Periodico delle Tecnologie dell'Informazione e della
Comunicazione per l'Istruzione e la Formazione
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PatchAI: Assistente sanitario empatico e Intelligenza Artificiale di Luigi A. Macrì

 Abstract – Un giovane infermiere utilizzando l’Intelligenza Artificiale (I.A.), machine learning e apprendimento automatico, ha sviluppato il primo assistente virtuale empatico da usare con pazienti coinvolti in studi clinici e in contesti di medicina personalizzata.

Nei numeri precedenti, abbiamo parlato spesso di Intelligenza Artificiale sottolineando le grandi possibilità innovative e di sviluppo che essa sta evidenziando, ma anche gli interrogativi e le problematiche che stanno emergendo per aspetti relativi alla privacy ma anche alla manipolazione delle coscienze che è possibile ottenere con la gestione senza scrupoli dei dati raccolti, il più delle volte senza il nostro permesso o la nostra consapevolezza.

Mai come in questo momento, in questo terribile e straordinario anno pandemico che è appena finito, abbiamo imparato ad apprezzare il ruolo del personale sanitario, in particolare medici ed infermieri che hanno un ruolo centrale e determinante nel rapporto con il paziente e nel loro supporto durante il decorso della malattia.

Proprio dall’esperienza e dall’intuizione di un infermiere è nata una soluzione digitale che mette insieme efficienza ed empatia per realizzare un assistente virtuale. Il contesto sanitario nel quale si muove questa iniziativa non è quello dell’emergenza ma degli studi clinici, delle sperimentazioni o dispositivi sanitari. Afferma l’ex infermiere, specializzato in ricerca, Alessandro Monterosso, ora amministratore delegato della start-up PatchAI : “L’idea è nata quando lavoravo nei reparti di oncologia ed effettuavo studi di ricerca sponsorizzati che testavano l’efficacia di farmaci. Nella maggior parte dei casi, per la raccolta dei dati dei pazienti usavamo strumenti cartacei quando venivano per i controlli, mentre quando era a casa chiedevamo loro di compilare un diario. Se i pazienti avevano qualche dubbio o volevano informazioni e rassicurazioni, ci raggiungevano con una email o un messaggio su whatsapp, strumenti che non garantiscono fino in fondo la privacy e che non permettono di avere uno storico di quel singolo paziente.”[1].

Da questa riflessione Monterosso ha lavorato sul concetto di empatia, elemento centrale nell’assistenza ai pazienti, e sull’aspetto concreto del come si dovesse partire per realizzare un’azienda. Dopo aver lasciato il suo posto di infermiere a tempo indeterminato, si iscrive al Master in International Healthcare Management, Economics and Policy dell’Università Bocconi e si trasferisce da Padova, dove ora ha sede l’azienda, a Milano. In quel Master conosce i primi due soci, un medico indiano, K. Palanivel, ed un farmacologo serbo, F. Ivancic. A questi si è aggiunto un dirigente sanitario per sviluppare e concretizzare l’idea. In seguito, si sono presentati a diversi concorsi per aziende start-up; nel 2019 in sei mesi hanno vinto 12 competizioni nazionali ed internazionali. La start-up è stata incubata da Unicredit Start-Lab e poi, nella sezione Health, dall’Istituto Europeo di innovazione e tecnologia. L’assistente sanitario “virtuale ed empatico” è stato certificato come dispositivo medico di classe I dal Ministero della salute.

Questo è un esempio di come il genio e la creatività italiana abbia un potenziale enorme e può generare benessere e profitto.

Luigi A. Macrì

Direttore IctEd Magazine

[1] Le Scienze – Edizione italiana di Scientific American, Maggio 2020, pag.12;

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CAMBIAMENTO CLIMATICO E MENTALE: DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA di Luigi A. Macrì

L’evoluzione di questa rivista ci porta ad allargare sempre di più lo sguardo a quanto accade nel mondo globale delle tecnologie per i diversi aspetti del nostro vivere sociale, economico e culturale.

