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Generazioni a confronto

Fenomeni di violenza di genere sul web: casi e tutele di Claudia Ambrosio

Fenmeni di violenza di genere sul web: casi e tutele di Claudia Ambrosio1

AbstractSi sente ormai quotidianamente parlare di violenza di genere ma quanto ne sappiamo della violenza di genere perpetrata a mezzo internet? La violenza di genere perpetrata attraverso i canali del web, attraverso, ad esempio le piattaforme social o via mail o attraverso le applicazioni di messaggistica istantanea è sempre più diffusa e pericolosa, soprattutto per la donna. Quali sono i pericoli più diffusi? Ma soprattutto quale la tutela o le tutele più opportune?

Quale relazione corre tra violenza di genere e pericoli della rete? Perché oggi più che mai è utile parlare dei pericoli che la donna incontra sul web?

Quotidianamente si sente parlare di violenza di genere ma meno nota è la violenza di genere perpetrata a mezzo internet, mentre, infatti, sono davanti agli occhi di tutti il femminicidio, le botte, la violenza e i tristemente noti fenomeni di lesione, di aggressione, di deturpazione, non tutti i tipi di violenza vengono alla luce con la stessa evidenza e soprattutto non tutti sono conosciuti e capiti agli occhi dei più.

Se, infatti, tutti abbiamo imparato a vedere la violenza diretta, palese e manifesta, non sempre altrettanto chiara è la violenza indiretta, quella c.d. di tipo psicologico, quella fatta di svilimento, di maldicenza, di persecuzione, di morte al pari della violenza fisica o diretta.

Eppure la violenza di genere perpetrata attraverso i canali del web, attraverso, ad esempio le piattaforme social o via mail o attraverso le applicazioni di messagistica istantanea è sempre più diffusa e pericolosa, soprattutto per la donna.

Ne deriva che il web è il teatro ideale per la mattanza di donne, per una serie di motivi:

  1. lo schermo abbassa l’empatia e rallenta i freni inibitori,
  2. si è più crudeli a causa della scissione fra l’Io reale e l’Io virtuale,
  3. si può nascondere la propria identità, si pensa più facilmente di farla franca e di ferire la vittima impunemente,
  4. non ci si rende pienamente conto della portata lesiva del proprio agito.

Non si dimentichi, infatti, che in principio si ritenevano i pericoli del web meno evidenti rispetto ai pericoli reali e questo poiché in un primo momento la società non era capace di cogliere i segnali della violenza indiretta, i lividi invisibili che essa lascia nell’animo di chi la subisce.

 

Oggi al contrario vi è una maggiore consapevolezza sul fatto che le conseguenze dei pericoli on line siano più gravi e letali per le vittime, perché ci si è resi conto, grazie anche al contribuito della criminologia ed in particolare della vittimologia, che il web ha una violenza espansiva ed illimitata, che il web non ha confini spaziali e temporali e di conseguenza dal web è più difficile scappare e proteggersi.

Ma quali sono i pericoli più diffusi? E per tutti è prevista una normativa ad hoc?

Il legislatore oggi ha inteso intervenire più energicamente rispetto al passato per disciplinare alcuni tra i fenomeni del web più diffusi come il cyberbullismo e il pornrevenge: il primo trattato con legge 71/17, il secondo con legge 69/19.

Tra i principali pericoli, che possono riguardare maggiormente le donne, possiamo ricordare a titolo di esempio fenomeni come il sexting, ovvero lo scambio on line di foto a contenuto sessualmente esplicito, i c.d. “stupri di gruppo sui social”, le truffe amorose in rete, i ricatti on line ovvero le sexetortion, il cyberbullismo in rosa, gli haters, il bodyshaming e naturalmente la porno -vendetta ovvero il fenomeno del porn-renenge.

