Periodico delle Tecnologie dell'Informazione e della
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TEMPO PER PENSARE: L’UOMO CHE SALVÒ IL MONDO di Luigi A. Macrì

Come abbiamo sempre evidenziato nei nostri articoli, i vantaggi che le tecnologie hanno offerto all’umanità sono tali e tanti che hanno cambiato il mondo, il nostro modo di vivere a anche di pensare. Non possiamo, comunque, negare che i pericoli, apportati da questi cambiamenti, siano altrettanto numerosi ed incombenti. Uno di questi è certamente l’uso delle tecnologie e dell’Intelligenza Artificiale legato alle armi ed alla loro automatizzazione. Molte nazioni sono in gara per sviluppare sistemi d’armi completamente autonomi che possono scegliere e colpire obiettivi prefissati (persone comprese) senza supervisione umana.

La storia recente ci ha dato alcune dimostrazioni del rischio dell’automatismo, ad esempio, nelle risposte ad attacchi missilistici, senza che ci sia un essere umano che possa alla fine vagliare quanto stia accadendo.

Nel 1983, in un centro russo di allerta nucleare precoce, il tenente colonnello Stanislav Petrov era di turno quando sul suo monitor comparve in lettere rosse la parola “LANCIO” che significava che un missile nucleare statunitense si avvicinava rapidamente. Petrov mantenne la calma ed i nervi saldi aspettando ulteriori sviluppi. Dopo un po’ risuonò un secondo allarme, poi un terzo e poi un quarto. Al quinto allarme la scritta che compariva sul monitor era passata da “LANCIO” a “ATTACCO MISSILISTICO”. L’URSS stava esaurendo il tempo a disposizione per reagire ovvero far partire i propri missili con le conseguenze catastrofiche che sarebbero seguite. In un’intervista alla BBC nel 2013 il colonnello Petrov, nello spiegare che in quella drammatica situazione si prese tempo per riflettere, disse: “Poi presi la mia decisione. Decisi che non mi sarei fidato del computer”. Registrò il segnale ricevuto come falso allarme, sebbene, al momento, non potesse esserne sicuro. In seguito emerse che i satelliti sovietici avevano scambiato alcuni riflessi del sole sulle nuvole per motori di missili balistici intercontinentali.

Questa storia rende evidente l’importanza ed il ruolo vitale del potere decisionale degli esseri umani quando si tratta di vite umane e di situazioni così gravi come lo scoppio di una guerra nucleare. Nella storia sopra indicata il Mondo ha avuto la fortuna di avere una persona con i nervi saldi che, non affrettandosi a premere il pulsante per far partire la ritorsione missilistica, si è dato, rischiando, tempo per pensare; ha avuto ragione, altrimenti ci sarebbero stati numerose vittime ed una catastrofe mondiale per un errore tecnologico di rilevamento. È grave e preoccupante quando leggiamo che è necessario l’automatismo poiché i conflitti si svolgono con una rapidità tale e un ritmo talmente veloce che non possono essere gli umani a prendere le decisioni.

Fino ad ora vi sono stati, per lo più, droni con le coordinate degli obiettivi già programmati al momento del lancio. I sistemi d’armi del tutto automatici AWS (Autonomous weapons system) sembra che siano in funzione in alcuni teatri di guerra. Alcune nazioni hanno già dichiarato di voler utilizzare queste armi che una volta lanciati, seguono, selezionano ed attaccano gli obiettivi, spesso con alto potere distruttivo, senza alcuna supervisione umana.

La corsa alle armi robotiche è partita.

Al fine di cercare di ridurre e prevenire i rischi che, nel prossimo futuro, una situazione del genere potrebbe portare, nel 2009, Noel Sharkey[1] insieme ad altri tre professori universitari hanno fondato un gruppo di lavoro internazionale per il controllo delle armi robotiche che poi si è raccordato con altre organizzazioni non governative (ONG) per formare la Campagna per fermare i Robot Killers (Campaign to Stop Killer Robots). Questa coalizione, composta da “130 ONG di 60 paesi, ha l’obiettivo di spingere le Nazioni Unite a negoziare un trattato giuridicamente vincolante che proibisca lo sviluppo, la sperimentazione e la produzione di armi che selezionano gli obiettivi e li attaccano con violenza senza un controllo umano significativo.”[2]