Il cambiamento climatico è un problema mondiale che, nello stravolgere il nostro vivere quotidiano con l’intensificarsi nel mondo di eventi metereologici estremi come cicloni, uragani, piogge e tempeste di forte intensità, mette a rischio, secondo una buona parte di studiosi, la stessa sopravvivenza dell’uomo su questo pianeta. Scienziati ed esperti delle Nazioni Unite, che costituiscono il Gruppo intergovernativo climatico (IPCC), che studiano il riscaldamento globale, ha di recente diffuso un nuovo rapporto sul clima che è il frutto dell’analisi di circa settemila ricerche scientifiche. Nelle sue conclusioni il rapporto, dedicato soprattutto al peggioramento delle condizioni degli oceani e delle calotte polari, afferma che il livello del mare continua ad aumentare, lo scioglimento dei ghiacci e il ritiro dei ghiacciai è in continuo aumento. Ormai sappiamo per certo che questa situazione è causata, principalmente, dalle attività umane e dalle loro emissioni che peggiorano l’effetto serra. Le tecnologie, in questo contesto, hanno avuto ed avranno un ruolo fondamentale e determinante. Da una parte lo sviluppo dell’industrializzazione nel mondo, in particolare nelle nazioni che fanno parte del cosiddetto BRIC ovvero Brasile, Russia, India e Cina, ha portato ad un alto livello di emissioni di CO2 nell’atmosfera, intensificando l’effetto serra ed i fenomeni atmosferici ad esso connesso; dall’altro la soluzione di questa situazione dovrà necessariamente passare attraverso una riduzione della percentuale di emissioni grazie allo sviluppo delle nuove tecnologie “verdi”: energia rinnovabile e pulita come l’energia solare, eolica, geotermica, termodinamica, idroelettrica, nonché lo sviluppo dell’uso dell’idrogeno e delle biomasse.

Un altro aspetto di un cambiamento, altrettanto globale ma ancora poco percepito, è quello del cambiamento mentale che secondo studi scientifici, in particolare di neuroscienze, sta avvenendo per le future generazioni. Lo sviluppo delle tecnologie negli ultimi settanta anni, dai primi calcolatori elettronici degli anni cinquanta, al primo computer di tipo moderno degli anni settanta, fino ad arrivare alla diffusione dei moderni smartphone, ha visto il coinvolgimento graduale dell’uomo in ogni sua attività. L’uso pervasivo e continuo dello smartphone, ha scientificamente stabilito che, unitamente a fenomeni di dipendenza da Internet sempre in continuo aumento nel mondo, l’uso eccessivo di Internet può essere correlato ad alterazioni dell’integrità del cervello.

E’ il caso di rammentare che, già da diversi anni, per lo più in Cina, in Sud Corea, in Giappone e negli Stati Uniti, ma anche nelle città europee, vi sono diversi centri che curano pazienti affetti da I.D.A. (Internet Disorder Addiction). Abbiamo già evidenziato nel numero tre del Luglio 2018 di questa rivista alcune ricerche scientifiche effettuate in Cina e in Corea su aspetti neurobiologici della dipendenza da Internet. Nel primo studio "i risultati hanno reso evidente che i soggetti con dipendenza da Internet mostrano una ridotta diffusione delle molecole d’acqua nella sostanza bianca rispetto ai soggetti non dipendenti. Tutto ciò è indice di una non integrità delle fibre in diverse aree del cervello quali l’area orbito-frontale, la corteccia cingolata anteriore, le fibre commessurali del corpo calloso, la capsula interna ed esterna. Inoltre, il deficit d’integrità è stato più alto nei soggetti con una maggiore dipendenza da Internet."[1]

Questo aspetto, unitamente al cambiamento che sta avvenendo, in particolare nei cosiddetti nativi digitali, nei modi apprendere e di scrivere e nella necessità di gestire la conoscenza e le informazioni in modo del tutto diversi da quanto avveniva nel passato, ci porta ad affermare che è incominciato nell’uomo un vero e proprio Cambiamento Mentale[2] , come lo definisce nel suo libro la neuroscienziata Susan Greenfield. 