Per alcuni di questi comportamenti è prevista una specifica previsione normativa per altri ancora no, tuttavia, anche quando la risposta normativa sia presente e mirata questo non deve far abbassare la guardia poiché la vittima soffre in ogni caso specie se donna e la risposta riparativa da parte della legge arriva comunque sempre a danno fatto

Perché, infatti, il web può rappresentare un posto più pericoloso per la donna? questo è un problema in primis culturale poiché la donna vittima del web è spesso e volentieri vittima anche della società a causa di una doppia morale che punisce più duramente la donna che l’uomo attraverso un giudizio morale stereotipato ed ancestrale.

Recenti sondaggi sul punto indicano che il 51% delle donne vittime del web pensa a gesti insani, soffre, si vergogna, si sente lei stessa carnefice e non vittima e soprattutto non si sente protetta e capita dalla collettività che percepisce come giudicante e responsabilizzante per l’accaduto.

Il tribunale morale è più spietato di quello civile o penale, ma vi è di più, il primo giudicherà la donna come responsabile, mentre i secondi la tuteleranno come vittima, ma purtroppo, troppe volte, il secondo giudizio arriva quando la donna ha già eseguito da sola la sentenza di condanna del primo, una sentenza che magari non avrà più possibilità di appello!

Ecco perché, soprattutto in quest’ambito, la legge da sola non basta e non può tutto ma occorre energicamente investire sulla prevenzione, sull’educazione ai sentimenti, sul ruolo di superare stereotipi ed una cultura misogina ed anacronistica e soprattutto questi pericoli necessitano un’energica tutela ma quale tutela?

La tutela più adeguata in tali casi deve essere in combinato disposto giuridica e sociale: la tutela giuridica deve essere sempre più mirata, evoluta e multidisciplinare.

Le norme devono tener conto della costante evoluzione che i fenomeni del web hanno e di conseguenza la risposta legislativa va letta sempre in una dimensione dinamica e non statica, inoltre sempre importante sarà il contributo che altre scienze sociali, come appunto la criminologia, la psicologia, la sociologia, vorranno dare per meglio tutelare la vittima e “trattare” il reo.

La tutela sociale, al contrario, dovrà passare attraverso dei percorsi “educativi” ben precisi quali ad esempio il superamento della doppia morale, dei c.d. processi sociali, degli stereotipi di genere, della valorizzazione della libertà anche sessuale, del superamento di giudizi morali o di valore ed infine centrarsi su un concreto sostegno e aiuto alle vittime

Ultima considerazione è quella del ruolo degli adulti sul web che da educatori diventano soggetti da educare, come affrontato anche in un precedente articolo della rubrica dedicato a questo tema, poiché essi stessi, in più circostanze, non sanno dare un buon esempio sul web alle nuove generazioni poiché o non conoscono i pericoli che esso cela oppure loro stessi hanno contribuito ad alimentare manie di protagonismo, modi di esprimersi in maniera violenta (si pensi ai casi di cronaca delle chat classe) ovvero hanno la pericolosa abitudine di postare le foto dei loro figli anche se minori sui social network, contribuendo ad alimentare esempi non corretti e certamente poco “educanti”.

La prevenzione, la cultura e la rete scuola famiglia unitamente ad una efficace tutela sono, ad oggi, la ricetta per salvare la mattanza delle donne sul web e prevenire il dilagare di una forma di violenza letale e pericolosa al pari di quella che quotidianamente si consuma fuori dalla rete.

  1)Avvocato - Criminologa

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L'intelligenza artificiale e la sua percezione di Giovanna Brutto

Abstract - L'essere umano ha sempre paura del nuovo, paura dell'incertezza. Infatti, la storia umana ci dimostra che ogni innovazione importante che si è affacciata nella nostra vita sociale è stata sempre accompagnata dalla paura. Ovunque attorno a noi i computer prendono decisioni per gli esseri umani e queste influenzano la nostra vita (combinazioni di tecnologie come i big data, il 5G ed Internet delle cose).      Ma tutto questo com'è possibile? Grazie all’intelligenza artificiale (o I.A.), un tema di grande attualità che apre opportunità ancora in gran parte inesplorate, ma anche tanti quesiti sulla sua natura. Tutto ciò potrebbe essere assimilabile ad un nuovo rinascimento economico, sociale e ambientale? Questo articolo cercherà di mettere in risalto quali sono gli elementi fondamentali dell'I.A., le sue luci e le sue ombre.

