Periodico delle Tecnologie dell'Informazione e della
Comunicazione per l'Istruzione e la Formazione
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Generazioni a confronto

Il fenomeno del Killfie o Selfie estremo ovvero come rischiare la vita scattando foto

di Claudia Ambrosio

Abstract: Scattare selfie in condizioni estreme sta diventando sempre più preoccupante perché più persone rischiano la vita per delle foto, per apparire, per ottenere più like sui profili social. La società dell’apparire crea vittime di narcisismo e stupidità…

La nuova moda che dilaga tra gli amanti dei selfie e dei social network risulta quella di immortalarsi in pose così estreme da essere pericolose per la propria vita, per il puro piacere di ottenere più commenti e like.

Come emerge dalle ricerche condotte dal 2014 ad oggi sono morte 49 persone a causa dei selfie, con un’età media che si attesta intorno ai 21 anni, ma il dato è in crescita.

Nella maggior parte dei casi le vittime sono persone di sesso maschile, nonostante siano le ragazze a realizzare più autoscatti, lasciandosi attrarre dalla smania di autoritrarsi in ogni singola e bizzarra posa; difatti: dei 49 decessi, ad oggi registrati, ben 36 sono ragazzi. 

Questo troverebbe spiegazione: da un lato nel maggiore e tipicamente maschile sprezzo del pericolo che si manifesterebbe con la volontà di affermare la propria virilità a tutti costi, dall’altro in una forte predisposizione al narcisismo che si concretizzerebbe nella volontà di una sempre maggiore approvazione alle proprie attività e foto.

Le modalità più pericolose in cui ci si immortala attraverso selfie estremi sono varie e spaziano in diversi campi; nello specifico sono:

  • le “banali” distrazioni alla guida: ne è un esempio la ragazza iraniana la cui distrazione per guardare lo smartphone è stata fatale;
  • le più serie e preoccupanti cadute dall’alto, come dimostra il caso del genitore caduto in mare da 140 metri a Cabo da Roca in Portogallo o quello del turista tedesco precipitato da 40 metri a Machu Picchu;
  • fotografarsi mentre si è in attesa del treno: ben 8 dei 49 soggetti sono deceduti travolti dal treno sulle rotaie, dopo aver cercato di spostarsi all’ultimo momento utile;
  • fotografarsi in bilico su fili elettrici: alcuni individui sono rimasti folgorati dalla corrente elettrica che passa sui cavi,
  • fotografarsi sul ciglio delle autostrade o mentre si cerca di saltare sul cofano di un’auto in corsa.

Tuttavia la lista sembra continuare ad oltranza: sconvolgente il caso di chi, intento a ritrarsi mentre punta un’arma da fuoco alla testa, rimane vittima di questa pericolosa posa oppure la volontà di ritrarsi in compagnia di animali pericolosi come i tori durante la corrida oppure i leoni durante i safari.

Anche in questo caso la tragedia è stata inevitabile: un uomo, ad esempio, è stato infilzato a morte da un toro mentre stava per scattare il selfie, un altro è stato sbranato da un leone.

 

Alcune volte dietro il comportamento in esame sono stati registrati episodi di bullismo, in alcuni casi, infatti, le vittime sono costrette a tali “gesta” dal bullo oppure sono state sfidate o nominate in sfide virtuali demenziali; altre volte dietro il gesto folle si è registrata la significativa influenza di certi videogames ma comune a tutti i casi è la sottovalutazione del pericolo.

La realtà virtuale, infatti, così come rende più aggressivi, allo stesso modo porta a sottovalutare il pericolo, in altre parole ci si sente “smaterializzati” con conseguente percezione dell’Io reale invincibile come l’Io virtuale.

Il fenomeno è giuridicamente rilevante poiché tali comportamenti determinano che sempre più frequentemente si possa: sfiorare la tragedia (si pensi ai selfie fatti sui binari di una ferrovia, il che determina il rischio di strage); mettere a rischio la propria ed altrui incolumità (es. selfie alla guida che determinano un aumento degli incidenti stradali o dei casi di omicidio stradale) tuttavia il fenomeno non è oggetto di una normativa ad hoc.