Comprendere questo cambiamento epocale impone una visione multidisciplinare, a 360 gradi, nel campo dei saperi. Questo numero presenta alcune novità riguardo alle sezioni in cui è suddivisa la rivista. Abbiamo ritenuto opportuno dedicare, con la sezione Scienze e Saperi, uno spazio specifico al mondo scientifico ed ai diversi ambiti dei saperi dove presentiamo, tra gli altri, un articolo su uno dei primi artisti che ha inteso utilizzare la sperimentazione tecnologica nel mondo dell’arte; nella stessa sezione, un articolo sul rapporto tra le tecnologie e il mondo dello sport, nel quale l’autore afferma che “la stessa tecnologia che può aiutare a vincere estremizzando la prestazione, può anche essere dannosa per la salute dell’atleta. Per limitare gli aspetti negativi è determinante una continua integrazione fra gli allenatori, i ricercatori, i tecnici ed i medici.”. Di seguito un contributo sul tema delle false notizie che mette in evidenza il fatto che l’utilizzo di questi metodi è vecchio quanto il mondo: da Platone a Goebbels, da Papa Gregorio VII a Voltaire con le sue “pie frodi”, da Ajume Wingo ad Aristotele, quando afferma che “la menzogna forse è connaturata alla natura dell’uomo stesso”.

Un’altra nuova sezione, ormai necessaria considerata l’importanza del tema più volte trattato, è quella delle Dipendenze dalla rete. L’articolo che inaugura questa sezione è riassuntivo dei principali aspetti che coinvolgono ormai ogni livello sociale e culturale; quelli che sono maggiormente a rischio sono i bambini e gli adolescenti che sono esposti, purtroppo sempre più spesso, sin dai primi mesi, allo smarthphone, uno strumento che usano oramai molte mamme al posto del classico campanellino di gomma o altri giocattoli innocui per distrarlo e farlo mangiare.

Altra sezione, che vuole contribuire ad organizzare i diversi articoli che ci giungono in redazione, è quella relativa alla Ricerca e Innovazione. L’aspetto della ricerca, in tutti i settori è certamente centrale per il nostro sviluppo futuro. In questo numero presentiamo articoli sulle onde gravitazionali, sull’uso che l’Agenzia delle Entrate farà dell’intelligenza artificiale e delle machine learning per scovare gli evasori, su cyberspazio e stolking, sull’intelligenza artificiale e il mondo dell’arte.

In questo numero, troviamo, infine, articoli sulla robotica educativa, sia a livello di istituti superiori che per scuole del primo ciclo, sul concetto di popolarità nel web e la ricerca smodata di like attraverso post continui, sul technostress ovvero il sovraccarico informativo come rischio di impresa, sulla sicurezza degli smartphone, ed altro.

Il lavoro della redazione e dei collaboratori, in crescendo per qualità ed interesse, l’apprezzamento dei lettori anche a livello nazionale, è stato possibile grazie al contributo altamente qualificato di tutti.

Nel concludere, voglio ricordare il professore Andrea Checchetti, docente di chimica, impegnato anche all’UNICAL di Cosenza, prematuramente e improvvisamente scomparso lo scorso luglio, all’età di 58 anni, e ringraziarlo, a nome mio e di tutta la redazione, per il contributo di grande qualità che ha dato a questa rivista e per la sua ricchezza umana, culturale e scientifica che ha sempre espresso.