Cosa è l’intelligenza artificiale (o I.A.)

La paura del “nuovo” si nutre di mancanza di informazione, una sorta di intolleranza all'incertezza, della percezione di pericolo, di diffidenza,  di resistenza rispetto ai cambiamenti. 

Il termine I.A. si riferisce alla disciplina che si occupa dello sviluppo di sistemi software (spesso anche utilizzata in combinazione con l’hardware) che dato un obiettivo complesso, sono in grado di agire nella dimensione fisica o virtuale, in modo da percepire l'ambiente che li circonda, di acquisire e interpretare dati, ragionare sulle conoscenze acquisite, e formare le divisioni, basate sull'evidenza raccolta, sulle migliori azioni da svolgere al fine di raggiungere l'obiettivo prefissato, anche situazioni non esplicitamente previste a priori.

 Attraverso l’ I.A. quindi, le macchine elaborano ciò che hanno imparato e da questi insegnamenti traggono nuove informazioni per simulare il comportamento umano, non sviluppano proprie capacità cognitive, ma emulano quelle umane.

L’I.A. mette in correlazione una quantità infinita di dati oggi disponibili e contribuisce ad “aumentare” essa stessa e accrescere la propria capacità di autorealizzarsi.

 Per questo in alcuni contesti si preferisce utilizzare il termine “intelligenza aumentata” invece di I.A.  

Per semplificare, gli usi più comuni dell’ I.A. sono i più disparati e ci accompagnano nella nostra vita quotidiana: le notizie e i contenuti consigliati dai social network; gli assistenti vocali; gli itinerari  basati sulla geolocalizzazione;  contenuti e pubblicità personalizzati su piattaforme di acquisto; i suggerimenti per lo streaming; automatizzazione dei processi dell'Industria e dell'agricoltura per rendere efficienti le risorse; monitorare lo stile di guida e prevenire incidenti o malattie; il tracciamento dei parametri dello stile di vita e infine la manutenzione degli elettrodomestici tenendo sotto controllo eventuali guasti.

I recenti sviluppi della I.A. sono avvenuti in gran parte nell'era dell’apprendimento automatico (machine learning). Ciò consente l'elaborazione di enormi quantità di dati e forme di apprendimento basate sulla ripetuta esposizione a forme esperienziali abbinata alla definizione di algoritmi di apprendimento complessi. 

Questo significa in sintesi che ci si allena dunque a riconoscere immagini, interpretare il linguaggio, monitorare rischi, individuare le tendenze spesso difficili da cogliere per l'essere umano e con ciò si aumenta la nostra capacità di interpretare la realtà.

Pertanto, l’A.I. è tanto più utile ed efficace quanto più competente è l’individuo che utilizza gli algoritmi, di conseguenza ci si deve specializzare nelle attività dove l’essere umano è superiore alle macchine.

 

Intelligenza artificiale e riflessioni

I limiti principali dell'intelligenza artificiale sono sintetizzati dal filosofo Hubert Dreyfus come segue: la sua astrattezza, cioè il fatto che essa è del tutto disincarnata rispetto ad ogni situazione concreta; e la sua necessità di formalizzare perdendo la sensibilità al contesto e alle sue variazioni in funzione di esigenze, desideri, motivazioni e bisogni diversi.

 Ulteriori limiti dell’I.A. potrebbero essere la possibilità di attribuire la responsabilità ai soggetti che l’hanno progettata e implementata; il suo enorme consumo energetico; il pregiudizio e la discriminazione non intenzionale tra classi sociali o in campo sanitario (ad esempio: a quale paziente sarebbe opportuno fare una donazione degli organi? A chi occorre dare priorità negli interventi chirurgici?; quello finanziario (determinare l’affidabilità di un cliente; o quello giudiziario (libertà vigilata o recidiva). 