Per le nazioni ed i militari, gli interessi e le attrattive, in quanto a risultati, che le armi autonome offrono sono davvero molteplici: vanno dai caccia senza pilota, come X-47B della U.S. Navy, in grado di decollare ed atterrare dalle portaerei anche con vento forte ed in grado d fare rifornimento in volo, alle navi militari transoceaniche senza equipaggio, come la Sea Hunter americana, dagli avanzatissimi carri armati T-14 Armata della Russia, ai moduli predisposti dall’azienda di armi Kalashnikov per il combattimento automatizzato che possono essere montati su sistemi di armi già esistenti in grado di captare, scegliere ed attaccare gli obiettivi, per non parlare di quanto stanno sperimentando la Russia e la Cina sulle armi dotate di altissime capacità e velocità di elaborazione grazie all’intelligenza artificiale e al machine learning. Il proliferare di innovazioni di armi sempre più robotizzati con un controllo umano sempre più scarso deve condurre gli Stati alla consapevolezza che “un trattato internazionale vincolante che proibisca lo sviluppo degli AWS e garantisca un controllo umano significativo sui sistemi d’armi diventa sempre più urgente. A determinare se un attacco parta o meno dovrebbe essere un esperto umano, consapevole della situazione e del contesto e provvisto di tempo sufficiente per deliberare su natura, importanza e legittimità degli obiettivi, su necessità e opportunità dell’attacco e sui probabili esiti.”[3].

Sarebbe, ovviamente, molto più semplice se si bandissero tutte le armi e si andasse verso un rapporto tra le Nazioni basato sulla solidarietà e la cooperazione tra i popoli. Questo non sarà possibile fino a quando l’avidità del potere economico, l’interesse delle aziende che producono le armi e la continua ricerca di profitti sempre più alti non lasci il posto alla consapevolezza che bisogna agire con urgenza poiché l’Umanità, in tal modo, sta conducendo se stessa alla rovina.

Riprendiamoci il giusto “tempo per pensare”, mettendo l’Uomo con la sua capacità di pensiero, i suoi sentimenti, la sua umanità al centro dello sviluppo delle tecnologie.

Il concetto di Humane Technology emerge sempre con grande vigore nelle nostre riflessioni; noi lavoriamo affinché si realizzi “un mondo in cui la tecnologia supporti il nostro benessere condiviso, il senso, la democrazia e la capacità di affrontare complesse sfide globali.”.

Luigi A. Macrì

Direttore Editoriale

www.ictedmagazine.com

post scriptum:

Sono più di due anni che distribuiamo gratuitamente questa rivista. Riteniamo che i temi che trattiamo e la consapevolezza degli stessi sia di massima importanza per comprendere e migliorare il nostro presente ma anche, al di fuori della retorica, per il bene ed il progresso dell'umanità. Facciamo parte del progetto internazionale Humane Tech che lavora per una tecnologia umana. Vi chiediamo di esserci vicino con la vostra sensibilità e professionalità. Mandateci una vostra riflessione a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. . Insieme possiamo fare certamente di più e meglio. Grazie!

 

 

[1] Noel Sharkey è professore emerito di intelligenza artificiale e robotica all’Università di Sheffield (U.K.), fondatore e presidente del l’International Committee for Robot Arms Control;

[2] N. Sharkey, La Guerra Automatizzata, in le Scienze. Rivista italiana di Scientific American, n.622 – 1 Giugno 2020, pag. 57;

[3] Ivi, pag. 59;

 

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OMS - WORLD AT RISK

In questo momento siamo tutti presi da questa grave situazione di crisi dovuta al coronavirus ma anche all'incapacità dei governi di seguire le indicazioni e gli avvertimenti sul tema che l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) aveva dato lo scorso anno. Il dossier "World at Risk" scritto da una commissione di esperti creata da OMS e Banca Mondiale, la Global Preparedness Monitoring Board, è stato pubblicato tre mesi dell'allarme coronavirus in Cina. Questo dossier indica come in caso di rischi pandemici di infezioni letali il mondo deve cambiate totalmente l'approccio. Il documento, che già a settembre scorso ipotizzava "una minaccia reale di di una pandemia di un agente patogeno respiratorio altamente letale (...)", afferma che la comunità internazionale finora si è chiusa in un circolo vizioso "che alterna panico e negligenza: intensifichiamo gli sforzi quando c'è una minaccia grave , e ce ne dimentichiamo rapidamente quando la minaccia scompare." (vedi L'Espresso n.11 dell'otto marzo 2020) Mi auguro che questa situazione, che di fatto cambierà il mondo, possa portare, nei diversi livelli di coloro che hanno compiti di governo, tra le altre cose, maggiore senso di responsabilità, e che gli stessi vengano scelti tra coloro che hanno maggiori competenze e capacità organizzative. #coronavirus #OMS #worldatrisk #momdoarischio

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CRISI E INTELLIGENZA CONNETTIVA di Luigi A. Macrì

“La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E' nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato.” Albert Einstein

Ogni momento di crisi, come affermava il grande Einstein, è un’opportunità di crescita e di miglioramento. Leggendo eventi e riflessioni di grandi personaggi del passato possiamo imparare ad utilizzare questi momenti di crisi nel modo migliorare traendone linfa vitale.