Il nostro percorso editoriale è teso verso la realizzazione di un’informazione puntuale e utile, sulle tematiche relative alle tecnologie, finalizzata anche allo sviluppo sociale e culturale del territorio nel quale operiamo. Il tema della prevenzione dei rischi di dipendenza, è altrettanto centrale poiché si intende coinvolgere, a livello operativo, genitori, docenti e gli altri portatori di interesse. E’ un tema questo di grande valore sociale e culturale per la salvaguardia delle future generazioni. Senza il vostro contributo, il vostro supporto, sia pure di incoraggiamento e vicinanza, il nostro lavoro volontaristico sarà certamente più difficile e arduo.

Editoriale Anno II N.3 Ottobre 2019  www.ictedmagazine.com 

Per comunicazioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

[1] Loiacono Antonella – Aspetti neurobiologici della dipendenza da Internet - in www.ictedmagazine.com - rivista n° 3 luglio 2018, pg. 33

[2] Greenfield Susan, Mind change-Cambiamento mentale – Come le tecnologie stanno lasciando un’impronta sui nostri cervelli, Fioriti Editore, Roma, 2016.

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INTELLIGENCE E FACT CHECKING: DUE VOLTI DELLA STESSA MEDAGLIA di Luigi A. Macrì

La capacità di analizzare la realtà e le informazioni è una delle competenze principali che ogni cittadino dovrebbe possedere. Comunemente, quando si parla di Intelligence si pensa subito ai Servizi Segreti e magari a traffici e ad azioni non sempre trasparenti.

Il prof. Mario Caligiuri[1], direttore del Master in Intelligence presso l’Università della Calabria, primo Master su questo tema in un ateneo italiano, ha sdoganato il termine chiarendo il concetto e collegandolo al significato di una disciplina che è essenziale per comprendere la realtà attraverso una corretta percezione ed analisi delle informazioni. Già nel 2017, all’apertura del Master in Intelligence Caligiuri affermava che “bisogna utilizzare l’intelligence per legittima difesa, poiché bisogna essere consapevoli che oggi viviamo nella società della disinformazione permanente e intenzionale. Il dibattito odierno sulle fake news, peraltro ricondotto nell’ambito delle polemiche politiche, non coglie affatto, secondo me, la dimensione e le distorsioni complessive del sistema mediatico.”[2] Sempre in quell’occasione il criminologo Francesco Bruno afferma che “la Rete ci sta portando verso un futuro indecifrabile rendendo controverso il concetto di normalità che rende ancora più delicato e complesso il lavoro dell’intelligence.”.

Nelle attività di comunicazione, il rapporto tra informazione e disinformazione è davvero problematico e complesso. Già alcuni anni fa la situazione era critica poiché da uno studio del 2017 condotto da Soroush Vosough del M.I.T. – Massachusetts Institute of Tecnology - le false notizie su Twitter si diffondono sei volte più velocemente delle notizie vere e hanno il 70% di possibilità in più di essere ritwittate. La ricerca è stata condotta su 126 tweet pubblicati da 3 milioni di persone e ritwittati oltre 4,5 milioni di volte. Questo studio, pubblicato sulla rivista Science, è il più ampio che sia mai stato fatto sulla diffusione delle notizie false on line. È stato possibile realizzarlo grazie alla disponibilità di Twitter che ha messo a disposizione il suo archivio storico permettendo ai ricercatore di indagare sulle false notizia twittate dal 2006 al 2017. Tra i vari aspetti che sono emersi c’è anche quello che le bufale più veloci riguardano la politica superando quelle su terrorismo, disastri naturali, finanza e scienza.