 Inoltre, può avvenire una manipolazione delle informazioni o guerra cibernetica poiché anche l’ambiente militare sviluppa tattiche e strategie tali da compromettere le difese e le capacità militari di una nazione o il funzionamento di interi paesi. Si richiede pertanto delle politiche di protezione efficaci per la tutela dei diritti fondamentali del cittadino utente che risaltino l’umanesimo, l’affidabilità e la sostenibilità guidando le strategie attuali e future. Solo così si potrà parlare di una “RenAIssance” economica politica e sociale e migliorare così la vita delle persone e realizzare un nuovo modello di società in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’agenda 2030 delle Nazioni Unite. 



BIBLIOGRAFIA

Hubert, Dreyfus,What Computers Can't Do: The Limits of Artificial Intelligence, paperback, Harper & Row, 1972.

Gruppo di Esperti MISE sull’intelligenza artificiale,Proposte per una Strategia italiana per l'intelligenza artificiale, 2020

Webinar di Educazione Digitale 2 dicembre 2020.: L’I.A la nuova elettricità, organizzato da Poste italiane e delle Comunicazioni.

 

SITOGRAFIA

https://www.mise.gov.it/

https://www.europarl.europa.eu/

https://www.cybersecurity360.it/ 

https://www.theprocurement.it



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Il fenomeno del Killfie o Selfie estremo ovvero come rischiare la vita scattando foto

di Claudia Ambrosio

Abstract: Scattare selfie in condizioni estreme sta diventando sempre più preoccupante perché più persone rischiano la vita per delle foto, per apparire, per ottenere più like sui profili social. La società dell’apparire crea vittime di narcisismo e stupidità…

La nuova moda che dilaga tra gli amanti dei selfie e dei social network risulta quella di immortalarsi in pose così estreme da essere pericolose per la propria vita, per il puro piacere di ottenere più commenti e like.

Come emerge dalle ricerche condotte dal 2014 ad oggi sono morte 49 persone a causa dei selfie, con un’età media che si attesta intorno ai 21 anni, ma il dato è in crescita.

Nella maggior parte dei casi le vittime sono persone di sesso maschile, nonostante siano le ragazze a realizzare più autoscatti, lasciandosi attrarre dalla smania di autoritrarsi in ogni singola e bizzarra posa; difatti: dei 49 decessi, ad oggi registrati, ben 36 sono ragazzi. 

Questo troverebbe spiegazione: da un lato nel maggiore e tipicamente maschile sprezzo del pericolo che si manifesterebbe con la volontà di affermare la propria virilità a tutti costi, dall’altro in una forte predisposizione al narcisismo che si concretizzerebbe nella volontà di una sempre maggiore approvazione alle proprie attività e foto.

Le modalità più pericolose in cui ci si immortala attraverso selfie estremi sono varie e spaziano in diversi campi; nello specifico sono:

  • le “banali” distrazioni alla guida: ne è un esempio la ragazza iraniana la cui distrazione per guardare lo smartphone è stata fatale;
  • le più serie e preoccupanti cadute dall’alto, come dimostra il caso del genitore caduto in mare da 140 metri a Cabo da Roca in Portogallo o quello del turista tedesco precipitato da 40 metri a Machu Picchu;
  • fotografarsi mentre si è in attesa del treno: ben 8 dei 49 soggetti sono deceduti travolti dal treno sulle rotaie, dopo aver cercato di spostarsi all’ultimo momento utile;
  • fotografarsi in bilico su fili elettrici: alcuni individui sono rimasti folgorati dalla corrente elettrica che passa sui cavi,
  • fotografarsi sul ciglio delle autostrade o mentre si cerca di saltare sul cofano di un’auto in corsa.