Si potrebbe pensare di riferirsi ad ipotesi di diritto comparato (es. in molti paesi sono state istituite delle vere e proprie “no selfie zone” ovvero zone in cui è vietato scattare selfie come ad esempio in autostrada ovvero in prossimità delle ferrovie).

La via più efficace resta comunque quella della prevenzione legata alla divulgazione degli effetti nefasti del fenomeno in oggetto ovvero maggior controllo da parte dei gestori dei video che circolano in rete; far precedere le immagini da frasi che mettano in guardia sul contenuto nocivo o pericoloso delle stesse invitando a non replicare quanto si vedrà o, ancora, attraverso la rimozione dei video più pericolosi che possono creare allarmanti effetti emulativi.

I problemi legati ad internet hanno dimostrato, ancora una volta, come sia fortemente pericoloso mettere nelle mani dell’umanità uno strumento così potente senza prima educare quest’ultima al corretto esercizio di esso.

La libertà è una conquista, ma non può essere scevra da limiti che nascono dal rispetto dell’uomo, del suo onore, della sua dignità e dei suoi diritti inviolabili (art. 2 Cost.) tuttavia il rispetto più importante è quello per sè stesso.

 

 

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Donne nella rete: web e violenza di genere di Claudia Ambrosio

Abstract: Il web con la sua potenza e la sua forza “espansiva” può diventare teatro di violenza e persecuzione soprattutto per le donne. Reati come il porn revenge sono affrontati ora compiutamente dal legislatore con una normativa ad hoc, tuttavia senza un’adeguata tutela sociale ed un’efficace opera educativa la legge da sola può fare ben poco per le vittime.

La misoginia, l’odio per le donne ha caratterizzato varie fasi della storia dell’umanità, tuttavia, ancora una volta la potenza di internet e del cyberspazio, rende il fenomeno in esame ancora più allarmante a causa della risonanza del web che, inoltre, consente una rapida diffusione oltre i confini territoriali.

            Nonostante esista una maggiore consapevolezza della vittimizzazione associata al fenomeno, le immagini e i video continuano ad essere diffusi, anzi, in alcuni casi, la vittima è del tutto ignara di essere ripresa.

Si stima che il 70% delle vittime sia di sesso femminile; secondo altre stime la percentuale sarebbe addirittura del 93%.

Secondo la Polizia delle Comunicazioni del nostro Paese, in Italia il fenomeno della porn revenge sta toccando picchi allarmanti, inoltre uno studio condotto nel 2018 dall’Osservatorio Nazionale Adolescenza ha evidenziato come il 6% dei giovani compresi tra gli 11 e i 13 anni spedisce abitualmente le proprie immagini a sfondo sessuale via internet, con un’incidenza femminile di 2 su 3.

Per quanti riguarda la fascia adolescenziale tra i 14 e i 19 anni, invece, è emerso come  la percentuale di chi invia tende ad aumentare raggiungendo il 19%.

Un altro sondaggio riporta come, per molti adolescenti (in particolare maschi) sia del tutto normale riprendersi durante un’attività sessuale e condivider il tutto con i propri amici.

Uno dei fenomeni più controversi che sta interessando il mondo dei social network è quello della Porn Revenge, letteralmente “vendetta pornografica”, vale a dire ciò che riguarda la cosiddetta pornografia non consensuale.

 Si tratta di un reato relativo alla pubblicazione, o minaccia di pubblicazione, di materiale video o fotografico che ritraggono individui durante attività sessuali o immortalati in pose sessualmente esplicite, senza il consenso del/della “protagonista” interessato/a.

Il mancato consenso appare rilevante: sia sotto il profilo giuridico ai fini della rilevanza della condotta, sia sotto il profilo criminologico della vittima, poiché la stessa vive questo atto come un sopruso, un’ingiustizia, il tradimento di una fiducia accordata e mal riposta, da ciò possono derivare, infatti, rabbia, sgomento, senso di frustrazione, depressione.