Nel 2018 la commissaria europea al digitale afferma che “le false informazioni si diffondono ad un ritmo inquietante e minacciano la reputazione dei media, il benessere delle nostre democrazie e i nostri valori democratici. Per questo dobbiamo elaborare meccanismi per identificare le fake news e limitarne la circolazione. Se non prendiamo misure a livello europeo, il rischio è grande che la situazione si avveleni”. La situazione ormai è peggiorata e l’informazione è così manipolata che possiamo affermare che siamo passati dalla società dell’informazione, a quella della disinformazione.[3]

La capacità di verificare le notizie è sempre stata una delle principali competenze nel lavoro giornalistico che deve accertare la veridicità degli avvenimenti citati e dei dati usati in un articolo. Ora questa competenza diventa sempre di più essenziale per ogni cittadino in quanto strumento per comprendere l’affidabilità delle continue notizie che ci arrivano. Molto chiaro e significativo è quanto afferma lo scrittore Yuval Norman Harari: “In passato, la censura operava bloccando il flusso di informazioni. Nel XXI secolo la censura opera inondando la gente di informazioni irrilevanti. Nei tempi antichi deteneva il potere chi aveva accesso alle informazioni. Oggi avere il potere significa sapere cosa ignorare”.

Molti siti che trattano le false notizie, chiamate anche “bufale”, ci aiutano a capire strani e improbabili messaggi che ogni giorno ci arrivano.

La Commissione europea ha comunque proposto un codice di condotta, sebbene non vincolante, contro le false notizie e la disinformazione on line; ha annunciato, inoltre, di sostenere una rete indipendente di verificatori di notizie (fact checkers) unitamente ad una serie di misure finalizzate ad incentivare un giornalismo di qualità e l’educazione ai media.

Questa iniziativa si è concretizzata anche con altre iniziative europee promosse dal Servizio Europeo per l’Azione Esterna (EEAS - European External Action Service), un servizio dell’Unione europea, con sede a Bruxelles, responsabile per gli affari esteri, creato dal Trattato di Lisbona e in funzione dal dicembre 2020. Il sito europeo dell’EEAS euvsdisinfo.com, accessibile anche in lingua italiana, offre informazioni, servizi di database studi e reports di qualità sul tema della disinformazione.

Vi sono comunque altre risorse on line come l'International Fact-Checking Network, un'unità del Poynter Institute dedicata a riunire i fact-checker in tutto il mondo. L'IFCN è stato lanciato nel settembre 2015 per sostenere una fiorente raccolta di iniziative di verifica dei fatti promuovendo le migliori pratiche e gli scambi in questo campo.

È un mondo che sta cambiando con una velocità impressionante e i pericoli che queste situazioni determinano non sono visibili. Abbiamo già parlato in precedenza delle manipolazione di Cambridge Analytica nelle ultime elezioni negli Stati Uniti e nella Brexit in Europa. C’è un serio rischio per la democrazia poiché bombardare i diversi social con campagne mirate e studiate da esperti di marketing sta diventando un’operazione molto diffusa anche in Italia, dove alcuni notissimi politici italiani sono stati di clienti di Steven K. Bannon, capo stratega della campagna elettorale di Donald Trump, che dopo la rottura con il presidente, ha aperto un ufficio anche a Roma.

Essere in grado di analizzare la realtà dell’informazione che ci sommerge, distinguere il vero dal falso, l’utile dall’inutile, non è un’operazione semplice, non è una competenza che si possa acquisire facilmente ma bisogna pur iniziare e porci il problema; altrimenti subiamo manipolazioni continue e l’uomo pensante e consapevole diventa minoranza e, soprattutto, ininfluente.

Per questi seri motivi, nella visione di una Scuola che andrebbe completamente rivista, in particolare nell’aspetto pedagogico e dei nuovi saperi che è necessario aggiornare, dobbiamo avere consapevolezza di quale sia oggi lo sviluppo della conoscenza e della realtà nel frenetico e, per molti versi, caotico, mondo che stiamo vivendo

 

[1] Professore di prima fascia presso l’Università della Calabria dove insegna Pedagogia della Comunicazione.

[2] https://www.cosenzapost.it/intelligence-caligiuri-bruno-inaugurano-le-lezioni-del-master-dellunical/

[3] Caligiuri M., Introduzione alla socetà della disinformazione – Per una pedagogia della comunicazione, Rubbettino Ed., Soveria Mannelli, 2018.