Derrick De Kerckhove,[1] considerato l’erede intellettuale di Marshall McLuhan, colui che nel 1968 aveva prefigurato il “villaggio globale”, era in forte crisi all’inizio degli anni settanta, nella Coach House, la sede del Centre for Culture Tecnology all’Università di Toronto diretto da McLuhan. Derrick era in crisi ed aveva deciso di lasciare l’Università perché la tesi che doveva sviluppare per il suo dottorato di ricerca non lo interessava più di tanto. Ma si rendeva conto che non completandola avrebbe perso il lavoro all’università. McLuhan, dopo avergli chiesto quale fosse l’argomento della tesi, che era “La decadenza dell’arte tragica nella letteratura francese del XVIII secolo”, gli disse che non procedeva perché pensava che la tragedia fosse “una forma d’arte”. Davanti alla perplessità di De Kerckhove, McLuhan spiegò che la tragedia “è un “quid”, una “quest for identity”, una strategia inventata dai greci per superare la crisi di identità dovuta all’introduzione dell’alfabeto che aveva distrutto la cultura tradizionale”. Questa indicazione permise a De Kerckhove di vedere la sua tesi da una prospettiva diversa che gli permise, dopo pochi mesi, di conseguire il suo dottorato. Nella seduta di presentazione, Mcluhan che era presente alla discussione affermò che “la ricerca è un’attività magnifica quando si sa che cosa cercare”.

Superato il momento di crisi che abbiamo sopra indicato, De Kerckhove ha saputo proiettarsi, in modo critico ma propositivo, in una ricerca tesa a comprendere i cambiamenti che le tecnologie hanno apportato. Egli fu tra i primi ad interessarsi di neuroscienze in rapporto ai media ed alle tecnologie; cercava sempre le ragioni delle cose, mentre McLuhan riusciva, a suo dire, ad arrivare a conclusione giuste anche partendo da premesse del tutto errate.

Secondo De Kerckhove, da sempre attento ai media, alla comunicazione ed ai condizionamenti che la tecnologia ha sul linguaggio, “il computer è una psico-tecnologia, ossia un’estensione del nostro pensiero che si esterna attraverso il linguaggio, estensione della nostra mente”. Con il termine psico-tecnologia De Kerckhove indica quelle tecnologie associate alla lingua in quanto estensione del pensiero dal quale scaturisce la possibilità di leggere. La televisione è una tecnologia di tipo globale e collettiva; il computer invece è una tecnologia con la quale possiamo avere il controllo sullo schermo, è una nostra estensione sensoriale. Tutto ciò ha provocato lo sviluppo e la trasformazione delle nostre capacità intellettive.

Sulla scia delle intelligenze multiple di H. Gardner, con De Kerkhove giungiamo all’intelligenza connettiva che riporta comunque al centro l’intelligenza individuale:

“Spesso si dice che il nuovo modo di acquisire conoscenze, piluccando nozioni qua e là in Rete per poi riassemblarle, implica una perdita di creatività e originalità. Non è vero: l’importante è come si fa questo lavoro e, in ogni caso, è ormai impossibile separare le intelligenze le une dalle altre, occorre farle lavorare insieme senza rinunciare alla singolarità delle intelligenze individuali”.[2]

Sono questi temi che vanno ripresi alla luce degli ulteriori sviluppi, incominciando dalle problematiche emerse dallo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, dell’utilizzo dei cosiddetti Big Data fino alle ricerche di neuroscienze sull’utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

In questo grave momento di crisi è necessario, come si diceva prima, sapere cosa cercare, individuare le opportunità di cambiamento, che si intravedono e sono auspicabili, nei rapporti, nel lavoro, nella visione del mondo e di se stessi. Il mondo non sarà lo stesso se avremmo imparato la lezione che la Natura ci ha fornito; sarà migliore se ognuno riuscirà a mettere da parte il proprio egoismo. Questo vale per le singole persone, i cittadini, e in particolare per coloro che ci governano, sia a livello mondiale, europeo e nazionale.