            Quanto al modus operandi, questi “vendicatori” (di solito ex partners o persone con cui si è avuta una relazione anche occasionale), postano su Internet fotografie o video dell'ex, in pose o atteggiamenti "hard".

Spesso a queste immagini vengono aggiunti anche i numeri di telefono della vittima, il suo indirizzo di casa, il suo profilo Facebook, in modo che digitando, per qualsiasi ragione, il suo nome su Google, si venga immediatamente in possesso di tutti i documenti che la riguardano, ivi incluse le immagini scabrose pubblicate a sua insaputa.

Come in ogni reato di matrice sessuale, anche per quanto la porn revenge la quasi totalità degli autori è di sesso maschile e le vittime risultano essere quasi sempre donne, ex-partner.

Il fenomeno taglia trasversalmente tutte le fasce sociali, in pratica, non è possibile disegnare l'identikit del soggetto abusante, potendo egli appartenere a qualsiasi ambiente sociale, svolgere qualsiasi attività lavorativa ed avere qualsiasi età.

Sul fronte della vittima, chi subisce questo trattamento ovviamente prova enorme imbarazzo e umiliazione per questa esposizione pubblica della sua vita più intima, oltre a sensi profondi di insicurezza, dal momento che, relazionandosi con qualcuno, non può non chiedersi se la persona con cui sta parlando abbia già visionato quelle immagini, oppure ne abbia sentito parlare.

Queste azioni comportano, per le vittime: umiliazione, lesione della propria immagine e della propria dignità, condizionamenti nei rapporti sociali e nella ricerca di un impiego, forti disagi all’integrità psichica.

La vittima, infatti, subisce uno stress di continuo che può indurre condotte evitanti, ansia, attacchi di panico, depressione e in casi estremi, suicidio.

Il 19 luglio 2019 il Parlamento ha approvato la legge n. 69 “Codice Rosso” che affronta il problema della violenza maschile contro le donne con interventi preventivi e repressivi.

La nuova legge sul “Codice rosso” ha introdotto esplicitamente con l’art. 10, il nuovo delitto previsto dall’art. 612 ter intitolato “diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti”.

La nuova fattispecie incriminatrice si riferisce a due ipotesi tra loro differenti il cui unico denominatore è rappresentato dalla diffusione delle immagini senza il consenso dell’interessato.

La prima ipotesi è sancita dal primo comma del nuovo articolo il quale prevede che, salvo che il fatto non costituisca più grave reato, la condotta incriminatrice è quella di: “chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde, immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate.

La condotta tipica, dunque, si articola in cinque distinte ipotesi (invia, consegna, cede, pubblica, diffonde) il cui tratto in comune è rappresentato dal fatto che il soggetto ritratto non presta il suo consenso alla divulgazione, dal fatto che tali video o immagini riguardino un contenuto sessualmente esplicito e dal fatto che tali immagini o video fossero destinati a rimanere privati ovvero non resi pubblici o divulgati a terzi.

In tali casi la pena edittale prevista è quella della reclusione da uno a sei anni e della multa da euro 5.000 a euro 15.000.

Al contrario l’ipotesi prevista dal secondo comma dell’art. 612 ter, si riferisce a chi pone la stessa condotta tipica prevista nel primo comma, dopo aver ricevuto o comunque acquisito i filmati o i video.

In questo secondo caso, tuttavia, la condotta deve essere caratterizzata da un elemento ulteriore ovvero la finalità di recare danno alle persone rappresentate nelle immagini o nei video dal contenuto sessualmente esplicito.

Infine, gli ulteriori tre commi della norma si riferiscono a due circostanze aggravanti e al regime della procedibilità del reato.

In particolare, con riguardo alle aggravanti la prima è prevista se il fatto è commesso “dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici”, quanto alla seconda circostanza aggravante, invece, essa opera quando il reato è commesso “in danno di persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza.