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TEMPO PER PENSARE: L’UOMO CHE SALVÒ IL MONDO di Luigi A. Macrì

Come abbiamo sempre evidenziato nei nostri articoli, i vantaggi che le tecnologie hanno offerto all’umanità sono tali e tanti che hanno cambiato il mondo, il nostro modo di vivere a anche di pensare. Non possiamo, comunque, negare che i pericoli, apportati da questi cambiamenti, siano altrettanto numerosi ed incombenti. Uno di questi è certamente l’uso delle tecnologie e dell’Intelligenza Artificiale legato alle armi ed alla loro automatizzazione. Molte nazioni sono in gara per sviluppare sistemi d’armi completamente autonomi che possono scegliere e colpire obiettivi prefissati (persone comprese) senza supervisione umana.

La storia recente ci ha dato alcune dimostrazioni del rischio dell’automatismo, ad esempio, nelle risposte ad attacchi missilistici, senza che ci sia un essere umano che possa alla fine vagliare quanto stia accadendo.

Nel 1983, in un centro russo di allerta nucleare precoce, il tenente colonnello Stanislav Petrov era di turno quando sul suo monitor comparve in lettere rosse la parola “LANCIO” che significava che un missile nucleare statunitense si avvicinava rapidamente. Petrov mantenne la calma ed i nervi saldi aspettando ulteriori sviluppi. Dopo un po’ risuonò un secondo allarme, poi un terzo e poi un quarto. Al quinto allarme la scritta che compariva sul monitor era passata da “LANCIO” a “ATTACCO MISSILISTICO”. L’URSS stava esaurendo il tempo a disposizione per reagire ovvero far partire i propri missili con le conseguenze catastrofiche che sarebbero seguite. In un’intervista alla BBC nel 2013 il colonnello Petrov, nello spiegare che in quella drammatica situazione si prese tempo per riflettere, disse: “Poi presi la mia decisione. Decisi che non mi sarei fidato del computer”. Registrò il segnale ricevuto come falso allarme, sebbene, al momento, non potesse esserne sicuro. In seguito emerse che i satelliti sovietici avevano scambiato alcuni riflessi del sole sulle nuvole per motori di missili balistici intercontinentali.

Questa storia rende evidente l’importanza ed il ruolo vitale del potere decisionale degli esseri umani quando si tratta di vite umane e di situazioni così gravi come lo scoppio di una guerra nucleare. Nella storia sopra indicata il Mondo ha avuto la fortuna di avere una persona con i nervi saldi che, non affrettandosi a premere il pulsante per far partire la ritorsione missilistica, si è dato, rischiando, tempo per pensare; ha avuto ragione, altrimenti ci sarebbero stati numerose vittime ed una catastrofe mondiale per un errore tecnologico di rilevamento. È grave e preoccupante quando leggiamo che è necessario l’automatismo poiché i conflitti si svolgono con una rapidità tale e un ritmo talmente veloce che non possono essere gli umani a prendere le decisioni.

Fino ad ora vi sono stati, per lo più, droni con le coordinate degli obiettivi già programmati al momento del lancio. I sistemi d’armi del tutto automatici AWS (Autonomous weapons system) sembra che siano in funzione in alcuni teatri di guerra. Alcune nazioni hanno già dichiarato di voler utilizzare queste armi che una volta lanciati, seguono, selezionano ed attaccano gli obiettivi, spesso con alto potere distruttivo, senza alcuna supervisione umana.

La corsa alle armi robotiche è partita.