Tuttavia la lista sembra continuare ad oltranza: sconvolgente il caso di chi, intento a ritrarsi mentre punta un’arma da fuoco alla testa, rimane vittima di questa pericolosa posa oppure la volontà di ritrarsi in compagnia di animali pericolosi come i tori durante la corrida oppure i leoni durante i safari.

Anche in questo caso la tragedia è stata inevitabile: un uomo, ad esempio, è stato infilzato a morte da un toro mentre stava per scattare il selfie, un altro è stato sbranato da un leone.

 

Alcune volte dietro il comportamento in esame sono stati registrati episodi di bullismo, in alcuni casi, infatti, le vittime sono costrette a tali “gesta” dal bullo oppure sono state sfidate o nominate in sfide virtuali demenziali; altre volte dietro il gesto folle si è registrata la significativa influenza di certi videogames ma comune a tutti i casi è la sottovalutazione del pericolo.

La realtà virtuale, infatti, così come rende più aggressivi, allo stesso modo porta a sottovalutare il pericolo, in altre parole ci si sente “smaterializzati” con conseguente percezione dell’Io reale invincibile come l’Io virtuale.

Il fenomeno è giuridicamente rilevante poiché tali comportamenti determinano che sempre più frequentemente si possa: sfiorare la tragedia (si pensi ai selfie fatti sui binari di una ferrovia, il che determina il rischio di strage); mettere a rischio la propria ed altrui incolumità (es. selfie alla guida che determinano un aumento degli incidenti stradali o dei casi di omicidio stradale) tuttavia il fenomeno non è oggetto di una normativa ad hoc.

Si potrebbe pensare di riferirsi ad ipotesi di diritto comparato (es. in molti paesi sono state istituite delle vere e proprie “no selfie zone” ovvero zone in cui è vietato scattare selfie come ad esempio in autostrada ovvero in prossimità delle ferrovie).

La via più efficace resta comunque quella della prevenzione legata alla divulgazione degli effetti nefasti del fenomeno in oggetto ovvero maggior controllo da parte dei gestori dei video che circolano in rete; far precedere le immagini da frasi che mettano in guardia sul contenuto nocivo o pericoloso delle stesse invitando a non replicare quanto si vedrà o, ancora, attraverso la rimozione dei video più pericolosi che possono creare allarmanti effetti emulativi.

I problemi legati ad internet hanno dimostrato, ancora una volta, come sia fortemente pericoloso mettere nelle mani dell’umanità uno strumento così potente senza prima educare quest’ultima al corretto esercizio di esso.

La libertà è una conquista, ma non può essere scevra da limiti che nascono dal rispetto dell’uomo, del suo onore, della sua dignità e dei suoi diritti inviolabili (art. 2 Cost.) tuttavia il rispetto più importante è quello per sè stesso.

 

 

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Donne nella rete: web e violenza di genere di Claudia Ambrosio

Abstract: Il web con la sua potenza e la sua forza “espansiva” può diventare teatro di violenza e persecuzione soprattutto per le donne. Reati come il porn revenge sono affrontati ora compiutamente dal legislatore con una normativa ad hoc, tuttavia senza un’adeguata tutela sociale ed un’efficace opera educativa la legge da sola può fare ben poco per le vittime.

La misoginia, l’odio per le donne ha caratterizzato varie fasi della storia dell’umanità, tuttavia, ancora una volta la potenza di internet e del cyberspazio, rende il fenomeno in esame ancora più allarmante a causa della risonanza del web che, inoltre, consente una rapida diffusione oltre i confini territoriali.

            Nonostante esista una maggiore consapevolezza della vittimizzazione associata al fenomeno, le immagini e i video continuano ad essere diffusi, anzi, in alcuni casi, la vittima è del tutto ignara di essere ripresa.

Si stima che il 70% delle vittime sia di sesso femminile; secondo altre stime la percentuale sarebbe addirittura del 93%.