Accanto alla tutela giuridica, tuttavia, è necessario che la vittima possa contare sulla c.d. “tutela sociale” ovvero sul superamento di alcuni stereotipi quali: doppia morale, recupero della modernità della donna e delle conquiste fatte anche sul piano sessuale, lotta, sin dalla tenera età agli stereotipi di genere, valorizzazione della libertà, intesa anche come emancipazione sessuale, aiuto per la vittima nel superamento della cristallizzazione del ruolo passivo, superamento dei giudizi di valore.

Perché, infatti, può esistere la porno-vendetta? Può parlarsi di «vendetta» proprio per il negativo ritorno d’immagine che a livello sociale colpisce le donne, giudicate poco serie e sessualmente spregiudicate quindi moralmente discutibili.

La porno vendetta colpirebbe allo stesso modo anche l’uomo?

L’uomo vittima di porno vendetta sarebbe giudicato un poco di buono o forse verrebbe considerato un latin lovers?

Gli uomini, infatti, statisticamente sono più vittime di sextortion che di porn revenge, ovvero sono ricattabili solo se hanno qualcosa da perdere es famiglia, ma il giudizio non è negativo tout court!

Alle normali ripercussioni sociali, relazionali, scolastiche o lavorative, oltre che psicologiche sulla persona coinvolta, si aggiungono il senso di tradimento profondo e spesso il senso di colpa, dovuti al fatto di essere stati consenzienti nella produzione del materiale, credendo di essere in una situazione di intimità e sicurezza con il revenger.

La nostra cultura spesso tende a colpevolizzare le vittime, anziché sostenerle e aiutarle.

Genitori, vicini di casa, colleghi, persone estranee che vengono in contatto con il materiale condiviso, tendono a concentrare il loro biasimo sulla persona colpita dalla violenza anziché sul fautore della stessa.

Non dobbiamo quindi educare solo al buon uso della rete ma anche a non lasciare che i pregiudizi e i tabù legati alla sessualità aggiungano violenza alla violenza.

Qualunque lotta alla violenza reale o virtuale è destinata a rimanere incompleta se gli stereotipi del “cacciatore” e della “preda”, che nascono sin dall’infanzia, quando una certa idea di femminilità e di mascolinità mette radici, non saranno definitivamente sradicati.

La sfida per le nuove generazioni è quella di poter vivere in un contesto socio-culturale dove attraverso i canali dell’educazione e del controllo sociale, prima che giuridico, la violenza di genere potrà considerarsi superata.

Claudia Ambrosio- Avvocato e Criminologa

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L'intelligenza artificiale e la sua percezione di Giovanna Brutto

Abstract - L'essere umano ha sempre paura del nuovo, paura dell'incertezza. Infatti, la storia umana ci dimostra che ogni innovazione importante che si è affacciata nella nostra vita sociale è stata sempre accompagnata dalla paura. Ovunque attorno a noi i computer prendono decisioni per gli esseri umani e queste influenzano la nostra vita (combinazioni di tecnologie come i big data, il 5G ed Internet delle cose).      Ma tutto questo com'è possibile? Grazie all’intelligenza artificiale (o I.A.), un tema di grande attualità che apre opportunità ancora in gran parte inesplorate, ma anche tanti quesiti sulla sua natura. Tutto ciò potrebbe essere assimilabile ad un nuovo rinascimento economico, sociale e ambientale? Questo articolo cercherà di mettere in risalto quali sono gli elementi fondamentali dell'I.A., le sue luci e le sue ombre.

Cosa è l’intelligenza artificiale (o I.A.)

La paura del “nuovo” si nutre di mancanza di informazione, una sorta di intolleranza all'incertezza, della percezione di pericolo, di diffidenza,  di resistenza rispetto ai cambiamenti. 