Abbiamo trascorso un’insolita ricorrenza della Pasqua, termine che proviene dal greco Pascha, a sua volta dall’aramaico pasah, che significa “passare oltre” e quindi “passaggio”. L’auspicio di noi tutti e che questo sia davvero un “passaggio” verso un Mondo che possa essere capace di rispettare maggiormente la Natura che è parte integrante, in unità, di noi stessi.

E’ nostro intento, come gruppo di lavoro, seguire questi processi con la consapevolezza della necessità di rivedere dalle fondamenta i parametri relativi ai processi di istruzione, apprendimento e formativi: ne va davvero, senza voler cadere nella retorica, il futuro delle nuove generazioni e dell’Umanità.

Luigi A. Macrì

Direttore responsabile

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[1] Sociologo, accademico e direttore scientifico di Media Duemila, ha diretto dal 1983 al 2008 il McLuhan Program in Culture & Technology dell'Università di Toronto. È autore di La pelle della cultura e dell'intelligenza connessa (The Skin of Culture and Connected Intelligence) e Professore Universitario nel Dipartimento di lingua francese all'Università di Toronto. Già docente presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell'Università degli Studi di Napoli Federico II, dove è stato titolare degli insegnamenti di Sociologia della cultura digitale e di Marketing e nuovi media. È supervisor di ricerca presso il PhD Planetary Collegium T-Node (wikipedia)

[2] C. Formenti, Corriere della Sera, 25 aprile 2005, pag. 21;

 

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IL FUTURO PROSSIMO: LAVORO E BIG DATA

Il cambiamento epocale, che negli ultimi decenni ha trasformando la nostra società, vede nel lavoro uno dei punti centrali nel cercare di comprendere quali possano essere le prospettive occupazionali dei prossimi anni e lo sviluppo economico e sociale. È pertanto necessario comprendere come si trasformerà il mercato dell’economia, quali saranno i lavori nel prossimo futuro, quali scenari e metodi saranno adottati, come cambierà il metodo di reclutamento, quali e quanti lavori scompariranno e come si trasformeranno alcuni di essi, quali saranno i saperi fondamentali su cui si baserà la società. Sono domande fondamentali per permettere ai giovani di oggi di programmare il proprio futuro in modo adeguato ed efficace.

Una descrizione puntuale e dettagliata del quadro della situazione si trova nel rapporto Future of Work prodotto da International Data Corporation (I.D.C.) che si presenta come il principale fornitore globale di market intelligence, servizi di consulenza ed eventi per i mercati dell'information technology, delle telecomunicazioni e della tecnologia di consumo. Prendere oggi le decisioni giuste per lo sviluppo della propria azienda significa anche affidarsi ai dati che forniscono strutture come IDC che ha nel suo organico 1.100 analisti in tutto il mondo offrendo competenze globali, regionali e locali sulle opportunità e le tendenze della tecnologia e del settore in oltre 110 paesi. IDC è stata fondata nel 1964 ed è parte dell’International Data Group azienda leader nel settore dei media tecnologici, data e marketing.[1]