Secondo la Polizia delle Comunicazioni del nostro Paese, in Italia il fenomeno della porn revenge sta toccando picchi allarmanti, inoltre uno studio condotto nel 2018 dall’Osservatorio Nazionale Adolescenza ha evidenziato come il 6% dei giovani compresi tra gli 11 e i 13 anni spedisce abitualmente le proprie immagini a sfondo sessuale via internet, con un’incidenza femminile di 2 su 3.

Per quanti riguarda la fascia adolescenziale tra i 14 e i 19 anni, invece, è emerso come  la percentuale di chi invia tende ad aumentare raggiungendo il 19%.

Un altro sondaggio riporta come, per molti adolescenti (in particolare maschi) sia del tutto normale riprendersi durante un’attività sessuale e condivider il tutto con i propri amici.

Uno dei fenomeni più controversi che sta interessando il mondo dei social network è quello della Porn Revenge, letteralmente “vendetta pornografica”, vale a dire ciò che riguarda la cosiddetta pornografia non consensuale.

 Si tratta di un reato relativo alla pubblicazione, o minaccia di pubblicazione, di materiale video o fotografico che ritraggono individui durante attività sessuali o immortalati in pose sessualmente esplicite, senza il consenso del/della “protagonista” interessato/a.

Il mancato consenso appare rilevante: sia sotto il profilo giuridico ai fini della rilevanza della condotta, sia sotto il profilo criminologico della vittima, poiché la stessa vive questo atto come un sopruso, un’ingiustizia, il tradimento di una fiducia accordata e mal riposta, da ciò possono derivare, infatti, rabbia, sgomento, senso di frustrazione, depressione.

            Quanto al modus operandi, questi “vendicatori” (di solito ex partners o persone con cui si è avuta una relazione anche occasionale), postano su Internet fotografie o video dell'ex, in pose o atteggiamenti "hard".

Spesso a queste immagini vengono aggiunti anche i numeri di telefono della vittima, il suo indirizzo di casa, il suo profilo Facebook, in modo che digitando, per qualsiasi ragione, il suo nome su Google, si venga immediatamente in possesso di tutti i documenti che la riguardano, ivi incluse le immagini scabrose pubblicate a sua insaputa.

Come in ogni reato di matrice sessuale, anche per quanto la porn revenge la quasi totalità degli autori è di sesso maschile e le vittime risultano essere quasi sempre donne, ex-partner.

Il fenomeno taglia trasversalmente tutte le fasce sociali, in pratica, non è possibile disegnare l'identikit del soggetto abusante, potendo egli appartenere a qualsiasi ambiente sociale, svolgere qualsiasi attività lavorativa ed avere qualsiasi età.

Sul fronte della vittima, chi subisce questo trattamento ovviamente prova enorme imbarazzo e umiliazione per questa esposizione pubblica della sua vita più intima, oltre a sensi profondi di insicurezza, dal momento che, relazionandosi con qualcuno, non può non chiedersi se la persona con cui sta parlando abbia già visionato quelle immagini, oppure ne abbia sentito parlare.

Queste azioni comportano, per le vittime: umiliazione, lesione della propria immagine e della propria dignità, condizionamenti nei rapporti sociali e nella ricerca di un impiego, forti disagi all’integrità psichica.

La vittima, infatti, subisce uno stress di continuo che può indurre condotte evitanti, ansia, attacchi di panico, depressione e in casi estremi, suicidio.

Il 19 luglio 2019 il Parlamento ha approvato la legge n. 69 “Codice Rosso” che affronta il problema della violenza maschile contro le donne con interventi preventivi e repressivi.

La nuova legge sul “Codice rosso” ha introdotto esplicitamente con l’art. 10, il nuovo delitto previsto dall’art. 612 ter intitolato “diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti”.

La nuova fattispecie incriminatrice si riferisce a due ipotesi tra loro differenti il cui unico denominatore è rappresentato dalla diffusione delle immagini senza il consenso dell’interessato.

La prima ipotesi è sancita dal primo comma del nuovo articolo il quale prevede che, salvo che il fatto non costituisca più grave reato, la condotta incriminatrice è quella di: “chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde, immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate.