Il termine I.A. si riferisce alla disciplina che si occupa dello sviluppo di sistemi software (spesso anche utilizzata in combinazione con l’hardware) che dato un obiettivo complesso, sono in grado di agire nella dimensione fisica o virtuale, in modo da percepire l'ambiente che li circonda, di acquisire e interpretare dati, ragionare sulle conoscenze acquisite, e formare le divisioni, basate sull'evidenza raccolta, sulle migliori azioni da svolgere al fine di raggiungere l'obiettivo prefissato, anche situazioni non esplicitamente previste a priori.

 Attraverso l’ I.A. quindi, le macchine elaborano ciò che hanno imparato e da questi insegnamenti traggono nuove informazioni per simulare il comportamento umano, non sviluppano proprie capacità cognitive, ma emulano quelle umane.

L’I.A. mette in correlazione una quantità infinita di dati oggi disponibili e contribuisce ad “aumentare” essa stessa e accrescere la propria capacità di autorealizzarsi.

 Per questo in alcuni contesti si preferisce utilizzare il termine “intelligenza aumentata” invece di I.A.  

Per semplificare, gli usi più comuni dell’ I.A. sono i più disparati e ci accompagnano nella nostra vita quotidiana: le notizie e i contenuti consigliati dai social network; gli assistenti vocali; gli itinerari  basati sulla geolocalizzazione;  contenuti e pubblicità personalizzati su piattaforme di acquisto; i suggerimenti per lo streaming; automatizzazione dei processi dell'Industria e dell'agricoltura per rendere efficienti le risorse; monitorare lo stile di guida e prevenire incidenti o malattie; il tracciamento dei parametri dello stile di vita e infine la manutenzione degli elettrodomestici tenendo sotto controllo eventuali guasti.

I recenti sviluppi della I.A. sono avvenuti in gran parte nell'era dell’apprendimento automatico (machine learning). Ciò consente l'elaborazione di enormi quantità di dati e forme di apprendimento basate sulla ripetuta esposizione a forme esperienziali abbinata alla definizione di algoritmi di apprendimento complessi. 

Questo significa in sintesi che ci si allena dunque a riconoscere immagini, interpretare il linguaggio, monitorare rischi, individuare le tendenze spesso difficili da cogliere per l'essere umano e con ciò si aumenta la nostra capacità di interpretare la realtà.

Pertanto, l’A.I. è tanto più utile ed efficace quanto più competente è l’individuo che utilizza gli algoritmi, di conseguenza ci si deve specializzare nelle attività dove l’essere umano è superiore alle macchine.

 

Intelligenza artificiale e riflessioni

I limiti principali dell'intelligenza artificiale sono sintetizzati dal filosofo Hubert Dreyfus come segue: la sua astrattezza, cioè il fatto che essa è del tutto disincarnata rispetto ad ogni situazione concreta; e la sua necessità di formalizzare perdendo la sensibilità al contesto e alle sue variazioni in funzione di esigenze, desideri, motivazioni e bisogni diversi.

 Ulteriori limiti dell’I.A. potrebbero essere la possibilità di attribuire la responsabilità ai soggetti che l’hanno progettata e implementata; il suo enorme consumo energetico; il pregiudizio e la discriminazione non intenzionale tra classi sociali o in campo sanitario (ad esempio: a quale paziente sarebbe opportuno fare una donazione degli organi? A chi occorre dare priorità negli interventi chirurgici?; quello finanziario (determinare l’affidabilità di un cliente; o quello giudiziario (libertà vigilata o recidiva). 

 Inoltre, può avvenire una manipolazione delle informazioni o guerra cibernetica poiché anche l’ambiente militare sviluppa tattiche e strategie tali da compromettere le difese e le capacità militari di una nazione o il funzionamento di interi paesi. Si richiede pertanto delle politiche di protezione efficaci per la tutela dei diritti fondamentali del cittadino utente che risaltino l’umanesimo, l’affidabilità e la sostenibilità guidando le strategie attuali e future. Solo così si potrà parlare di una “RenAIssance” economica politica e sociale e migliorare così la vita delle persone e realizzare un nuovo modello di società in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’agenda 2030 delle Nazioni Unite. 