Negli ultimi numeri di questa rivista abbiamo spesso scritto di Intelligenza Artificiale rilevando il grande ruolo che avrà sempre di più nello sviluppo dell’economia, della politica e della società tutta. Secondo gli analisti di IDC e il rapporto Future of Work, “si scatenerà una vera e propria rivoluzione aziendale nel momento in cui l’Intelligenza Artificiale “entrerà sempre più in profondità nei processi operativi e le prime generazioni digitali, i millennial,   inizieranno a rappresentare la quota maggiore della quota lavoro. Ovvero nell’arco dei prossimi due o tre anni.” . Dalla valutazione degli ultimi dati si rileva che, a seguito dello sviluppo tecnologico, i lavoratori vedranno modificare, nei prossimi cinque anni, il 50-60% delle attività che svolgono ora. Questo dato è emerso dal “Forum su lavoro del futuro e le nuove competenze”, organizzato dal Sole 24 Ore in collaborazione con Ernst & Young Italia. Al Forum ha partecipato Donato Iacovone, amministratore delegato di EY Italia e Managing Partner dell’Area Med, il quale afferma che l’automazione è una delle conseguenze principali al cambiamento legato alle nuove tecnologie e ci si interroga sul “rischio effettivo, in termini di sostituzione del lavoro umano con le macchine. In realtà non esiste alcuna prova che il lavoro umano sparirà se non nel 5-10% dei casi e per le attività più ripetitive, ma è senza dubbio evidente un cambiamento delle abilità richieste ai lavoratori.”. È questo un tema che apre ampi scenari e riflessioni sulla necessità di attivare modelli di formazione con una frequenza sempre maggiore con una particolare attenzione su innovazione e ricerca e una maggiore specializzazione nei settori high tech. C’è un grande fermento su questo tema poiché la scuola secondaria di secondo grado, la cosiddetta scuola superiore, non è ancora adeguata ad affrontare questa sfida; come non lo è la piccola e media impresa che dovrebbe oggi investire in innovazione e formazione per poter competere. Inoltre, come faranno i nostri studenti delle scuole superiori a scegliere un corso universitario, che possa dare prospettive concrete di lavoro, se non hanno quella formazione-informazione adeguata per poter capire, oggi, come procede la ricerca e lo sviluppo del mondo del lavoro. La nostra Scuola eccelle dal punto di vista umanistico e tradizionalmente contenutistico ma negli ultimi decenni nell’arcipelago dei saperi sono emerse nuove isole tra le quali una delle principali è quella dei big data e dell’Intelligenza Artificiale (IA), dove bisogna apprendere i diversi livelli per poter gestire la grande mole di dati di cui hanno bisogno gli algoritmi per giungere agli obiettivi prefissati. Ora ci sembra normale rispondere e interloquire con i chatbox quando chiamiamo ad una azienda, oppure il riconoscimento facciale anche per aprire il nostro cellulare-smartphone, e per tante altre funzioni che non sono giunte alla nostra evidenza di comprensione; molti non sanno che tutto ciò proviene dai dati che hanno lavorato e macinato i grandi e potenti computer dell’IA con i suoi algoritmi. Queste saranno competenze sempre più centrali in un prossimo futuro.

I lavori che hanno più possibilità di resistere all’onda di trasformazione delle tecnologie e della robotica sono quelli dove il valore aggiunto dell’uomo fa la differenza come, ad esempio, gli insegnanti, il medico, l’avvocato, l’infermiere.

Lazlo Andor, economista ungherese e dal 2010 al 2014 commissario europeo per l’occupazione, gli affari sociali e l’integrazione, afferma che «La crescita di posti di lavoro si concentrerà in tre aree chiave: l’economia verde, i servizi sanitari, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Secondo le nostre previsioni, il potenziale è enorme. Ma sarà fondamentale investire nell’istruzione e nella formazione.” . La Comunità Europea, già con la precedente Commissione ha stanziato dei fondi per sostenere le prospettive occupazionali del futuro, stimando che solo i green jobs creerebbero in Europa oltre 20 milioni di posti di lavoro. Secondo questa prospettiva molto verosimile tra i nuovi mestieri ci sarà certamente: l’energy manager, che dovrà tagliare i consumi di edifici pubblici privati ed aziende; il traceability manager, che dovrà studiare l’intera catena di fornitori per evitare di comprare prodotti inquinanti; il cloud controller, per verificare la capacità delle nuvole di riflettere le radiazioni solari sopra di noi; il riclicatore tecnologico, sempre più necessario poiché dovrà indicare il modo migliore per smaltire i rifiuti tecnologici che saranno sempre maggiori; il manager delle stazioni di rifornimento di idrogeno e il riciclatore di uranio; se, come abbiamo detto prima, rischia di scomparire il contadino tradizionale, sta già emergendo la nuova figura di agricoltore verticale che produrrà fuori suolo in modalità idroponica e acquaponica; il broker del tempo, in parte già comparso negli ultimi decenni, che si occuperà di pagare le persone con il tempo invece che con i soldi; infine, il personal brander un consulente per gestire noi stessi come un marchio di qualità, anche attraverso i social media.

A questi si aggiungono i numerosi mestieri che in questi anni stanno emergendo intorno ad Internet, all’Intelligenza artificiale ed alla capacità di gestire i dati e i big data.

Una riflessione che potrebbe apparire scontata: tutto ciò che abbiano detto deve essere corroborato da un nuovo modo di intendere la formazione dove la competenza linguistica, in particolare la conoscenza comunicativa, con certificazione, della lingua inglese, diventa imprescindibile.

Con la trasformazione del mercato del lavoro cambieranno ancora, come già in parte sono cambiate negli ultimi decenni, le modalità di recruitment ovvero di selezione e reclutamento al lavoro.

Nel prossimo numero affronteremo questo tema vitale per i giovani laureati di oggi e di domani.

Luigi A. Macrì

Direttore Responsabile

(C) diritti riservati

[1] https://www.idc.com/about

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