Al fine di cercare di ridurre e prevenire i rischi che, nel prossimo futuro, una situazione del genere potrebbe portare, nel 2009, Noel Sharkey[1] insieme ad altri tre professori universitari hanno fondato un gruppo di lavoro internazionale per il controllo delle armi robotiche che poi si è raccordato con altre organizzazioni non governative (ONG) per formare la Campagna per fermare i Robot Killers (Campaign to Stop Killer Robots). Questa coalizione, composta da “130 ONG di 60 paesi, ha l’obiettivo di spingere le Nazioni Unite a negoziare un trattato giuridicamente vincolante che proibisca lo sviluppo, la sperimentazione e la produzione di armi che selezionano gli obiettivi e li attaccano con violenza senza un controllo umano significativo.”[2]

Per le nazioni ed i militari, gli interessi e le attrattive, in quanto a risultati, che le armi autonome offrono sono davvero molteplici: vanno dai caccia senza pilota, come X-47B della U.S. Navy, in grado di decollare ed atterrare dalle portaerei anche con vento forte ed in grado d fare rifornimento in volo, alle navi militari transoceaniche senza equipaggio, come la Sea Hunter americana, dagli avanzatissimi carri armati T-14 Armata della Russia, ai moduli predisposti dall’azienda di armi Kalashnikov per il combattimento automatizzato che possono essere montati su sistemi di armi già esistenti in grado di captare, scegliere ed attaccare gli obiettivi, per non parlare di quanto stanno sperimentando la Russia e la Cina sulle armi dotate di altissime capacità e velocità di elaborazione grazie all’intelligenza artificiale e al machine learning. Il proliferare di innovazioni di armi sempre più robotizzati con un controllo umano sempre più scarso deve condurre gli Stati alla consapevolezza che “un trattato internazionale vincolante che proibisca lo sviluppo degli AWS e garantisca un controllo umano significativo sui sistemi d’armi diventa sempre più urgente. A determinare se un attacco parta o meno dovrebbe essere un esperto umano, consapevole della situazione e del contesto e provvisto di tempo sufficiente per deliberare su natura, importanza e legittimità degli obiettivi, su necessità e opportunità dell’attacco e sui probabili esiti.”[3].

Sarebbe, ovviamente, molto più semplice se si bandissero tutte le armi e si andasse verso un rapporto tra le Nazioni basato sulla solidarietà e la cooperazione tra i popoli. Questo non sarà possibile fino a quando l’avidità del potere economico, l’interesse delle aziende che producono le armi e la continua ricerca di profitti sempre più alti non lasci il posto alla consapevolezza che bisogna agire con urgenza poiché l’Umanità, in tal modo, sta conducendo se stessa alla rovina.

Riprendiamoci il giusto “tempo per pensare”, mettendo l’Uomo con la sua capacità di pensiero, i suoi sentimenti, la sua umanità al centro dello sviluppo delle tecnologie.

Il concetto di Humane Technology emerge sempre con grande vigore nelle nostre riflessioni; noi lavoriamo affinché si realizzi “un mondo in cui la tecnologia supporti il nostro benessere condiviso, il senso, la democrazia e la capacità di affrontare complesse sfide globali.”.

Luigi A. Macrì

Direttore Editoriale

www.ictedmagazine.com

post scriptum:

Sono più di due anni che distribuiamo gratuitamente questa rivista. Riteniamo che i temi che trattiamo e la consapevolezza degli stessi sia di massima importanza per comprendere e migliorare il nostro presente ma anche, al di fuori della retorica, per il bene ed il progresso dell'umanità. Facciamo parte del progetto internazionale Humane Tech che lavora per una tecnologia umana. Vi chiediamo di esserci vicino con la vostra sensibilità e professionalità. Mandateci una vostra riflessione a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. . Insieme possiamo fare certamente di più e meglio. Grazie!

 

 

[1] Noel Sharkey è professore emerito di intelligenza artificiale e robotica all’Università di Sheffield (U.K.), fondatore e presidente del l’International Committee for Robot Arms Control;

[2] N. Sharkey, La Guerra Automatizzata, in le Scienze. Rivista italiana di Scientific American, n.622 – 1 Giugno 2020, pag. 57;

[3] Ivi, pag. 59;

 

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