La condotta tipica, dunque, si articola in cinque distinte ipotesi (invia, consegna, cede, pubblica, diffonde) il cui tratto in comune è rappresentato dal fatto che il soggetto ritratto non presta il suo consenso alla divulgazione, dal fatto che tali video o immagini riguardino un contenuto sessualmente esplicito e dal fatto che tali immagini o video fossero destinati a rimanere privati ovvero non resi pubblici o divulgati a terzi.

In tali casi la pena edittale prevista è quella della reclusione da uno a sei anni e della multa da euro 5.000 a euro 15.000.

Al contrario l’ipotesi prevista dal secondo comma dell’art. 612 ter, si riferisce a chi pone la stessa condotta tipica prevista nel primo comma, dopo aver ricevuto o comunque acquisito i filmati o i video.

In questo secondo caso, tuttavia, la condotta deve essere caratterizzata da un elemento ulteriore ovvero la finalità di recare danno alle persone rappresentate nelle immagini o nei video dal contenuto sessualmente esplicito.

Infine, gli ulteriori tre commi della norma si riferiscono a due circostanze aggravanti e al regime della procedibilità del reato.

In particolare, con riguardo alle aggravanti la prima è prevista se il fatto è commesso “dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici”, quanto alla seconda circostanza aggravante, invece, essa opera quando il reato è commesso “in danno di persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza.

Accanto alla tutela giuridica, tuttavia, è necessario che la vittima possa contare sulla c.d. “tutela sociale” ovvero sul superamento di alcuni stereotipi quali: doppia morale, recupero della modernità della donna e delle conquiste fatte anche sul piano sessuale, lotta, sin dalla tenera età agli stereotipi di genere, valorizzazione della libertà, intesa anche come emancipazione sessuale, aiuto per la vittima nel superamento della cristallizzazione del ruolo passivo, superamento dei giudizi di valore.

Perché, infatti, può esistere la porno-vendetta? Può parlarsi di «vendetta» proprio per il negativo ritorno d’immagine che a livello sociale colpisce le donne, giudicate poco serie e sessualmente spregiudicate quindi moralmente discutibili.

La porno vendetta colpirebbe allo stesso modo anche l’uomo?

L’uomo vittima di porno vendetta sarebbe giudicato un poco di buono o forse verrebbe considerato un latin lovers?

Gli uomini, infatti, statisticamente sono più vittime di sextortion che di porn revenge, ovvero sono ricattabili solo se hanno qualcosa da perdere es famiglia, ma il giudizio non è negativo tout court!

Alle normali ripercussioni sociali, relazionali, scolastiche o lavorative, oltre che psicologiche sulla persona coinvolta, si aggiungono il senso di tradimento profondo e spesso il senso di colpa, dovuti al fatto di essere stati consenzienti nella produzione del materiale, credendo di essere in una situazione di intimità e sicurezza con il revenger.

La nostra cultura spesso tende a colpevolizzare le vittime, anziché sostenerle e aiutarle.

Genitori, vicini di casa, colleghi, persone estranee che vengono in contatto con il materiale condiviso, tendono a concentrare il loro biasimo sulla persona colpita dalla violenza anziché sul fautore della stessa.

Non dobbiamo quindi educare solo al buon uso della rete ma anche a non lasciare che i pregiudizi e i tabù legati alla sessualità aggiungano violenza alla violenza.

Qualunque lotta alla violenza reale o virtuale è destinata a rimanere incompleta se gli stereotipi del “cacciatore” e della “preda”, che nascono sin dall’infanzia, quando una certa idea di femminilità e di mascolinità mette radici, non saranno definitivamente sradicati.

La sfida per le nuove generazioni è quella di poter vivere in un contesto socio-culturale dove attraverso i canali dell’educazione e del controllo sociale, prima che giuridico, la violenza di genere potrà considerarsi superata.

Claudia Ambrosio- Avvocato e Criminologa

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