragazzi; e di meccanismi personali come l’autoefficacia, 
  • Il problem solving e la resilienza. Si cerca di mantenere il legame tra l’alleanza scuola-famiglia; docenti-discenti.
  • Le difficoltà emerse riguardano: la motivazione nel lungo periodo, i bambini più piccoli ne hanno risentito maggiormente soprattutto la scuola dell’infanzia e la scuola primaria, in particolare i bambini con bisogni educativi speciali, tra cui alcuni bambini con particolari disabilità. L’impossibilità di avere contatti fisici è stato molto negativo. 

 

 

Conclusione

Abbiamo e stiamo navigando nell’incertezza c’è un sentimento diffuso di smarrimento della nostra società. Cambiamenti dettati dall’emergenza sanitaria che hanno rimodulato tempi e spazi ripercuotendosi nelle relazioni sociali e misure riguardanti il contrasto e il contenimento sull'intero territorio nazionale del diffondersi del Coronavirus. E ancora siamo in una fase in cui si spera che non ci sia la sua seconda ondata.

Quindi, in conclusione la didattica a distanza è dovuta entrare nelle case con prepotenza, ma la scuola non sa nelle case, nelle famiglie cosa succede; nelle case ci sono segreti che sono fatti di parole, comportamenti, pensieri che noi docenti non conosciamo. La quotidianità è stata stravolta. Si sono cercati appigli che ci hanno fatto ricordare come eravamo prima, ma sappiamo che niente sarà come prima. Molti genitori si sono fatti carico di un lavoro che spesso non è corrisposto alle loro aspettative. Chi aveva più di un figlio nei diversi ordini si è sentito soffocato dal lavoro esagerato di restituzione. Molto commovente è stata la testimonianza di una docente della primaria: Mi ha mandato un bambino di quinta un PowerPoint con un cuore dentro che mi ha mandato attraverso un messaggio criptato in codice binario via email; mi ha detto maestra tu che sei brava, voglio vedere quanto ci metti decodificare il mio messaggio. Ho subito decodificato il messaggio Sono andata sul collegamento on-line e ho letto il messaggio del che così mi ha scritto: -Quante cose mi hai insegnato nella vita, mi dispiace lasciarti.  Non è tanto per le parole, ma la sua metodologia utilizzata.  Questo bambino ha capito quello che mi premeva di più: gli ho spiegato come funzionava la email, come funziona il PowerPoint; il codice binario non era presente nelle mie spiegazioni.

Gli insegnanti hanno gestito l’emergenza col grande merito di non mollare mai, la scuola è stata comunque un grande appoggio per loro.

Si ringrazia la collaborazione delle mamme e delle docenti che hanno dato il loro prezioso contributo per la realizzazione di questo articolo, soprattutto la Prof.ssa universitaria G. Filippello e Prof.ssa Gabriella Bonanno.

 

                                                                                                                                                 Giovanna Brutto

                                                                                                                                Dott.ssa Scienze politiche

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Parlare e parlarne per decidere di decidere

 

È iniziato il nuovo anno scolastico e anche il presidente Mattarella, all’isola d’Elba, tra i tanti punti che ha posto all’attenzione di tutti, ha sottolineato il ruolo del Web e del digitale.  È come un flusso che scorre senza freni e che inonda ogni parte delle nostre vite, nasce ogni giorno un software o un application sempre più innovativa, alla portata di tutti, in grado di rendere la nostra quotidianità meno complessa, e noi, ne abbiamo sempre più bisogno; i più Giovani ne hanno sempre più bisogno; i social- dipendenti non smettono più di averne bisogno: gli esperti parlano di CRAVING, voglia irrefrenabile di utilizzare il digitale e la rete, necessità interiore di essere connessi e interconnessi. Come uscirne? O, più appropriatamente, cosa fare per aiutare i più deboli ad uscirne? Semplicemente e brutalmente bisogna parlare, confrontarsi: essere l’uno la spalla dell’altro. È necessaria una sorta di “fratellanza comune” nella quale i più forti, coloro i quali sono in grado di non farsi dominare dalla dipendenza, supportano ed aiutano gli altri attraverso il dialogo.

La direzione generale per lo studente del Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca infatti si sta impegnando a promuovere la campagna “AIUTA UN AMICO”, con l’obiettivo di comunicare l’importanza dei rapporti interpersonali solidi. Questo sta avvenendo perché gli adolescenti cadono sempre più spesso in spiacevoli problematiche connesse al WEB dalle quali non solo non riescono ad usciere ma non trovano neppure il coraggio di parlarne. Una nebbia avvolge la razionalità e non si è più in grado di controllare sé stessi, è da qui che partono le dipendenze, le problematiche e nei casi peggiori, i suicidi.

 Potrebbe sembrare banale, ma non lo è affatto: parlare aiuta sia a comprendere che ad abituare la mente al confronto verso l’altro, e questo è motivo di crescita sia personale sia comunitaria, soprattutto nel momento in cui i due interlocutori vivono la stessa fascia di età ed hanno quindi percezioni simili nei confronti della società che li circonda. È dunque questa una ricetta perfetta, certo non una soluzione definitiva, per cercare di fermare questo grande e strano fenomeno.  L’antropologo Niola, in una video-intervista rilasciata a Repubblica.it, spiega sinteticamente il passaggio epocale che siamo chiamati a vivere e la fragilità dei rapporti interpersonali dietro una realtà virtuale: rapporti che sembrano tutto ma non sono nulla. Niola, brutalmente, sintetizza: “Dal cogito ergo sum, al digito ergo sim”[1].

Proprio su questo confine bisogna porre l’attenzione, per raggiungere quella sensibilità necessaria a capire fino in fondo quello che sta accadendo. Molti ragazzi social-dipendenti credono di essere circondati da una miriade di amici digitali che si trovano nella loro stessa identica posizione: pronti a vivere la vita attraverso uno schermo, determinati a cercare tutte le esperienze attraverso quello schermo e convinti che tutto ruota intorno a quello schermo. Ma non è cosi, e se a spiegarli che non è cosi sono quegli stessi ragazzi/amici/pari che loro vedono come identici ma che in realtà non sono dipendenti, loro verrebbero investiti da una temibile onda di razionalità, un’onda che li porterebbe necessariamente ad aprire gli occhi iniziando finalmente a comprendere la vita. È per questo che bisogna fare di tutto per educare ad educare e far capire quanto importante sia comunicare, cercare il dialogo e cercare il confronto anche con chi non da una risposta, anche con chi apparentemente rifiuta, anche e soprattutto con chi si isola e si chiude in una nera bolla di inchiostro fatale.

La società può trovare le soluzioni ai suoi problemi solo all’interno della società stessa; è la parte buona che deve impegnarsi a sanare tutto il resto. Nei prossimi anni il grande gioco di squadra che tutti saremo chiamati ad affrontare avrà un ruolo fondamentale per il destino di tutte le generazioni che verranno e noi, adesso, dobbiamo impegnarci affinché tutti possano comprendere con serietà e rigore quanto sia necessario parlare e parlarne, confrontare e confrontarsi. Solo così si può comprendere e decidere di decidere.

Alessio Rocca

 

Riferimenti 

[1] Video-intervista rilasciata dal dott. NIOLA, Antropologo, alla testata giornalistica on-line Repubblica.

 

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