BIBLIOGRAFIA

Hubert, Dreyfus,What Computers Can't Do: The Limits of Artificial Intelligence, paperback, Harper & Row, 1972.

Gruppo di Esperti MISE sull’intelligenza artificiale,Proposte per una Strategia italiana per l'intelligenza artificiale, 2020

Webinar di Educazione Digitale 2 dicembre 2020.: L’I.A la nuova elettricità, organizzato da Poste italiane e delle Comunicazioni.

 

SITOGRAFIA

https://www.mise.gov.it/

https://www.europarl.europa.eu/

https://www.cybersecurity360.it/ 

https://www.theprocurement.it



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Uso più “etico” del web in periodo di Coronavirus e smart-working: tra opportunità e rischio di abuso di Claudia Ambrosio

Abstract: in pieno periodo di Coronavirus l’umanità ha riscoperto il valore dei rapporti umani e un uso più consapevole ed “etico” del web. Alcuni strumenti, poi, come lo smart working si sono rivelati alleati preziosi, tuttavia il pericolo che anche questi ultimi possano prestarsi ad abusi è molto concreto soprattutto per le donne lavoratrici che rischiano di restare nuovamente imprigionate nelle loro case, dopo anni di lotte per emanciparsi.

Uno dei principali problemi a cui si è assistito nell’arco degli ultimi anni è stato il lento ma inesorabile assurgere della spersonalizzazione dei rapporti umani.

Il mondo virtuale appariva come un’oasi di pace, qualcosa a cui aspirare e comunque da preferire ai rapporti “in carne ed ossa” reputati, al contrario obsoleti e magari un po’ retrò.

Ed allora ecco il nascere e il proliferare delle piattaforme digitali, dei social network, dei multiformi universi paralleli dove manifestare il proprio essere in tutte le sue forme: amicizie nate on line, amori nati on line, vite trascorse on line a scapito degli incontri “reali” in piattaforme “reali” come cinema, teatri, oratori, parchi, strade, mondo.

Per mesi, anni si è assistito all’apologia del virtuale con tutto il suo carico di pregi e difetti, poiché come è noto in ogni manifestazione umana esiste il lato positivo ma anche l’inevitabile lato oscuro.

Si pensi alle derive virtuali di tanti fenomeni quali il bullismo, lo stalking, l’odio sociale, le truffe amorose, la diffamazione, la persecuzione e così via; fenomeni che hanno interessato criminologi, sociologi, psicologi e finanche il legislatore che è intervenuto in più di un’occasione per disciplinare con una normativa ad hoc il cyberbullismo e il porn revenge, privi, precedentemente di una tutela adeguata e specifica.

Poi accade l’inaspettato: dall’altra parte del mondo si sviluppa un virus prima mai visto, evidentemente non capito e di certo sottovalutato che nel giro di pochi mesi trasforma quella che era la vita “normale” dell’umanità nel copione di un film di fantascienza.

E proprio in questo scenario da film arriva il momento inaspettato, arriva la svolta, la trovata geniale del regista quella che trasformerà il film in un capolavoro: l’umanità migliora, riscopre il valore di quello che aveva e che da tanto tempo aveva dimenticato o forse dato per scontato.

Capisce che il virtuale non gli basta, che è bello vedere il prossimo, che è bello uscire, fare una passeggiata con il cane, vedere i propri amici, riscoprire il valore di un abbraccio.

Proprio nel momento in cui si impone di restare a casa, si creano misure di contenimento che vietano comportamenti connaturati nel nostro DNA come stringerci la mano, si prescrivono distanze per la sicurezza propria e altrui, l’uomo riscopre il bisogno “fisico” dell’altro, il bisogno di quel calore umano prima considerato roba per nostalgici.

Come spesso accade nei momenti di crisi l’umanità ha l’occasione di migliorare, di riflettere, di capire e magari di rinascere migliore di prima.

Alcuni miglioramenti già si vedono ed è proprio il web a mostrarli: ora, infatti, che tutta l’umanità è alle prese con un problema reale e reclusa a casa, finalmente si assiste ad un uso più consapevole del web!

 I social, ad esempio, vengono impiegati per aiutare le persone a restare a casa, per motivarle a resistere, si canta, si balla virtualmente insieme, si organizzano flash mob per creare unità fra tutti noi, per capire che non siamo soli, anche se isolati nelle nostre case.

Il web mostra il suo lato più nobile: si rivela strumento prezioso per i lavoratori, permettendo loro di lavorare da casa attraverso le forme di smart working, che consentono di continuare ad offrire servizi importanti per la comunità, senza, però mettere a repentaglio la vita dei lavoratori, soprattutto di quell’esercito di precari, senza ferie e senza diritti, spesso tenuti sotto scacco dalla paura di non avere il rinnovo del contratto; aiuta i ragazzi che non possono andare a scuola garantendo forme di didattica a distanza; aiuta le persone a passare il tempo e a sentirsi meno sole.

Il web migliora perché è migliorata la mano che sta dietro ad esso, la macchina mostra tutte le sue potenzialità perché è migliorato il conducente, ed allora da questa situazione di emergenza si capisce che essa può diventare occasione di crescita per ognuno di noi.

Ancora una volta, tuttavia, bisogna evitare che l’abuso dello strumento diventi una gabbia nella quale l’umanità resti intrappolata e proprio lo smart working può prestarsi a questo inganno.

Se, infatti, esso ha rappresentato una soluzione a dir poco geniale durante la fase di lockdown, ora minaccia di diventare una pericolosa routine nella quale il lavoratore rischia di restare perennemente imprigionato, con maggiore pericolosità soprattutto per le donne lavoratrici.

I principali pericoli sono rappresentati dal fatto che il lavoratore non ha un orario “certo” di lavoro e pertanto potenzialmente la sua giornata lavorativa potrebbe avere una durata “illimitata”, tanto che in giurisprudenza già inizia a parlarsi del c.d. diritto alla disconnessione ovvero il diritto a potersi disconnettere da remoto, a fare una pausa, a non oltrepassare il normale turno lavorativo.

Il pericolo maggiore, tuttavia, riguarda le donne lavoratrici, le quali in modo particolare in questa fase rischiano di avere maggiori problemi nel rientro “fisico” nel luogo di lavoro poiché sulle spalle pesa anche il peso della famiglia e dei carichi domestici.

Da più parti, inizia a segnalarsi il rischio che lo smart working possa riportare le donne a stare a casa dopo anni di lotte, peraltro non ancora finite, per uscire dallo schema ancestrale dell’angelo del focolare domestico.

Ecco pertanto che, ancora una volta il problema non è lo strumento ma l’uso o meglio, l’abuso dello stesso.

Lo smart working è una preziosa risorsa ma deve essere utilizzato solo ed esclusivamente in casi di reale, concreta ed effettiva necessità, non deve sostituirsi alla normale routine lavorativa ove non ve ne sia più la necessità a nulla valendo le considerazioni fatte da taluni sugli ipotetici risparmi della P.A. o delle aziende.

A fronte, infatti, di tali presunti risparmi fanno da contraltare il senso di isolamento, le spese non sempre sostenibili a carico del lavoratore (si pensi alla spese legate al consumo energetico, ecc), i maggiori rischi informatici a cui la connessione tramite remoto espone i software aziendali, ma soprattutto il rischio che diminuisca la domanda di lavoro in un Paese dove la disoccupazione rappresenta la principale piaga sociale, nonché la potenziale emarginazione delle donne lavoratrici destinate a tornare nelle case che tanto avevano fatto per lasciare!

Il principale problema dell’uomo moderno, appare pertanto la bulimia dall’uso delle tecnologie, l’overdose del progresso o per meglio dire l’incapacità di distinguere ciò che deve restare relegato ad una dimensione emergenziale e ciò che, al contrario, può assurgere ad ordinario.

L’abuso e non l’uso è il vero male della nostra evoluta società.

Avv. Claudia Ambrosio- Criminologa

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